Multitasking e task-switching: perché fare troppe cose insieme fa male, e come smettere

La vita di un traduttore freelance (ma anche di un freelance in generale) è mediamente più caotica della vita di un lavoratore dipendente. Il (traduttore) freelance, in base a un accordo faustiano che firma col sangue il giorno stesso in cui va dal commercialista ad aprire la partita IVA e/o invia la prima notula di pagamento, si condanna a vivere per l’eternità in una girandola di cose da fare, tutte insieme e senza dimenticarne una: fatture, preventivi, email, traduzioni, organizzazione del calendario lavorativo, planning delle vacanze e fondo vacanze relativo, profilo LinkedInTwitterFacebook, sito e blog, calendario editoriale, autorevisioni e bozze, email ai committenti e ai consulenti, senza contare tutto ciò che deve fare per, come dire, vivere (spesa bambini bollette Netflix ecc. ecc.). Il freelance è in sostanza come una donna di un metro e sessanta un po’ brilla a un concerto dei Guns n’ Roses (ogni riferimento è puramente casuale): la folla di impegni lo assedia da ogni lato, pogandogli addosso come una mandria di bufali impazziti e impedendogli continuamente di recuperare l’equilibrio.

Come sopravvivere a questo quadro a dir poco ansiogeno? Semplice, vi diranno in molti: col multitasking. Ovvero, secondo la definizione standard del fenomeno, imparando a fare più cose contemporaneamente: rispondere alle email di lavoro mentre si fanno i compiti di matematica con il bambino, conversare via chat mentre si è in riunione su Skype, fare una ricerca volante sullo smartphone mentre si guarda Alberto Angela in TV.

Non fatevi ingannare

L’idea che il multitasking sia la soluzione al problema della scarsa produttività è anche una questione generazionale: non c’è millennial che non riesca a fare seimila cose insieme. E non tutto il multitasking è negativo, del resto. Il millennial che ci spiega che si possono lavare i piatti mentre si ascolta un radiodramma horror del 1934 trasformato in podcast ci dice una cosa buona e giusta: che il cervello costretto a compiere operazioni banali, o noiose, le fa più volentieri se stimolato creativamente.

Diverso è invece il discorso del multitasking lavorativo, quello in cui diversi compiti, ugualmente impegnativi a livello mentale, si accavallano, e la nostra smania di produttività ci porta a tentare di risolverli tutti in contemporanea. La verità è che noi (traduttori) freelance siamo in gran parte ossessivi e perfezionisti, e l’occasione di chiedere a noi stessi di fare di più, di spingerci un pezzetto più avanti, di prendere due piccioni con una fava e due committenti con una email, ci sembra impagabile.

Ma posso dirvi la sincera verità? A me il multitasking fa schifo. Mi fa vomitare, letteralmente. Mi sembra una delle più grande baggianate della storia, e mi pento e mi dolgo degli anni in cui non sono riuscita a farlo mio e per questo mi sono sentita inadeguata o sbagliata. Fare venti cose insieme mi pare un’inutile spreco di energia. Sfinirmi di impegni senza dare al cervello il modo e il tempo di capire cosa stia succedendo mi sembra una prospettiva peggiore di un’intossicazione alimentare.

Il multitasking è un mito?

E non sono una luddista digitale che si sente ribelle solo perché va ai concerti rock, eh: la scienza è con me. Studi recenti hanno infatti dimostrato che, in sostanza, il multitasking (inteso come capacità di svolgere più compiti contemporaneamente ottimizzando le energie e il tempo a disposizione) non esiste. Quello che cerchiamo di fare è in realtà task-switching, ovvero l’alternarsi forsennato di compiti differenti, ed è la cosa più stressante che il nostro cervello possa subire. Bombardato di stimoli, il cervello di chi fa task-switching diventa molto meno efficiente, offrendo prestazioni peggiori in tempi più dilatati. Oddio, in teoria ci si può comunque spingere oltre questo limite e ottenere i risultati desiderati, solo che poi si stramazza al suolo come un tricheco spiaggiato. Lo insegnava anche Faust, del resto: non ottieni tutto quel che vuoi, e che non è umanamente ottenibile, senza pagare un prezzo (e lo insegna anche Axl Rose: non ti fai tutte le droghe che vuoi senza diventare grasso, che non c’entra granché ma volevo dirlo).

Come dire no al task-switching

Che fare dunque? Noi di doppioverso abbiamo deciso di aggirare il problema semplicemente rallentando: rallentare sarà anche la nostra parola d’ordine per questo 2018. Incoraggiate dai numerosi coming out di imprenditori multimilionari e noti stacanovisti che in gran numero, e sempre più spesso, raccontano come abbiano aumentato produttività e felicità lavorando meno e lavorando meglio (vedi ad esempio Arianna Huffington, che, piuttosto curiosamente, due anni dopo aver creato una testata che sfornava notizie 24 ore al giorno ed essersi schiantata sul pavimento per il troppo stress sfracellandosi la mandibola, ha deciso che lavorare 24 ore al giorno non era una buona idea per nessuno e ha cominciato a promuovere il diritto ai pisolini pomeridiani per sé e i suoi dipendenti), anche noi abbiamo stabilito che la produttività richiede ordine mentale.

Non è tutto così facile, ovvio. Viviamo (e lavoriamo) in un mondo digitale e iperconnesso, che ci chiederà quindi un grado di presenza che non può essere stabilito a priori da noi (almeno non del tutto). Che fare dunque per armarci contro la tendenza a fare tutto e a fare troppo? Ecco il nostro mini manifesto per il 2018, che speriamo sia utile anche a voi:

  1. Finite un compito prima di cominciarne un altro

Suonerà banale, ma imparare a resistere alla tentazione di frammentare la nostra attenzione dedicandone un pezzettino a ogni nuovo compito che ci pare importante è la chiave del successo nella discesa verso il monotasking. Non rispondere pavlovianamente agli stimoli è un’arte che si impara con il tempo: come la meditazione, richiede presenza, ripetizione, costanza. Sforzatevi ogni giorno di allungare il tempo che dedicate a una cosa sola, importante o banale che sia, come in un esercizio zen. Allenatevi a essere presenti in ciò che fate, e a fare una cosa per volta.

  1. Chiudete la porta (digitale)

Avete presente quei telefilm americani ambientati negli anni ’50, in cui il padre di famiglia torna a casa dal lavoro, grida: “Honey, I’m home!”, poi si toglie scarpe e cravatta e sprofonda nella poltrona a leggere il giornale? Evitare il multitasking significa anche non lavorare quando e dove non dovremmo. Una volta spento il computer nello studio, rendiamoci irraggiungibili su tablet e cellulari, mettiamo Welcome to the Jungle su Spotify e rivendichiamo il diritto di essere padri di famiglia americani in un telefilm anni ’50 (magari però aiutiamo nostra moglie a cucinare, eh).

  1. Accettate l’idea che non tutte le informazioni sono utili

Vi capita spesso di aprire internet per cercare un termine che vi serve per un romanzo e di ritrovarvi dopo due ore a leggere la storia della traduzione islandese di Dracula o la ricetta della pastafrolla comprendendo solo quando è troppo tardi che avete perso un pomeriggio a cincischiare (ogni riferimento ecc. ecc.)? Ecco, non fatelo più. Rinunciare al multitasking significa anche non consentire a compiti poco importanti e poco urgenti di interrompere quelli che importanti e urgenti lo sono davvero.

  1. A volte portare a termine un compito significa abbandonarlo

Ci sono cose che vorremmo fare, nella vita, e cose che dovremmo fare, e cose che potremmo fare. E poi ci sono le cose che non siamo destinati a fare. E va bene lo stesso. A volte non caricarci di mille impegni vuol dire passare in rassegna  i 999 che già abbiamo e capire se ce n’è  qualcuno a cui possiamo rinunciare senza che sia completato. Sfoltire non vuol dire sempre lasciare in piedi ciò che deve essere portato avanti: a volte vuol dire, più felicemente, lasciare in piedi solo ciò che abbiamo voglia di portare avanti.

Traduzioni un tanto al chilo

Di Chiara

La triste storia che voglio raccontarvi oggi risale a qualche anno fa, quando ho deciso di ricominciare a tradurre a tempo pieno da freelance (ho usato “tradurre” e “tempo pieno” nella stessa frase, non sentite le grasse risate del pubblico in sottofondo?). Completamente a digiuno di qualsiasi nozione di personal branding, self-marketing e soprattutto senza alcuna attenta pianificazione preliminare, la prima cosa che ho fatto è stata sbattermi come una carpa nello stagno: ho scritto a tutti quelli che conoscevo, ottenendone feedback pressoché pari allo zero, e mi sono registrata a settecento miliardi di comunità virtuali per liberi professionisti dell’editoria e della comunicazione, le cui inutili notifiche a distanza di anni ancora intasano la mia webmail. Sapete tutti come funzionano questi gironi infernali? Se non lo sapete ve lo spiego io: tu ti iscrivi, carichi il tuo curriculum e da lì in poi ricevi le offerte di lavoro via posta elettronica. Su alcuni puoi anche prendere parte ai forum di discussione e, almeno per quel che riguarda i traduttori, consultare liberamente i glossari online disponibili per le varie specializzazioni. Personalmente, nessuno dei lavori che mi sono procacciata finora arriva da lì (per quanto tra i colleghi che conosco ce ne siano un paio che hanno ottenuto attraverso siti come ProZ, per esempio, un contatto poi sviluppatosi indipendentemente). Tanto per cominciare, per sottoporre il tuo preventivo devi avere nella maggior parte dei casi un account Premium a pagamento, e in generale la scelta spesso si riduce a una lotta al ribasso in cui chi chiede meno vince, a scapito della qualità (my 2 cents, ovviamente).

Comunque, com’è come non è, una volta conquistato l’invidiabile primato di “donna il cui curriculum è presente su più siti web e comunità virtuali al mondo”, un bel giorno mi è arrivata, direttamente sulla mia posta personale di povera disperata, una mail con elettrizzante Oggetto: “Recruitment”. Il mittente era un’agenzia di traduzioni, o meglio un LSP (Language Services Provider) estero. Vi riassumo in breve il contenuto del messaggio: quest’azienda – la “migliore” (!!!) disponibile online – forniva traduzioni da e per oltre 80 lingue, con certificazione di qualità ISO:12345ealtreduemilacifrehetantochilosachevuoldire, e aveva “ideato” e sviluppato un software per la gestione in automatico delle richieste di traduzione ed editing da parte delle aziende di tutto il mondo. La notizia più pazzesca, in tutto questo, era però che pur potendo contare su un database di oltre 5000 linguisti esperti in ogni possibile ambito dello scibile umano voleva ME! Mi sarebbe bastato scaricare e installare il software miracoloso, selezionare la mia combinazione linguistica e i campi del sapere in cui mi sentivo più ferrata, completare una breve prova di traduzione online e una volta “accettata” avrei ricevuto in tempo reale le mail di notifica con le commesse che facevano al caso mio. Quasi dimenticavo, parte fondamentale: il compenso. La tariffa era – spero di ricordare male ma non credo – 0,03 centesimi a parola. Da totale sprovveduta che si era sempre occupata di traduzione editoriale e non aveva idea del costo di una traduzione tecnica, abbozzai un calcolo assurdo e totalmente scentrato rapportando il totale delle parole al prezzo di una cartella (lo sbagliai credo, peraltro) e conclusi che la cifra era tutto sommato dignitosa (state calmi: oggi so che era semplicemente scandalosa, ça va sans dire). I soldi per i lavori effettuati mi sarebbero arrivati all’inizio del mese successivo a quando li avevo svolti direttamente sul mio account PayPal. Comodo, no?

A quel punto – cuoricino, io sono una che fantastica molto, l’ho ribadito più volte – già immaginavo  un moltiplicarsi esponenziale dei miei introiti. No davvero, c’è bisogno di chiederselo? Ovviamente sarei stata la più veloce, la più affidabile, la più scrupolosa… l’Harry Potter della traduzione  tecnica 2.0. E qui casca l’asino, perché il procedimento esatto era in realtà questo: una volta loggata sul sistema, le istruzioni erano di visionare il materiale relativo alla commessa, appurare se eri in grado di gestirla e quindi cliccare su “Available for the task” e attendere l’assegnazione. C’era anche un messaggio minatorio con tanto di asterisco rosso, del tipo “Mi raccomando, eh: guardatevi bene i documenti perché poi il project manager lo sa quanto ci avete messo a cliccare, e se si accorge che non l’avete spulciato ahiahiahi, non ve lo assegna!”. Macché. La verità è che nei cinque/sei mesi in cui ci ho provato – stando connessa tutto il giorno, a un certo punto iniziando a cliccare in tempi sempre più brevi, anche prima dell’arrivo delle mail di notifica, senza guardare il materiale – non ho beccato l’ombra di un lavoro. C’era sempre qualcuno che se lo aggiudicava prima, nell’istante esatto in cui veniva inserito (visionando accuratamente le risorse di partenza? Verificando di essere in grado di svolgerlo? Boh, ho i miei dubbi). E accettando di lavorare a quelle condizioni.

Da questa disavventura e da esperienze successive sono giunta, nel tempo, ad alcune conclusioni.

Punto primo (lo so, la scoperta dell’acqua calda): ognuno deve fare il suo. Se sei una traduttrice editoriale, a meno che non senti chi già lo fa, non ti procuri le competenze necessarie, non ti fai un’idea dei compensi che puoi ritenere equi, non ti butti nelle traduzioni tecniche. Realtà come quella in cui sono incappata io verosimilmente prosperano sull’ignoranza, anche di chi è in buona fede.

Punto secondo: le agenzie di traduzione veramente valide, probabilmente, non hanno più di cinquemila traduttori nel proprio database, men che meno specializzati in ogni ambito dello scibile umano. Lavorano con pochi fornitori, che ne hanno guadagnato la fiducia grazie alla professionalità del loro lavoro. E li pagano il giusto.

Terzo e ultimo punto, ma questa è più che altro una domanda che mi faccio e vi faccio, e sarei grata a chi, sapendone di più, volesse darmi lumi in merito. Ok per il sistema di macellazione di un povero suino ben pasciuto, ok per la costruzione di macchinari e per tutte le attività in cui possono esistere un metodo e degli standard specifici per valutare la qualità di un processo, ma la certificazione ISO, corredata da cifre altisonanti, è applicabile a un ambito volatile e soggettivo come la traduzione? Esiste un ISO del tradurre e dello scrivere?

Postilla per i sanguinari paladini del giusto compenso (che oggi peraltro mi contano tra le loro fila): prendete questa storia – della cui pochezza mi rendo conto – con l’indulgenza che si deve a un qualcosa che in fondo non si è mai concretizzato nella realtà. È un po’ come essere sposata e però sognare di accoppiarsi selvaggiamente con Hugh Jackman: non è tradimento, giusto?

Credits: L’immagine del post è stata scattata ad hoc da Chiara, e secondo noi rende bene il senso di tutta questa storia. A proposito, secondo voi cosa c’è scritto a monitor? FARE o FAKE? Bicchiere mezzo pieno o bicchiere mezzo vuoto?

I paletti dei freelance

L’argomento “paletti” è certamente tra i più dibattuti tra i freelance, teoricamente liberi di gestire i propri spazi vita-lavoro ma nella sostanza continuamente dibattuti tra la necessità pratica di accontentare i committenti e quella psicofisica di staccare la spina. Ma forse perché sotto sotto tutti noi freelance abbiamo una tendenza innata al workaholism, o forse perché in linea generale amiamo molto quello che facciamo, i paletti ci scordiamo proprio di piantarli. E così, alla ricerca di un equilibrio tra stacanovismo e rivendicazioni sindacali, ho provato a stilare sette considerazioni sull’argomento, o meglio, a piantare sette paletti… nel giardinetto interiore che tutti dovremmo coltivare.

Paletto 1: I paletti si ergono un po’ alla volta

Questo paletto a mio parere vale per tutti, freelance e non: quando si comincia, nel pacchetto sono compresi anche un certo numero di ore extra, di impegno fisico e mentale totalizzante, di rinunce; insomma, la dura gavetta che non risparmianessuno. Ma, come si suol dire, un giorno tutto questo dolore ci sarà utile: ci permetterà di piantare i nostri paletti con grande soddisfazione.

Paletto 2: Divieto di sfruttamento

Questo paletto non è facilissimo da piantare, soprattutto all’inizio; per quanto “sfruttamento” sia una parola orribile, non sempre riusciamo a capire quando ne siamo vittime. Perché se la gavetta va benissimo, il pagamento in visibilità o esperienza non è ammesso, a meno che non lo si faccia per una buona causa.

Paletto 3: Patti chiari, preventivi corretti

Un altro effetto collaterale dell’inesperienza è non avere chiaro il confine tra la disponibilità e l’ingenuità: quando ci viene affidato un lavoro è bene chiarire cosa ci verrà richiesto, per non rischiare di vederci appioppare carichi non previsti o che esulano dai nostri compiti (vedi paletto precedente). Prendiamo esempio dall’idraulico: magari già che è venuto ad aggiustare la doccia può anche dare un’occhiata al rubinetto che perde, ma se poi quel rubinetto va sostituito… be’, provate a chiedergli di farlo gratis!

Paletto 4:  Rispetto dei tempi di lavoro…

Chi di noi lavora in casa lo sa: darci dei tempi di lavoro ben scanditi non è sempre semplicissimo. A volte la colpa è nostra, perché dobbiamo imparare a organizzarci bene o perché ci distraiamo facilmente; ma spesso sono le persone che ci circondano a non prendere troppo sul serio le nostre esigenze e ad affibbiarci compiti vari, perché tanto “siamo a casa” (ne avevamo già parlato qui). Questo paletto è davvero fondamentale, e lo dice anche Vasco: “noi soli dentro una stanza… e tutto il mondo fuori!”.

Paletto 5: …e dei tempi di riposo

È vero che molti di noi lavorano di notte o nei weekend, ma in linea generale dovrebbe essere una scelta nostra (perché non vogliamo rinunciare a un lavoro anche se siamo già carichi) o un nostro problema (perché non ci siamo organizzati bene), o anche una semplice preferenza. Per chi lavora con aziende in realtà il problema è un po’ ridimensionato, ma per chi lavora con altri freelance può diventare davvero grave: ricevere richieste via mail, whatsapp o addirittura telefonate la sera tardi o la domenica mattina, dopo una certa soglia di tolleranza ci trasforma in Van Helsing.

Paletto 6: Rispetto degli spazi

Non tutti i freelance possono permettersi un ufficio e non tutti vivono in città dotate di spazi di coworking; per la maggior parte di noi l’ambiente di lavoro consiste in pochi metri quadrati a casa nostra, e spesso ci troviamo a doverli difendere con le unghie e con i denti da bambini, gatti e accumuli vari di roba (spesso e volentieri altrui). Qui di paletti ce ne vogliono parecchi… più o meno una recinzione, ecco.

Paletto 7: Un po’ di sana netiquette

La maggior parte delle interazioni che noi freelance manteniamo con colleghi e committenti avviene via e-mail o messaggi, quindi la netiquette conta non poco per creare buoni rapporti virtuali e scongiurare lune storte. Certo è difficile imporre paletti agli altri, però cominciare da noi (e non demordere mai, neanche davanti ai messaggi in maiuscolo) vuol dire già molto.

7 metodi originali per imparare le lingue

Per imparare le linguel’unica strada che porta sicuramente al successo è mantenere la motivazione alta. Ci crediamo talmente tanto che abbiamo scritto decine di articoli sul tema. E non ci stanchiamo mai di trovare modi alternativi, divertenti ed efficaci per imparare le lingue senza annoiarsi e correre il rischio di abbandonare.

Per imparare le lingue usa metodi alternativi

Mischiare le attività di apprendimento è la chiave per rimanere motivati, dicevamo. Ed è proprio così! Prima di tutto, ti permette di esercitarti su tutti gli aspetti fondamentali per imparare le lingue. Infatti, se alterni film e podcast, corsi online, esercizi di vocabolario, scambi linguistici ecc, ad esempio, in poco tempo vedrai progressi sia nella comprensione che nella produzione. Che significa? Che saprai parlare e capire, scrivere e leggere nella lingua che stai imparando. E senza dimenticare la cosa più importante: ci sarai riuscito divertendoti.

7 modi originali per imparare le lingue

1. Avere delle conversazioni informali nella lingua straniera

È uno dei modi più semplici per imparare le lingue e praticare grazie alle situazioni reali che troverai. Internet offre tante possibilità di comunicare con dei nativi (scambi linguistici orali o via chat). Puoi anche avere delle conversazioni più brevi in contesti reali: ad esempio, se impari le espressioni spagnole per prenotare un hotel… prova a chiamare un hotel in Messico! Solo per divertirti (e praticare!) ma assicurati di non prenotare per errore ?

2. Creare una lista personalizzata di articoli di giornale o blog da leggere

Un buon metodo per arricchire il tuo vocabolario sfruttando quello che leggi! Ci sono molti servizi online e app per fare delle liste di riviste e blog da seguire. Ad esempio, puoi partire da questo nostro articolo sulla stampa online per imparare le lingue.

3. Ascoltare mp3 e podcast mentre ti alleni

Sii sempre alla ricerca di nuovi modi per ottimizzare il tuo tempo libero! Ad esempio, quando vai a correre puoi ascoltare dei podcast o una radio online in lingua. Un ottimo modo per restare attivi e praticare la lingua allo stesso tempo!

4. Gioca ai videogiochi nella lingua che studi

A proposito di modi alternativi per imparare le lingue! La maggior parte dei videogiochi sono in inglese e poi tradotti nelle altre lingue. Ti abbiamo preparato un elenco dei migliori videogiochi per imparare le lingue e per sapere come usarli per sfruttarli al massimo nel tuo apprendimento.

5. Cantare in una lingua straniera

Se sei un grande appassionato di musica, migliora le tue competenze linguistiche grazie alle canzoni! È un metodo molto divertente e arricchente. Qui trovi i migliori siti per imparare le lingue con la musica.

6. Cucinare usando dei video in lingua

Se ti piace cucinare, e sei sempre alla ricerca di ricetti di altri paesi, una buona idea è trovare dei siti internet di ricette nella lingua che studi. Come il metodo 3, è pure un ottimo modo di migliorare varie competenze. Alla fine avrai migliori competenze di ascolto, un vocabolario più ampio e un ottimo pasto! Se vuoi un po’ di ispirazione, parti da queste colazioni del mondo ?

7. Circondati con le migliori risorse nella lingua straniera

Ci sono tantissimi strumenti per immergerti totalmente nella lingua senza uscire di casa. Ad esempio, cambia la lingua del tuo telefono, cambia la lingua del menu della televisione o abbonati a un giornale cartaceo online, nella lingua che stai imparando.

Fonte

Nicola Gardini: amare le lingue è amare un dio imperfetto

Nicola Gardini è insegnante, scrittore, pittore, poeta, traduttore: tanti volti per una grande passione, quella per le parole impresse – su carta o su tela poco importa, come poco importa la lingua in cui sono scritte, dal latino all’inglese all’italiano al segno di penna e di colore a olio. Se con i suoi saggi sul latino ha ricordato a molti di noi perché abbiamo scelto gli studi classici (e non ce ne siamo mai pentiti), con la sua raccolta Tradurre è un bacio è riuscito ad ammantare di poesia entusiasmi, delusioni, routine e aspirazioni di noi traduttori.

In questa intervista ci racconta cosa significa per lui amare una lingua, tradurla e farne una lettura e una letteratura personale; perché chi ama le parole «le crede migliori di lui e perciò capaci di migliorarlo».

Nel suo saggio Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile racconta, tra molte altre cose, come si è innamorato del latino, facendo un po’ innamorare tutti noi lettori; inoltre confessa di amare molto anche l’inglese e, come si intuisce tra le righe, il cinese e senz’altro l’italiano. Cosa significa innamorarsi di una lingua? E trova che questa passione cambi nel tempo, come accade alle lunghe storie d’amore?

Ogni amore cambia nel tempo, si approfondisce, comprende di più l’altro. Così va anche per l’amore delle lingue. Perché poi qualcuno le ami e qualcuno no, questo è parte del mistero in cui tutti gli amori accadono. Una lingua è cosa di tutti. Eppure l’amore di una lingua è anche qualcosa di altamente privato ed esclusivo. Per quanti la conoscano e la pratichino, la lingua che un individuo si ritrova ad amare non riduce la sua capacità di contraccambio: è sempre tutta di quell’individuo amante. Ha qualcosa della divinità, totale in ogni momento, in quel singolo cuore, in quella singola preghiera. In fondo, avere amore per la lingua (o le lingue) è un modo di pregare. E chi o che cosa si prega? Il significato. Gli si chiede di ascoltarci, di assisterci, di illuminarci. Quante più lingue si conoscono, tanto più chiaramente questo chiedere dimostra di poggiare su un sogno. Il significato non è un assoluto. Amare le lingue è amare un dio imperfetto, che ci insegna la sua imperfezione e al tempo stesso la sua vitale voglia di esprimersi attraverso noi, di affidare proprio a noi che lo invochiamo il compito della perfezione.

Nel libro scrive: «In verità, come fin da allora appresi, quando si studia una lingua […] è giusto andare ovunque la curiosità ci ispiri di andare, seguire qualunque pista, fidarsi di qualunque svolta». Oltre alla curiosità e a una certa dose di incoscienza, cosa contraddistingue secondo lei gli amanti delle lingue in generale e i traduttori in particolare?

Gli amanti delle lingue – e i traduttori – sono individui molto diversi. Facciamo una prima grande ripartizione: alcuni girano tutto il tempo col dizionario sotto il braccio, controllano tutto, anche quello che già sanno di sapere; altri no, improvvisano, si fidano della loro memoria, tirano a indovinare, cercano il senso in altro che le singole parole. C’è il pedante e c’è il poeta. Tutti e due servono, e sarebbe giusto che ognuno avesse di questo e di quello. Amare è un’arte, cioè una disciplina, un impegno, che ha per obiettivo la bellezza. Chi ama le lingue, indipendentemente dalle sue inclinazioni e dalle sue capacità, studia la bellezza delle parole. E allora, rispetto a quelli che le parole le credono solo mezzi per la comunicazione dei bisogni materiali, si può dire che l’amante delle lingue è uno che fa attenzione alle parole, che le crede migliori di lui e perciò capaci di migliorarlo.

«Non mi piaceva fissare sulla pagina una versione. Sentivo che la scrittura serviva solo a legittimare l’imperfezione della resa, a fissare gli eventuali errori. Meglio affidare tutto alla mente. Lì la versione poteva migliorarsi, anzi, continuava a migliorarsi, il senso diventava parte della memoria, dissipandosi le vaghezze e riempiendosi i buchi». Oggi che è anche traduttore di professione e ha scritto un meraviglioso inno d’amore alla traduzione (Tradurre è un bacio), ha cambiato idea rispetto a quand’era uno studente liceale?

Non mi definirei traduttore di professione. Ho pubblicato, sì, diverse traduzioni di poesia, e penso molto al senso del tradurre. E non sto mai senza tradurre. A differenza dei traduttori professionisti, io traduco solo quello che scelgo io, solo quello che ha con me una qualche affinità. Oggi le traduzioni le scrivo, ecco la differenza principale. Tradurre oggi è per me, senz’altro, una delle forme della scrittura letteraria; della MIA scrittura letteraria.

 Il latino e il greco vengono spesso considerate lingue “morte”, ma lei nel libro afferma che questa definizione si basa su un pregiudizio, derivato da «un’errata concezione della vita delle lingue». Quanto ha contato il latino nello studio di altre lingue e nella sua formazione di traduttore? E ha riscontrato delle differenze tra imparare e tradurre una lingua antica e una lingua moderna?

Il latino che io pratico è quello letterario. È lingua scritta per definizione. Mi ha insegnato sicuramente a vedere la dimensione scritta anche delle lingue moderne che poi ho appreso e in cui ho anche vissuto buona parte della mia vita, come l’inglese e il francese. Per me, alla fine, non c’è nessuna differenza tra Tacito e Proust. Parlare le lingue è un’altra faccenda. Molti traduttori, si sa, non parlano o parlano a fatica le lingue che traducono. Non è assurdo: la scrittura è una dimensione a sé. È stile, quindi ricerca, costruzione, volontà di scoperta.

Che consiglio si sente di dare agli studenti divisi tra l’interesse per gli studi classici e le pressioni di una società sempre più orientata verso un’idea di “utilità pratica” degli studi? E a chi, forse ancor più coraggiosamente, decide di fare della traduzione il proprio mestiere?

Posso solo dire che gli studi classici, oltre alle conoscenze che danno, pongono quesiti fondamentali sulla vita umana, sulla storia, sulle società, sul linguaggio, sui sentimenti. Non c’è niente di pratico in questo. Ma neanche nello studio della biologia o della fisica c’è nulla di pratico. Il sapere non è mai pratico. Tecnologia e conoscenza (inclusa la scienza), non si possono confondere, considerare una cosa. O non si vede l’originalità nemmeno di un Einstein, e le profonde affinità che legano le ricerche degli umanisti e degli scienziati – fisici, chimici o biologi che siano. Il sapere è sempre immagine e visione prima che applicazione pratica, ed è retrospettivo, guarda verso le origini. Solo così può stabilire con qualche certezza la direzione del cammino che tutti– spirito, materia, universo – stiamo compiendo. Il traduttore non aderisce in fondo a un paradigma diverso da questo: ha di fronte un inizio, il testo da tradurre, e più in là un punto d’arrivo. Il paradigma qui, però, sembra capovolto: perché ignoto è il punto d’arrivo. La cautela, l’attenzione e l’impegno a capire, tuttavia, sono gli stessi dell’archeologo o del biologo che indaghino il percorso dell’umanità. Per questo mi piace pensarmi (anche) traduttore.

Postato il