Traduzione letteraria dai tempi dell’URSS (3)

Pagamento del lavoro del traduttore
La specificità del business editoriale è tale che, fin dall’inizio, l’editore investe nella produzione e promozione del libro, e solo in seguito riceve dividendi. E le previsioni rosee non sempre si avverano. Pertanto, l’editore è interessato a rischiare il meno possibile i propri mezzi. Il traduttore in questo sistema diventa l’anello debole. Per l’editore è redditizio pagare il suo lavoro al minimo. Se non si parla solamente della pubblicazione di un libro del vincitore di un prestigioso premio, per esempio – in questo caso, è fondamentale importanza che al riguardo vi abbia lavorato un traduttore di alta qualità, che è d’accordo a non fare un lavoro mediocre.

Il caso di “Harry Potter”, dal momento che era proposta una generosa ricompensa per l’urgenza, è più che un’eccezione. Spesso è necessario tradurre sia rapidamente che in economia. Soprattutto per un traduttore senza nome.

Inoltre, sorge la domanda sulla relazione tra il prezzo e la qualità della traduzione. Perché pagare un sacco di soldi per la traduzione di un passaggio “horror” o di un melodramma? – si chiederà l’editore. In questo caso non è necessario il lavoro di precisione, significa che per essa il traduttore si accosterà con “più facilità”. Il quale non deve essere necessariamente pagato molto e che conviene disperatamente a lavorare per tali soldi.

Pertanto, se l’Unione Sovietica richiedeva un traduttore letterario, egli poteva vivere completamente delle sue traduzioni (e senza prodezze stacanoviste), ora con una traduzione letteraria è difficile nutrirsi. La traduzione letteraria deve essere combinata con altre traduzionio, ad esempio, con l’insegnamento.

Periodicamente gli editori ricevono sovvenzioni da agenzie governative, oppure da organizzazioni straniere, per la produzione di letteratura tradotta. Quindi c’è opportunità di stampa non solo di ciò che viene richiesto dal lettore di massa. Ma anche in presenza di sovvenzione, ciò non è sempre garanzia di pagamento decente del lavoro del traduttore, perché la casa editrice dispone della sovvenzione.

Tuttavia, nonostante tutti i prerequisiti per un deterioramento della qualità della traduzione della letteratura, gli esperti affermano che esistono tuttora dei traduttori letterari di qualità in Russia. Ci sono devoti che accettano una vita molto modesta, e chi è addetto a più lavori che traduce “per l’anima” e guadagna da vivere altrove. È vero, non sono la maggioranza. E la questione dell’approntamento di una mutazione nell’ambito della traduzione rimane aperta.

Fonte: Articolo scritto da Ksenija Elagina e pubblicato il 25 gennaio 2018 su Tranzilla.ru

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259
Trento

Traduzione letteraria dai tempi dell’URSS (2)

Velocità di traduzione
Naturalmente, le case editrici sovietiche, come tutte le altre imprese di quel tempo, erano piani di produzione. Ma, poiché gli editori non perseguivano l’ottenimento di profitti, le tempistiche assegnate per la preparazione di un libro erano indulgenti. La velocità non veniva impostata come attributo più importante. Ciò riguardava anche il tempo assegnato per la traduzione – non più di due pagine del testo originale (80 mila caratteri spazi inclusi) al mese.

Il mercato detta altre condizioni. Il processo di produzione editoriale, in generale, ha un corso più lungo: le questioni del diritto d’autore, di ricerca del traduttore, dell’artista, della traduzione in sé, dell’editing, dell’impaginazione, della stampa del libro. Più si protrae la preparazione di un libro per la pubblicazione, più tardi l’editore riceverà entrate da esso. Perché un libro possa essere redditizio, bisogna fare in tempo a pubblicarlo, mentre c’è interesse per quest’opera, per questo autore, per questo argomento o per questa serie.

È indicativo un racconto con Harry Potter. Gli ultimi libri della serie sono stati tradotti in brevissimo tempo – la casa editrice aveva fretta di raccogliere i profitti sull’onda della frenesia, nel mentre molti non avevano ancora letto la traduzione amatoriale sul Web. Il traduttore Sergei Ilyin, che ha lavorato alla traduzione della sesta e della settima parte, riporta che gli sono state assegnate tre settimane per tradurre metà del sesto libro e due per tradurre la metà del settimo (!). A causa della frenesia, i libri sono stati tradotti “in tandem” – metà è stata concessa a Ilyin, l’altra metà a Maya Lahuti. È positivo un lavoro del genere “a mosaico” per un libro? Ne dubito. Sulla settima parte dei libri di Harry Potter, Il’in ha lavorato dodici ore al giorno. E anche se il traduttore ammette che per le tempistiche “draconiane” è stato ricevuto pagamento adeguato, è molto dispendioso in termini di energia lavorare secondo questa modalità. Incrementa anche la probabilità di errori. In questo caso aumenta la responsabilità dell’editore, che dovrebbe notare tutti gli errori e le discordanze. Ma anche il suo lavoro è strettamente regolato dalle tempistiche.

 

Fonte: Articolo scritto da Ksenija Elagina e pubblicato il 25 gennaio 2018 su Tranzilla.ru

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259

Traduzione letteraria dai tempi dell’URSS

I concetti chiave per comprendere l’attività editoriale degli anni sovietici sono la pianificazione dell’economia e dell’ideologia.
Tutte le case editrici erano di proprietà statale. Non dipendevano dai gusti del pubblico, bensì erano loro stesse a plasmarli. È difficile immaginare che oggi le traduzioni dei poeti Ciuk ci vengano pubblicate in migliaia di copie nelle case editrici principali, mentre al tempo ciò era realtà.

L’ideologia dettava una dura selezione delle opere da tradurre. E riguardava non solo l’”affidabilità” delle opere, ma anche il loro valore letterario. Anche i traduttori dovevano soddisfare criteri elevati. Tra loro c’erano molti letterati. Tra i traduttori di narrativa non rientravano persone prese a caso “dalla strada”. La traduzione letteraria era un’occupazione prestigiosa, simile al lavoro di scrittore. E veniva retribuita di conseguenza.

Le prime concessioni sono iniziate già con la perestrojka, quando è stata adottata una linea per la democratizzazione e hanno iniziato a fare la propria comparsa editori non statali. E negli anni ’90, finalmente, le porte si sono dischiuse. L’attività editoriale si è spostata, in modo particolare, su binari puramente commerciali. Si è riversato nel Paese un flusso di svariate pubblicazioni di letteratura tradotta, per lo più di intrattenimento: romanzi femminili, thriller, erotica … A volte c’erano più gialli e fantascienza. Il quadro sul mercato editoriale è cambiato radicalmente, e questo non poteva non incidere sul lavoro dei traduttori letterari.

Lingue di traduzione
Negli anni sovietici, la gamma di lingue per la traduzione letteraria era estremamente ampia. Erano richieste traduzioni dalle lingue dei popoli dell’URSS – dal Tagiko alla lingua dei Nenets (1). Erano stimati anche i libri di popoli amici–degli autori della DDR, della Polonia, ecc. Inoltre, gli editori letterari miravano a istruire il lettore in modo completo. Nessuno si è sorpreso per i testi collettivi come «Современнаяяпонскаяповесть»o «Голосаафриканскихпоэтов». Con la transizione verso l’economia di mercato, l’elenco degli orientamenti per la traduzione si è ristretto drasticamente. Ora questi sono principalmente le lingue europee (con un forte distacco per l’Inglese), così come alcune lingue asiatiche.

 

Note a cura del traduttore
(1)   Il Circondario autonomo dei Nenec (rus. Нене́цкийавтоно́мныйо́круг, Nenéckijavtonómnyjókrug, 176.700 km², 41.546 ab. nel 2001) si trova in Russia, e il suo territorio è compreso nell’oblast’ di Arcangelo. La lingua nenec, ivi parlata, ha status ufficiale insieme al russo.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Circondario_autonomo_dei_Nenec

Fonte: Articolo scritto da Ksenija Elagina e pubblicato il 25 gennaio 2018 su Tranzilla.ru

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259

Tradurre o l’incontro tra culture

Impegnarsi a “cercare verso la civiltà le possibili vie di un ritorno alla politica, che la maggior parte delle società contemporanee sono venute a mancare, denunciare l’essenzializzazione delle culture, l’etnicizzazione e la comunitarizzazione della politica”. […], non si tratta forse di un obiettivo mobilitante per un’ambizione profondamente umanistica? La traduzione è una delle condizioni (necessarie ma non sufficienti) per superare il discorso identitario. Essa offre anche opportunità di confronto tra diverse realtà culturali e solleva una serie di questioni relative sia al funzionamento dei settori della produzione culturale che agli scambi  internazionali, questioni che troppo spesso vengono discusse oggi solo dal punto di vista della “globalizzazione” o ” mondializzazione”. Da qui l’interesse euristico di aprire “un nuovo campo teorico nella sua trasversalità e modalità di applicazione […..] per sviluppare una valida alternativa alle nozioni superate di “dialogo delle culture” o multiculturalità”. Abbiamo ora un insieme di riflessioni stimolanti che seguono approcci simili, come gli studi di traduzione e, soprattutto, gli studi sui processi di “trasferimento culturale”.

Come sottolineano Johan Helbron e Gisèle Shapiro: “Il campo di ricerca degli studi di traduzione, che è stato istituito a partire dagli anni ’70 in alcuni piccoli paesi, spesso multilingue (Israele, Belgio, Paesi Bassi), è diventato, almeno in alcuni luoghi, una specialità a sé stante, con le sue cattedre, l’insegnamento, i manuali e le riviste specializzate. Questo lavoro rappresenta un cambiamento nell’approccio adottato. Invece di comprendere le traduzioni solo o principalmente in relazione a un testo originale, un testo di partenza o una lingua di partenza, e di identificare attentamente le deviazioni la cui rilevanza dovrebbe poi essere determinata, gli studi di traduzione si sono sempre più concentrati su questioni che riguardano il funzionamento delle traduzioni nei loro contesti di produzione e di ricezione, cioè nella cultura di destinazione. È questa stessa questione del rapporto tra i contesti di produzione e di accoglienza che sta alla base degli approcci in termini di “trasferimento culturale”, che mettono in discussione anche gli attori di questi scambi, istituzioni e individui, e la loro inclusione nei rapporti politico-culturali tra i paesi studiati. »

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

La denuncia della Crusca (2)

A colpo d’occhio | Uso e disuso della lingua inglese ad opera degli italiani

In Italia si usano sempre più termini anglosassoni nella vita di tutti i giorni, anche quando esiste un equivalente nostrano perfettamente accettabile.

Molti di questi provengono dal mondo degli affari e della tecnologia, come “strategy”, “meeting”, “spending review”, “jobs act” e “budget”. Ma il significato di alcuni viene storpiato quasi al di là dell’immediato riconoscimento.

Ecco alcuni esempi di termini infiltrati nella lingua italiana che hanno stranamente mutato il loro significato originale:

“Smoking”– usato per indicare un abito maschile formale o da sera
“Water”– usato per indicare un gabinetto o un lavabo
“Sexy shop” – al posto di sex shop
“Pullman” – per indicare un autobus
Footing”–interpretato come jogging o corsa
“Lifting”– per indicare un’operazione chirurgica al viso
“Mister” – usato per definire un allenatore di calcio
“Outing”– l’atto di dichiararsi omosessuale
“Big” – per definire un alto dirigente politico o aziendale
“Baby gang”– non un gruppo di neonati, ma una banda di giovani delinquenti, vandali o criminali

I termini ibridi nati da un italiano inglesizzato stanno emergendo con sempre più frequenza. Un esempio lampante di questa bizzarra attitudine linguistica è il verbo chattare, un termine inventato di sana pianta e preso dal corrispettivo in inglese“to chat”, che ha scavalcato così l’equivalente in italiano, cioè il verbo chiacchierare.

Molti dei nuovi anglicismi sono legati al mondo di Internet – per esempio, dall’inglese “to post” si ricava un altro ibrido storpiato, da cui emerge il termine “postare”, cioè pubblicare un commento o una foto. Poi ancora abbiamo: “mouse”, per indicare l’aggeggio che guida il cursore, “selfie”, “spread”, “car sharing”, “e-book” e “spending review”.

“Se continuiamo così, l’italiano sarà svanito nell’anno 2300. Al suo posto parleremo solo l’inglese”, ha dichiarato il professor Marazzini al quotidiano La Stampa.

I giovani italiani lottano per padroneggiare l’uso del congiuntivo – la forma del verbo che suggerisce che qualcosa potrebbe accadere – e alcuni lo stanno abbandonando del tutto.

Persino il tempo futuro è stato sostituito dal tempo presente. “I giovani, in particolare, tendono ora più che mai a dire  ‘Domani vengo a casa tua’  piuttosto che  ‘Domani verrò a casa tua’ ” – dice il professor Marazzini.

Un politico di alto profilo, indicato come futuro primo ministro, è stato ampiamente deriso pochi giorni fa per non aver afferrato la forma corretta del congiuntivo in un tweet scritto da lui.

Luigi Di Maio, una stella nascente all’interno del Movimento alternativo dei Cinque Stelle, ha sbagliato non solo una volta, ma tre, e ha dovuto ripetutamente correggersi nei messaggi successivi su Twitter e Facebook. In un post sulla sicurezza informatica, è inciampato più volte sul verbo “spiare”.

“Guarda, ti pagherò il doposcuola per prendere lezioni di grammatica settimanali  – gli ha scritto un altro utente – ma ti prego, basta!”

Fonte: Articolo scritto da Nick Squires e pubblicato il 17 gennaio 2017 sul sito del Telegraph

Traduzione a cura di:
Cristina Scarcia
Traduttrice
Lecce

La denuncia della Crusca

L’Accademia della Crusca denuncia: la lingua italiana è sotto assalto dal crescente numero di anglicismi, l’uso sconsiderato dei verbi ed un lessico impoverito.

Secondo il più illustre istituto linguistico del paese, l’italiano è messo in pericolo da un’ondata crescente di parole inglesi, l’abbandono dei tempi verbali e l’uso di un vocabolario sempre più ristretto, rischiando addirittura l’estinzione.

La nobile lingua di Dante e del Petrarca procede dunque verso un inesorabile involgarimento, man mano che i giovani rinunciano ad esprimersi attraverso i tempi del congiuntivo e del futuro, seminando piuttosto un linguaggio quotidiano alquanto semplicistico condito di anglicismi, anche dove ci sono alternative perfettamente adeguate nella loro lingua madre; è quello che afferma l’Accademia della Crusca, l’antica istituzione che custodisce la purezza dell’idioma italico.

“C’è stato un grande aumento nel numero di parole ed espressioni straniere e la tendenza continuerà, soprattutto con le parole inglesi”, ha dichiarato il professor Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia, fondata a Firenze nel 1582. “Ci stiamo dirigendo verso un italiano molto scarso. ”

Migliaia di parole sono a rischio di estinzione perché non vengono più utilizzate nel discorso quotidiano, afferma il professore. Tra queste includiamo: “accolito” (attendente, tirapiedi), “maliardo” (stregato), “tremebondo” (tremulo, tremante), “zufolare” (fischiare), e “abbindolare” (prendere in giro, farsi prendere per il naso).

Nel momento in cui gli italiani usano la parola “location”, stanno effettivamente uccidendo tre equivalenti nella loro lingua allo stesso modo efficaci, come luogo, sito e posto.

Quando il governo istituì una mezza dozzina di centri di accoglienza nel sud Italia per accogliere le decine di migliaia di migranti che fluivano attraverso il Mediterraneo dalla Libia, li chiamò “hot spots” invece di usare il termine italiano “centro d’accoglienza” – una decisione che è stata criticata dall’Accademia della Crusca.

Gli italiani sono stati più inclini ad adottare parole ed espressioni straniere, forse perché il paese fu fondato solo nel 1861 e il senso di nazionalità e orgoglio nazionale è inferiore a quello della Francia o della Spagna, ci fa sapere l’Accademia.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nick Squires e pubblicato il 17 gennaio 2017 sul sito del Telegraph

Traduzione a cura di:
Cristina Scarcia
Traduttrice
Lecce

Come gestire una terza lingua in un testo

Cosa succede se traducendo un testo da una lingua A a una lingua B, notiamo che il testo di partenza è fortemente condizionato anche da una terza lingua C? Come ci comportiamo?

Ovviamente ogni caso è sui generis, quindi mi soffermerei su un esempio in particolare.

Mi è capitato di tradurre per una ricerca parte di un libro francese ambientato in Corea del Sud (Ida aupaysduMatin Calme di Ida Daussy) che conteneva quindi molti riferimenti culturali e linguistici coreani. In particolare, all’interno del testo erano inseriti termini coreani scritti “alla francese”: erano cioè scritti non solo nel nostro alfabeto, ma si adattavano alle regole di pronuncia francesi. Questo significa per esempio che un termine come 라면 (leggasi /ra.mjən/) era trascritto come lamyone, per adattarsi al meglio alle regole di pronuncia francesi. Possiamo notare quindi che è stata aggiunta una e finale (che in francese non si legge e che permette così che on non si legga con suono nasale) e che la prima lettera  (che si può trascrivere sia con r sia con l a seconda della sua posizione all’interno della parola) è stata trasformata in l nonostante si trovasse a inizio sillaba, in modo che non venisse letta con la tipica r francese.

Si può essere d’accordo oppure no con la scelta dell’autrice di utilizzare un metodo di traslitterazione “inventato” e adattato alle regole di pronuncia della propria lingua invece di utilizzare il metodo di traslitterazione ufficiale, ma non è questo il punto. Durante la traduzione da francese a italiano, il traduttore non può assolutamente mantenere i termini derivanti dal coreano così come li ha inseriti l’autrice. Per un lettore italiano, infatti, una trascrizione del genere non avrebbe senso e anzi, lo allontanerebbe ancora di più dal termine originale (soffermandoci sempre sulla stessa parola presa come esempio, un lettore italiano leggerebbe infatti “lamione”). Il traduttore dovrebbe quindi scegliere di utilizzare un metodo di traslitterazione diverso che potrebbe essere o un metodo simile a quello utilizzato dall’autrice, “inventandone” uno che si adatti alle regole di pronuncia italiane, oppure utilizzare il metodo di traslitterazione ufficiale.

E qui ci troviamo davanti a un altro problema: come fa il traduttore a sapere che la traslitterazione dei termini coreani non è corretta (o almeno non per un pubblico diverso da quello francese)? Solitamente infatti si sceglie un traduttore che sia a conoscenza della lingua di partenza e della lingua di arrivo, senza tenere conto degli eventuali terzi elementi culturali presenti nel testo. Un traduttore a conoscenza della sola lingua francese, pur documentandosi sulla cultura coreana, non avrebbe potuto sapere che questi termini non seguivano la traslitterazione ufficiale del coreano e quindi avrebbe probabilmente lasciato quei termini invariati. Solamente un traduttore a conoscenza di entrambe le lingue avrebbe potuto notare questo dettaglio importante e agire di conseguenza nella stesura della traduzione italiana.

Tutto questo è per sottolineare l’importanza di tutti gli elementi linguistici e culturali all’interno del testo, che non sono mai da sottovalutare nella scelta del traduttore. In un caso come questo, è dunque necessario che il testo venga tradotto da una persona che non solo conosca alla perfezione la lingua di partenza e quella di arrivo, ma che conosca almeno un minimo anche la terza lingua presente al suo interno.

Articolo scritto da:
Marianna Demarchi
Traduttrice freelance (EN/FR>IT)
Novara

Lorenzo Tomasin: l’impronta digitale impoverisce le lingue (se non sai come affrontarla)

In che modo la tecnologia sta influenzando, e per certi versi addirittura soppiantando, la cultura umanistica? E perché da mezzo utile a tutti i saperi umani sta diventando un fine? A Pordenonelegge queste domande sono state al centro del dialogo tra Lorenzo Tomasin, professore di Filologia romanza e di Storia della lingua italiana, e Juan Carlos De Martín, professore al Dipartimento di automatica e informatica al Politecnico di Torino, a partire da L’impronta digitale (Carocci, 2017), un agile saggio scritto dal professor Tomasin che esplora l’impatto delle nuove tecnologie su istruzione, ricerca e politiche culturali.

l-impronta-digitale-cultura-umanistica-e-tecnologia-lorenzo-tomasin-184x300Noi linguisti in generale abbiamo un rapporto un po’ ambiguo con la tecnologia: non possiamo farne a meno nella vita e nel lavoro quotidiani, però ne abbiamo un certo timore (l’ombra della traduzione automatica aleggia su di noi!); sappiamo che ci offre tantissime opportunità, dalla localizzazione agli strumenti per l’insegnamento delle lingue, ma può sottrarci il piacere di creare prodotti “di qualità artigianale”; ci serve per tenerci in contatto e aggiornati quando tendiamo a isolarci, ma ci ruba moltissimo tempo e concentrazione. Insomma: mi interessava approfondire questo rapporto dialettico e altalenante tra linguisti e tecnologia, e l’incontro L’impronta digitale ha offerto tantissimi spunti in questo senso (e non solo).

Per dare ulteriore corpo a questa ricchezza di stimoli, Linguaenauti ospita il professor Tomasin, che ci regala il suo punto di vista su alcune questioni che riguardano tutti noi linguisti del XXI secolo.

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A Pordenonelegge ha sottolineato come oggi la cultura dominante sia quella tecnologica, da alcuni considerata una sorta di “latino del XXI secolo” per l’importanza culturale che ha assunto. Pensa che il linguaggio tecnologico stia diventando una lingua comune vera e propria, che esclude dal progresso chi non è in grado di parlarla?

Chi ha proposto l’immagine del “latino del XXI secolo” (l’ingegnere direttore di un importante Politecnico svizzero) non pensava tanto al linguaggio tecnologico, quanto alle conoscenze informatiche nel loro complesso che, secondo lui, danno oggi accesso al potere e alla ricchezza come avrebbe fatto un tempo il latino. Ora, è ben vero che il latino poteva costituire un requisito per l’accesso a posizioni di potere, ma il senso della sua centralità nel sistema educativo non era certo questo. Chi oggi propone un sistema basato sul predominio delle tecniche (non più delle scienze o delle conoscenze) utili a fare qualcosa – e in particolare a conquistare le leve di ricchezza e potere – ha evidentemente un’idea di cultura che è quello caratteristico della mentalità tecnologica. Ed è all’opposto della mentalità scientifica e umanistica sulla quale abbiamo costruito i nostri valori di civiltà.

Citando Panofsky ci ha ricordato  che l’umanista “è colui che contesta l’autorità e rispetta la tradizione”. Secondo lei, quale autorità e quale tradizione si trovano di fronte gli umanisti, o aspiranti tali, di oggi? E come possono contestare la prima rispettando la seconda?

Il modello culturale oggi dominante, martellato da un’insistente propaganda tecnocentrica che mitizza la rivoluzione informatica ed emargina il ruolo dell’attività intellettuale e speculativa non ancorata alla tecnologia, rappresenta oggi uno dei più potenti strumenti di condizionamento mentale. Tale modello culturale, tra l’altro, nega il valore della tradizione in nome di un’idea rozza e quasi violenta del progresso, che considera il passato inutile e il solo presente degno d’attenzione. È contro questa autorità che oggi la cultura umanistica può (e secondo me deve) esercitare la propria funzione di critica, di de-mitizzazione, e di smascheramento. È lo stesso spirito che spinse i pionieri della rivoluzione scientifica a contestare i dogmatici modelli scolastici: in un certo senso, per rovesciare la provocatoria frase da cui siamo partiti, l’aristotelismo e il geocentrismo dei nostri tempi sono costituiti dal presentismo dominante nella cultura tecnologica e dall’idea che – come è stato scritto in un famoso articolo uscito qualche anno fa su Wired– il diluvio dei dati rende obsoleto il metodo scientifico e l’elaborazione teorica.

Nel corso della sua discussione con Juan Carlos De Martín ha commentato l’uso ormai diffusissimo dell’inglese come lingua unica, veicolo della contemporaneità, affermando che non riesce a immaginare “come un mondo che parla una sola lingua possa essere migliore di un mondo che ne parla cinque o sei”. In che modo il plurilinguismo è un valore, in un contesto che va verso la semplificazione comunicativa a tutti i costi?

L’affermazione di un modello rigidamente monolingue (solo inglese) nel dibattito scientifico, nella produzione intellettuale e nella pratica dell’insegnamento rappresenta uno dei sintomi più preoccupanti dell’oscurantismo odierno e della rozzezza culturale delle classi dirigenti. La pluralità delle lingue nel dibattito intellettuale – che crea, certamente, difficoltà pratiche e ostacoli, ma favorisce anche la maturazione di punti di vista diversi, di legami con una molteplicità di tradizioni, insomma di una vera pluralità culturale – viene percepita (soprattutto dai tecnologi e dai tecnocrati) come nulla più che un fastidioso contrattempo, che è necessario eliminare per concentrarsi sugli aspetti puramente tecnici, i quali peraltro richiedono non una vera lingua universale, ma il simulacro impoverito e azzoppato di una lingua: è l’inglese dei tecnici, spesso stravolto e ridotto a larva di una lingua. Possiamo davvero rischiare di andare verso un mondo in cui quella lingua divenga l’unico veicolo del dibattito scientifico?

Tra i traduttori si discute, a volte con entusiasmo e spesso con timore, dell’avanzare dell’intelligenza artificiale e in particolare degli strumenti di traduzione assistita e automatica. Pensa che in una disciplina come la traduzione l’impronta digitale arriverà mai a sostituire quella umana?

In questo come in molti altri casi, molto dipende dall’atteggiamento con cui ci si pone di fronte alla risorsa tecnologica: se si assume un punto di vista tipicamente umanistico ed ecologico (perché basato sulla sostenibilità delle scelte), la tecnologia può aiutare il plurilinguismo sostenendolo e rafforzandolo, e valorizzando il lavoro – comunque insostituibile – della traduzione umana, che è un lavoro culturale prima e più che semplicemente tecnico. Se invece si concepisce la tecnologia nel modo tipico in cui l’ha concepito la tradizione ingegneresca, cioè come uno schiacciasassi utile solo a spianare la strada a un malinteso progresso, si rischia di fare del linguaggio ciò che tecnica e tecnologia hanno fatto del paesaggio, dell’ambiente e di tanti aspetti della vita sociale: un campo di battaglia disseminato di danni talora irreversibili. Che nel caso delle lingue consistono nella distruzione della diversità culturale, nell’impoverimento delle risorse linguistiche, nella morte delle lingue o nel loro abbassamento a dialetti in via d’estinzione.

Dall’incontro di Pordenonelegge è emerso come nel XXI secolo il mondo umanistico e quello tecnologico non siano in realtà contrapposti o legati rispettivamente al passato e al futuro, come spesso vengono percepiti, ma necessariamente complementari e contemporanei. Da professore di filologia, che consiglio può dare ai ragazzi che si sentono attratti dagli studi umanistici ma temono di rimanere tagliati fuori dalla cultura tecnologica oggi così dominante?

Il consiglio è quello di non farsi ammaliare da mode e retoriche dominanti ma effimere. Qualche decennio fa, un grande fascino aleggiava su facoltà e percorsi di studi che, essendo stati concepiti in modo troppo ancorato ad un tornaconto immediato e irresponsabile, sono presto decaduti divenendo emblemi di pratiche inquinanti, o economicamente fallimentari, o distruttive e perciò superate. Gli studi umanistici (veri), come quelli scientifici (veri), sono sottratti a questa sorta di razzìa culturale, che oggi attraversa la tecnologia presentandola come la chiave del futuro, mentre al massimo servirà a porre le basi per i problemi – e forse i disastri – di un domani abbastanza vicino. Per poi forse cadere nella desuetudine e nel discredito generale.

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Lorenzo Tomasin è dal 2012 professore ordinario di Storia della lingua italiana, e dal 2014 di Filologia romanza presso l’Università di Losanna. Autore di un centinaio di articoli scientifici e una decina di volumi, codirige una Storia dell’italiano scritto pubblicata da Carocci, di cui sono usciti finora tre volumi (2014). Contributore regolare delle pagine letterarie del Sole-24ore e del Corriere del Ticino, è esperto per la letteratura in lingua italiana della Pro Helvetia Stiftung (Zurigo) e membro della Giuria dei Letterati del Premio Campiello Letteratura. Per Carocci ha pubblicato nel 2017 L’impronta digitale. Cultura umanistica e tecnologia.

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Book Pride (Genova, 28-30/9)

Dal 28 al 30 settembre torna per la seconda volta a Genova, nella prestigiosa sede di Palazzo Ducale, Book Pride, la fiera nazionale dell’editoria indipendente organizzata da ODEI.

Vi segnaliamo alcuni incontri dedicati alla traduzione.

Venerdì 28 settembre

Ore 17: Parole viventi, Sala Liguria, a cura di Manni. Sguardi viventi — edoardo sanguineti. Edoardo Sanguineti è stato poeta, scrittore, traduttore, critico, politico, con incursioni nel teatro, nella musica, nelle arti visive; a Genova ha insegnato all’Università dal 1974 al 2000, ed è stato candidato sindaco nel 2006. Novissimum testamentum, del 1986, è stato uno dei primi titoli di Manni, che ha in catalogo altri sei libri di Sanguineti e con quest’incontro vuole ricordare la multiforme e sfaccettata personalità di uno dei più grandi intellettuali del Novecento. Con Marco Berisso, Giuliano Galletta, Erminio Risso ed Enrico Testa.

Sabato 29 settembre

Ore 12: Parole viventi, Sala Munizioniere, a cura di BOOK PRIDE. Lingua vivente — il francese. Ogni lingua è un animale. Qualcosa di vivo e in divenire, una sostanza selvatica che proviamo invano (per fortuna) a domare. Ad avere a che fare con questo animale sono tutte le persone che parlano e che scrivono. Tra queste, al traduttore letterario tocca il compito di percorrere quel ponte di corda che collega una lingua di partenza a una d’arrivo. A dialogare sulla vitalità e sulle peculiarità del francese letterario, Lorenzo Flabbi – traduttore, tra gli altri, di Annie Ernaux – e Gabriella Bosco – traduttrice, tra gli altri, di Philippe Forest. Con Gabriella Bosco e Lorenzo Flabbi. Modera Filippo D’Angelo.

Ore 18: Forme del male, Kids in the City, a cura di Meltemi. La verità vincerà di Luiz Inácio Lula da Silva. Primo presidente brasiliano di sinistra a cinquant’anni dalla destituzione forzata di João Goulart, capo dello Stato per due mandati consecutivi, primo ex presidente a finire in carcere per reati comuni. Luiz Inácio Lula da Silva – per tutti Lula – racconta le sue verità nel primo libro-intervista a essere tradotto in italiano. Dall’attività sindacale alla recente inchiesta Lava Jato, l’ex presidente brasiliano ripercorre la sua parabola politica e consegna alla storia la sua versione dei fatti. Con la traduttrice Ada Milani e Bruno Barba.

Ore 19: Parole viventi, Sala Storia Patria, a cura di BOOK PRIDE. Sguardi viventi — David Foster Wallace. Scomparso nel settembre del 2008, David Foster Wallace è probabilmente lo scrittore che più ha influenzato i narratori della sua generazione, lasciandosi percepire come una specie di fratello maggiore, qualcuno che a partire da un’intelligenza prodigiosa ha avuto la capacità di guardare il reale in tutta la sua strutturale complessità. A dieci anni dalla sua morte, BOOK PRIDE vuole ricordare l’autore di Infinite Jest e di Una cosa divertente che non farò mai più attraverso un dialogo che coinvolge Daniele Giglioli e Martina Testa, che di David Foster Wallace è stata traduttrice. Modera l’incontro Francesco Guglieri.

Domenica 30 settembre

Ore 12: Parole viventi, Sala Minor Consiglio, a cura di Il Canneto. Montale, L’oscura primavera di Sottoripa e Quaderno di traduzioni. Il legame con la Liguria – una terra che, logorata dal progresso e dall’inevitabile scorrere della vita umana, non è possibile rivivere se non attraverso i ricordi di gioventù – e quello con le letterature straniere: due punti di vista per raccontare il Montale uomo, oltre che il Montale poeta, con le sue umane contraddizioni e le sue passioni meno note. Con Bianca Montale e Stefano Verdino.

Ore 12: Parole viventi, Sala Munizioniere, a cura di BOOK PRIDE. Lingua vivente — l’inglese. Ogni lingua è un animale. Qualcosa di vivo e in divenire, una sostanza selvatica che proviamo invano (per fortuna) a domare. Ad avere a che fare con questo animale sono tutte le persone che parlano e che scrivono. Tra queste, al traduttore letterario tocca il compito di percorrere quel ponte di corda che collega una lingua di partenza a una d’arrivo. A dialogare sulla vitalità e sulle peculiarità dell’inglese letterario, Fabio Cremonesi – traduttore, tra gli altri, di Kent Haruf – e Martina Testa – traduttrice, tra gli altri, di Jennifer Egan e David Foster Wallace. Modera l’incontro Violetta Bellocchio.

Ore 14: Parole viventi, Sala Camino, a cura di BOOK PRIDE. Le molte vite del romanzo italiano — La narrativa italiana contemporanea: lingua, forme, immaginazione. La narrativa italiana contemporanea c’è, è presente, è articolata e complessa, eppure – come una voce alla quale viene dedicato poco o nessun ascolto – continua a essere solo relativamente percepita. Daniele Giglioli — critico letterario e docente di Letterature Comparate presso l’università di Bergamo — ed Enrico Testa — poeta e docente di Storia della lingua italiana presso l’università di Genova — dialogano su quell’organismo vivente, l’italiano letterario, composto di lingua e immaginazione. Modera l’incontro Filippo D’Angelo.

Ore 16: Parole viventi, Sala Storia Patria, a cura di L’orma. Il suono di una lingua magica: Acque strette di Julien Gracq. Presentazione in anteprima assoluta di Acque strette di Julien Gracq, finalmente tradotto in italiano dopo più di quarant’anni di esitazioni editoriali. È stato a questo breve libro che l’autore (in Francia considerato un maestro di stile alla pari di Camus e Proust) ha affidato le sue pagine più trasparenti e dense. Forse – in assoluto – le più belle. Cercheranno di districarsi in questa prosa lussureggiante e sorvegliatissima il critico e scrittore Filippo D’Angelo e il traduttore e editore del testo Lorenzo Flabbi.

Ore 17: Parole viventi, Sala Minor Consiglio, a cura di Sellerio. Una variazione di Kafka. La storia di un’ossessione da lettore che molto ci dice sul potere straordinario della letteratura e delle parole che la compongono. Il lettore è Adriano Sofri, il libro – anzi il racconto – è La metamorfosi di Franz Kafka. Sofri lo percorre da una lingua all’altra, da una traduzione all’altra, da una edizione all’altra, nel tentativo di risolvere il mistero di un errore di stampa troppo strampalato per non destare attenzione. Fino a convincersi che non è affatto un errore, ma una variazione voluta dallo stesso Kafka. Un giallo delle parole che è anche frammento autobiografico di Sofri. L’autore Adriano Sofri dialoga con Christian Raimo.

Ore 18: Futuro presente, Kids in the City, a cura di Safarà. Amatka di Karin Tidbeck. Adorata da Jeff VanderMeer, accostata dal Guardian a giganti della letteratura come Le Guin, Kafka e Borges, Karin Tidbeck ha scritto una distopia acuta e bizzarra, che evoca con precisione una realtà sempre più inquietante. Amatka è una storia che esplora le possibilità più estreme del linguaggio, un’indagine romanzesca sulla potenza creatrice della parola. La traduttrice ed editrice Cristina Pascotto dialoga con Violetta Bellocchio.

Programma completo.

 

Si può sopprimere un cadavere? Risponde la Crusca

“Soppressione di cadavere” è una locuzione sentita in resoconti di cronaca nera, ma presente anche nel Codice penale italiano. Si può usare legittimamente o no?

Il verbo sopprimere deriva dal latino supprĭmere ‘trattenere, impedire’, composto di sub- ‘sotto’ e prĕmere ‘schiacciare, premere’ (cfr. DELI), da cui si è formato il sostantivo soppressione attestato in italiano già a partire dal XVI secolo. Nel linguaggio comune il verbo è usato principalmente in due differenti accezioni, ricche però di sfumature, che riprendiamo dal Devoto-Oli 2018:

Abolire ciò che era stato istituito o disposto precedentemente, annullare, abrogare, revocare: sopprimere una cattedra, un ufficio || Eliminare per ragioni di opportunità o convenienza, cancellare: sopprimere una clausola contrattuale; sopprimere le scene scabrose di un film || Impedire la pubblicazione di un testo o la realizzazione di un programma con un atto d’autorità: sopprimere una rivista, uno spettacolo.
Eliminare fisicamente, uccidere, ammazzare: sopprimere un animale malato; sopprimere un ostaggio, un testimone.
Esiste un terzo significato ormai in disuso e segnalato come arcaico di ‘calpestare, calcare’, semanticamente vicino alla derivazione latina. È in questa accezione che il verbo viene attestato per la prima volta nel XIV canto dell’Inferno dantesco (1313): lo spazzo era una rena arida e spessa | non d’altra foggia fatta che colei | che fu da’ piè di Caton già soppressa.

Consultando il GDLI, dizionario storico dell’italiano, troviamo inoltre sopprimere nel significato tecnico di ‘sottrarre un oggetto e in particolare un documento (senza distruggerlo, ma occultandolo o alterandolo) al previsto uso o destinazione (e un tale comportamento costituisce per lo più reato)’. La soppressione di corrispondenza è oggi un reato stabilito dall’articolo 616 del Codice penale italiano e consiste nel sottrarre e far sparire la corrispondenza diretta a terze persone.

Anche il sostantivo soppressione ha diverse accezioni derivate dal verbo e molti usi tecnici,oltre che nel diritto, in medicina, genetica, psicologia.

Nella banca dati Vocanet-LGI dell’ITTIG Istituto di Teoria e Tecniche dell’Informazione Giuridica, che raccoglie dati del lessico giuridico italiano a partire dal 960, troviamo occorrenze di sopprimere e soppressione già dal XVII secolo. Oggi sia il verbo sia il sostantivo si trovano con alta frequenza nel linguaggio giuridico in tutte le accezioni indicate nel Devoto-Oli 2018 (a eccezione dei significati tecnici di altre discipline e dell’arcaico ‘calpestare’ di uso dantesco):

Posta questa premessa, il provvedimento di rimessione deduce che la norma censurata ha disposto la soppressione degli enti pubblici economici statali denominati Stazioni Sperimentali per l’industria […](Corte Costituzionale, sentenza n. 86 del 2017).

[…] a seguito della modifica legislativa intervenuta nel 1974, è stata completamente soppressa la frase secondo cui «le diverse violazioni si considerano come un solo reato […] (Codice penale, art. 81, Concorso formale. Reato continuato).

Il concorso causale della condotta del pubblico ministero e della polizia, che decisero l’intervento con la forza per liberare ostaggi sequestrati da detenuti in rivolta, e lo organizzarono e diressero in modo caotico e inefficace, nel processo causale di soppressione degli ostaggi, legittima la concessione delle attenuanti generiche a favore dell’imputato di omicidio volontario (Corte d’Assise di Genova, sentenza 17 febbraio 1978).

Si sopprimono istituzioni, uffici e posizioni lavorative ma anche parole, articoli, commi e infine le festività e, quando purtroppo è il momento, gli animali; il contesto è quasi sempre sufficiente a suggerire e disambiguare i diversi significati, tutti impiegati, più o meno frequentemente, anche nel linguaggio comune.

A fianco delle accezioni più note esiste, esclusivamente nel linguaggio giuridico, la locuzione soppressione di cadavere, oggetto dei dubbi dei nostri lettori. Se consideriamo i significati comuni già visti del verbo sopprimere è naturale che l’espressione sopprimere un cadavere susciti qualche perplessità; l’ambiguità semantica è alta e, nel tentativo di ricostruire il senso partendo dai significati delle singole parole che compongono la locuzione, viene da chiedersi se sia mai possibile abrogare, revocare, impedire la pubblicazione o addirittura uccidere un cadavere. No, naturalmente. All’interno della locuzione, sopprimere e soppressione assumono un significato diverso. Soppressione di cadavere è propriamente un tecnicismo specifico del diritto che indica il ‘reato consistente nel celare un cadavere, una parte di esso o le sue ceneri’ (cfr. GRADIT), definito dall’articolo 411 del Codice penale:

Chiunque distrugge, sopprime o sottrae un cadavere, o una parte di esso, ovvero ne sottrae o disperde le ceneri, è punito con la reclusione da due a sette anni. La pena è aumentata se il fatto è commesso in cimiteri o in altri luoghi di sepoltura, di deposito o di custodia. Non costituisce reato la dispersione delle ceneri di cadavere autorizzata dall’ufficiale dello stato civile sulla base di espressa volontà del defunto.

Si verifica dunque una estensione del significato comune di sopprimere: da ‘eliminare, cancellare in parte, abrogare’ (un’istituzione, una parte di un testo ecc.) a ‘far sparire, nascondere, occultare’, nel caso specifico un cadavere; in un certo senso, così come si può “far sparire” un ente, una posizione lavorativa, un articolo di un testo di legge, lo stesso si può fare per un corpo. Tale significato esiste unicamente all’interno della locuzione tecnica, che va però considerata nella sua interezza, nell’insieme delle parole che la compongono. È un fenomeno frequente nel linguaggio giuridico e in generale in tutti i linguaggi specialistici. Semanticamente ci avviciniamo all’accezione di sopprimere trovata nel GDLI e che rimanda al reato di soppressione di corrispondenza visto prima o a quello di soppressione di stato, altra locuzione giuridica che denota il ‘reato commesso da chi occulta la nascita di un bambino non facendone denuncia allo stato civile’ (cfr. GRADIT), disciplinato dall’articolo 566 del Codice penale. Dunque, come vediamo, sopprimere e soppressione sono termini assai produttivi nel lessico giuridico e hanno dato vita a diversi tecnicismi specifici.

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