I caratteri cinesi? Non li conoscono più nemmeno i cinesi

Il cinese è così difficile che non lo sanno nemmeno i cinesi – almeno, se ci si limita al campo della scrittura. Lo dimostra questo istruttivo video di Asian Boss: in una normale strada cinese l’intervistatrice, anche lei cinese, ferma degli ignari passanti (cinesi), li interroga sulle loro competenze grammaticali di cinese (e tutti sostengono di essere ferrati) e poi, perfida, li sottopone al test di cinese: devono scrivere, senza errori, qualche parola di uso comune.

Risultato? Nessuno riesce a imbroccarle tutte.

Come è possibile? Da un lato – e vanno perdonati per questo – il sistema di scrittura cinese è complicato e, soprattutto, è stato creato apposta per esserlo. Con i suoi 50mila caratteri (ma secondo altri sono ben 80mila) non consente di essere conosciuto nella sua interezza. Un vocabolario normale ne comprende 20mila, mentre una persona, per esprimersi con correttezza e pienezza in tutte le situazioni della vita, può accontentarsi di ottomila. Per leggere un giornale ne servono solo due-tremila. A noi, per fortuna, bastano 26 segni per poter descrivere tutte le parole esistenti (e anche quelle inesistenti).

Dall’altro lato, nell’iperdigitalizzata Cina, la scrittura a penna (mezzo usato nel video) è utilizzata solo a scuola. Una volta fuori, tutti scrivono e comunicano solo attraverso strumenti elettronici, smartphone e computer. Questo permette loro di mantenere inalterata la loro capacità di leggere e riconoscere i segni, ma di perdere quella di elaborarli. “Quante stanghette ha “uccello”?”. Tante, visto che il segno è questo: 鳥. E in cinese semplificato è questo: 鸟.

Insomma, un po’ la tecnologia, un po’ la lingua stessa costringono i cinesi a fare errori più o meno ogni volta che scrivono a penna. Un problema che quaggiù, dal basso della nostra semplice e democratica scrittura alfabetica, non abbiamo (forse).

Come è possibile? Da un lato – e vanno perdonati per questo – il sistema di scrittura cinese è complicato e, soprattutto, è stato creato apposta per esserlo. Con i suoi 50mila caratteri (ma secondo altri sono ben 80mila) non consente di essere conosciuto nella sua interezza. Un vocabolario normale ne comprende 20mila, mentre una persona, per esprimersi con correttezza e pienezza in tutte le situazioni della vita, può accontentarsi di ottomila. Per leggere un giornale ne servono solo due-tremila. A noi, per fortuna, bastano 26 segni per poter descrivere tutte le parole esistenti (e anche quelle inesistenti).

Dall’altro lato, nell’iperdigitalizzata Cina, la scrittura a penna (mezzo usato nel video) è utilizzata solo a scuola. Una volta fuori, tutti scrivono e comunicano solo attraverso strumenti elettronici, smartphone e computer. Questo permette loro di mantenere inalterata la loro capacità di leggere e riconoscere i segni, ma di perdere quella di elaborarli. “Quante stanghette ha “uccello”?”. Tante, visto che il segno è questo: 鳥. E in cinese semplificato è questo: 鸟.

Insomma, un po’ la tecnologia, un po’ la lingua stessa costringono i cinesi a fare errori più o meno ogni volta che scrivono a penna. Un problema che quaggiù, dal basso della nostra semplice e democratica scrittura alfabetica, non abbiamo (forse).

Perché lo spagnolo ha la punteggiatura invertita (e perché dovrebbe abbandonarla)

Tutti hanno notato che le domande e le esclamazioni sono precedute da segni come ¿ e ¡, un uso poco diffuso nel resto del mondo e del resto in calo nella stessa Spagna. Forse è tempo di voltare pagina

26 Settembre 2018 – 05:54

Non è l’unica lingua a farlo, ma quasi. Lo spagnolo ha, tra le sue regole, quella di mettere punti esclamativi e di domanda (ma rovesciati) anche all’inizio della frase. Una frase del tipo Come stai? Diventerebbe, in italiano, ¿Come stai?, con effetti un po’ disorientanti, ma nemmeno troppo.

La regola è antica: vennero consigliati dalla Real Academia Española nel 1754 nel suo prontuario di ortografia del castigliano, ma entrarono nell’uso dopo molto tempo. E, a dire la verità, non sembra che abbiano intenzione di resistere ancora a lungo: sono sempre di meno le situazioni in cui le persone rinunciano alla punteggiatura invertita, a partire dalle chat sui social.

L’idea originaria, poi, è stata tradita fin dall’inizio. Nel 1668 il filosofo inglese John Wilkins aveva proposto di usare il segno esclamativo invertito (questo: ¡) per le frasi ironiche – a quanto sembra, nemmeno all’epoca chi leggeva riusciva sempre a coglierla – ma il suo suggerimento rimase inascoltato. Gli spagnoli decisero, nemmeno fosse un linguaggio di programmazione, di riprenderlo e metterlo all’inizio di frase esclamativa. Così come il punto di domanda rovesciato sarebbe stato a inizio di frase interrogativa.

Secondo alcuni renderebbe più semplice la lettura (“Così capisco prima che è una domanda, o un’esclamazione”, dicono), ma la verità è che si tratta di un orpello inutile. Tutti i lettori del mondo sono in grado di capire il senso e l’intonazione di una frase senza avere una marca iniziale. Tanto è vero che oltre allo spagnolo usano questi segni solo lingue che hanno legami culturali con la Spagna: cioè il Galiziano (ma hanno cambiato anche loro), il Catalano (con alcune eccezioni) e il Waray (che parlano nelle Filippine).

E poi gli spagnoli stessi, a partire da alcuni sudamericani come Pablo Neruda, si stanno via via allontanando dall’uso. Perché il progresso, arrivato alla fine anche laggiù, è anche questo.

Le insidie della traduzione letterale

Quanto spesso ti è capitato di leggere un libro di un autore straniero? Lo leggi in versione originale o tradotto nella tua lingua madre?  Hai mai pensato a quante opere letterarie sarebbero sconosciute ai più senza il lavoro dei traduttori, che aprono a tutti il mondo virtuale creato dalle pagine dei libri? La traduzione letterale è un arte; essendo creatività, è del tutto incompatibile con il letteralismo.  Quindi che cosa accade? Il traduttore si trasforma improvvisamente in un vero e proprio scrittore, con il compito di riscrivere il libro daccapo per i lettori della sua lingua. Ovviamente, senza il ‘dono dello scrittore’, questo compito non risulta semplice. Ecco perché i traduttori considerano questo tipo di traduzione una delle più difficili della professione. Non può essere paragonata ad una traduzione per delle trattative d’affari, dove le frasi ufficiali devono dare l’informazione che l’altra persona si aspetta. È diversa dall’interpretariato, dove è importante rispondere rapidamente con delle parole esatte, ma dove l’armonia della frase è un fattore secondario.  La traduzione letterale, in qualunque lingua, deve preservare interamente l’atmosfera della storia e lo stile dell’autore.

A proposito, ci hai mai pensato? Ogni volta che hai espresso la tua ammirazione verso uno scrittore straniero, stavi in realtà elogiando le capacità del traduttore che ha reso il testo nella tua lingua. Rendere il testo fruibile e interessante, conservare lo stile originale e rispettare l’idea dell’autore fanno parte delle abilità del traduttore. Ogni traduttore deve padroneggiare la teoria e la pratica della traduzione letterale per tutta la vita. Non è un mistero il fatto che la traduzione letterale abbia differenti caratteristiche e che nasconda, ovviamente, molte insidie.  Per prima cosa, la totale assenza di letteralismo. Questo tipo di traduzione non deve essere letterale e non deve avvenire parola per parola. Questo fattore è  da sempre causa di disaccordo tra studiosi e traduttori.

In secondo luogo, la traduzione di aforismi e frasi idiomatiche.  Anche se quest’ aspetto è in realtà meno complicato di quanto possa sembrare a prima vista, richiede un vocabolario vasto e la disponibilità di un dizionario specializzato. Un’altra insidia è l’uso delle parole per creare umorismo. La presenza di umorismo o ironia nel testo di partenza rende il processo di traduzione molto più interessante. Il traduttore deve essere abile a mantenere il tono ironico voluto dall’autore. Infine, un’altra insidia è la conformità di stili, culture ed epoche. In questo caso, il traduttore letterario si trasforma in ricercatore. Tradurre un testo di un’epoca o di una cultura diversa può risultare difficile se si ha una scarsa familiarità con esse. Il discorso non cambia: un buon traduttore deve avere talento. Perchè, senza talento, non riuscirà mai a creare dei testi che suscitino piacere e meraviglia nei propri lettori.

Fonte: Articolo scritto da Arsenii Shack e pubblicato nell’ottobre 2015 sul Translation Journal

Traduzione a cura di:
Marco Liguori
Traduttore e Adattatore
Napoli

La retorica delle notti insonni (ovvero perché lavorare troppo non ci rende affatto più fighi)

C’è una cosa che di sicuro vi sarà capitata frequentando dei freelance o peggio ancora dei traduttori (editoriali in primis): gironzolando per le loro bacheche di Facebook, almeno una volta, ma forse anche due, ma magari anche tre, vi sarà capitato di leggere: “e pure stanotte ho lavorato fino alle quattro (quattro punti esclamativi)”, o “l’ennesima notte insonne ma finalmente ho consegnato (smiley smiley faccina con le Zzzz faccina triste)”, o qualunque lieve variante di queste affermazioni.

A me capita spessissimo, ad esempio, quando l’algoritmo di FB mi ripropone i miei ricordi degli anni passati (grazie, Zuck, perché mi ricordi che facevo una vita da cani anche nel 2013, sei sempre un amico). E più guardo quei post, più mi sembra che ci sia, in quelle confessioni, un certo autocompiacimento. Come se lavorare anche di notte fosse di per sé un traguardo. Come se farlo ci rendesse migliori, più affidabili, più performanti di chi invece di notte, banalmente, dorme (o fa l’amore o coccola il gatto o legge romanzi di Salman Rushdie, insomma fa cose più utili che macinare cartelle). Come se ci fosse qualcosa di nobile, in fondo, nel non toccare il cuscino per settimane, se non fugacemente e rigorosamente sognando il romanzo che stiamo traducendo.

Il cammino neocatecumenale

Perché, mi chiedo, siamo diventati così? Quand’è che ci siamo trasformati in neocatecumenali della cultura, per cui solo la sofferenza autoinflitta, possibilmente fine a se stessa, ci avvicina al Dio della Letteratura o al Nostro Signore della Gloria Sempiterna Senza Scopo Reale Stachanov? Perché ci coroniamo il capo di spine letterarie e/o linguistiche, e poi mostriamo al mondo le stimmate, convinti di meritarci pure un applauso? Da quand’è che lavorare di notte è diventato una cosa da fighi che reinventano il concetto di resilienza invece di essere quello che è, cioè la condanna dello sfigato che ha un lavoro più sfigato di lui?

Perché diciamoci la verità, se lavoriamo sforando regolarmente le canoniche 7-8 ore al giorno e le 40 a settimana, qualcosa che non funziona c’è.

A meno che non sia una scelta (magari l’atmosfera notturna ci piace, ci si addice, e lavoriamo in una soffitta parigina con una candela accesa e il fantasma di una fanciulla dai capelli preraffaeliti a farci compagnia, e in quel caso, oh, buon per noi), e a meno che non si sia assunti come DJ nelle discoteche, di solito si arriva a lavorare di notte per due ragioni fondamentali:

  • Il primo caso è quello dei disorganizzati. Che cincischiano durante il giorno, perdono tempo su Facebook e YouTube e alle nove di sera si rendono conto di non aver fatto quello che avrebbero dovuto. Ergo, alle tre sono ancora davanti al computer, lavorando in sostanza di notte anziché di giorno. In questo caso si tratta appunto di disorganizzazione, che per un freelance è tipo la kryptonite per Superman, quindi non c’è da vantarsene, ahimè.
  • Il secondo caso è quello di chi lavora di notte per guadagnare abbastanza. I suoi committenti lo pagano poco, quindi per mantenersi deve aumentare il numero di ore lavorative, lavorando dunque sia di giorno che di notte. È una condizione molto triste, e purtroppo molto comune. Ma di nuovo, perché farne una medaglia? Non è bello, non è giusto, non è sano. Forse siamo costretti a vivere così. Ma non c’è niente di romantico nella consapevolezza di trovarsi all’interno di un sistema malsano di sfruttamento, niente di cui essere orgogliosi.

Ora, lungi da me fare la maestrina e dirvi come dovete comportarvi, come dovete lavorare e quanto e come dovete scriverne sui social. Come dicevo, è più che altro a me (alla me del 2013 che Zuck si ostina a ripropormi, quella stupida che continua a ripetere che “finalmente quest’anno andrò in vacanza!” e poi non ci va mai perché le piace la gloria del lavorare sempre, lavorare di più) che mi rivolgo. Però, però.

Non vi sembra, se vi guardate dentro con un po’ di spirito critico, se fissate senza aspettative nel sacro vuoto della buddhità che ogni essere umano porta nell’animo, che un po’ ci caschiamo tutti, in questa trappola della gloria del sacrificio? È vero, il nostro è un lavoro che amiamo, che ci appassiona, che ci dà molte soddisfazioni, e che richiede tempo, dedizione, studio costante, ed è vero, a volte tutto questo ci piace dirlo. Ci piace ribadirlo. Ci piace che gli altri lo sappiano.

Il bello della vita da freelance

Il nostro non è, e non può essere, un mestiere “dalle 9 alle 5”, che possiamo accantonare fino al giorno dopo una volta chiuso Word (o InDesign, o Trados). È un mestiere che ci infesta, come fanno gli spiriti nelle case inglesi, che ci viene a tirare i capelli di notte per suggerirci una parola, un giro di frase che funziona bene, meglio almeno di quello che avevamo scelto all’inizio, e che quindi ci costringe ad aprire gli occhi all’alba per appuntarlo. È anche un mestiere adrenalinico,perché ci costringe a migliorarci costantemente, ci mette alla prova, ci mantiene all’erta, ci obbliga a sfidare i nostri limiti e superarli. Ed è  un mestiere che richiede di dominare la sacra arte del compromesso e della resa, sia nel suo svolgimento quotidiano, sia nell’organizzazione della vita: è capitato a me, capiterà a tutti, di organizzare una gita per il ponte del 2 giugno, o magari invece di avere un calendario pienissimo e che allora, proprio allora, arrivi un’offerta che non si può rifiutare, con tanto di testa di cavallo mozzata (metaforica) (spero) (che ne so, mica li conosco i vostri committenti) (Oddio, ma che gente frequentate??) sul letto.

E in quel caso sì, allora si fanno le ore piccole, si chiede aiuto alla babysitter e si giura alla moglie che ci faremo perdonare per quella gita saltata. Ci sta, tutto questo, in questo mestiere come in quello di ogni freelance, lo so benissimo. Quello che non so più, che non capisco più, è perché finora non sia riuscita a vederlo come un problema, e l’abbia trattato come una medaglia delle Giovani Marmotte che il Gran Mogol mi avesse appuntato personalmente sul petto, e di cui quindi, da brava Quo quale sono, andavo molto, molto, molto fiera.

Qualcosa non va (ammettiamolo)

Non sono riuscita a vedere che fare le ore piccole per il puro gusto di dire di fare le ore piccole mi rende anche meno produttiva, meno efficace, meno felice di fare quel lavoro che tanto mi piace (e questo è il nocciolo di tutto: è solo qui, in una riga volante alla fine, ma è il nocciolo di tutto). Senza lo spazio creativo dell’ozio, senza il respiro calmo del riposo, senza la rigenerazione della creatività, d’altronde, non diventiamo soldatini più efficienti, ma traduttori peggiori: essere bravi nella nostra professione significa anche imparare a lavorare bene quando lavoriamo e a non lavorare quando non dovremmo lavorare.

Lavorare di notte non è figo e non ci rende persone migliori. A volte ci capiterà di farlo comunque, d’accordo: ma che non sia un comportamento da imitare dovremmo riconoscerlo tutti, o almeno tutti quelli di noi che sono abbastanza maturi da riconoscere che spingere troppo sull’acceleratore non può essere una soluzione produttiva sul lungo periodo: è biologicamente impossibile.

E se poi la notte lavorate perché siete insonni e non sapete come occupare il tempo, fatevi un favore: leggete L’ozio come stile di vita, del gaudente, dandy a bon viveur inglese Tom Hodgkinson (trad. Carla Capararo). Mi ringrazierete.

E magari, alla fine, vi ritroverete in un cottage sperduto nella campagna inglese ad allevare pecore. Ma va bene comunque: se non altro c’è di buono che, a differenza delle traduzioni, le pecore, di notte, dormono.

Wole Soyinka: la lingua non basta

Lo ammetto: non conoscevo Wole Soyinka, scrittore e drammaturgo nigeriano premio Nobel per la letteratura nel 1986. Ma il bello dei festival letterari in generale e di pordenonelegge in particolare è anche questo: ti permette di scoprire e di conoscere da vicino autori rimasti fuori dal tuo radar… e che autori! In questo caso mi incuriosiva molto che uno scrittore africano, di lingua madre yoruba e profondamente legato alla propria cultura di origine, fosse considerato uno dei massimi autori di lingua inglese; e se a questo si aggiunge il fatto che il suo romanzo più noto in Italia si intitola Gli interpreti (da poco ripubblicato in Italia da Jaca Book) capite bene quanto fossi curiosa di andare a sentire cos’aveva da raccontare.

Così mi sono intrufolata alla sua conferenza stampa, nella bella mansarda di un edificio del centro città, pronta a conoscere da vicino questo anziano signore dalla folta chioma bianca e dallo sguardo assorto e… ho trascorso la prima mezz’ora a tentare di elaborare una domanda che riguardasse il suo rapporto con la lingua yoruba e l’inglese, mentre lo ascoltavo incantata parlare dell’Africa, con i suoi problemi millenari e le sue meraviglie umane, e del bellissimo concetto di restituzione, che dovremmo abbracciare noi occidentali dopo aver depredato il continente per secoli (e di cui ha parlato, sebbene in altri termini, anche Beppe Severgnini).

Fortunatamente una giornalista è venuta in mio soccorso ponendogli la domanda a cui stavo goffamente cercando di dare una forma: dopo una bella introduzione sulle sue esperienze di scrittore e attivista per i diritti umani gli ha chiesto come mai scrivesse in inglese, una lingua imposta dall’alto, che non rappresenta la cultura yoruba e anzi l’ha schiacciata, invece che nella sua lingua materna. Era proprio quello che volevo sapere e ho atteso trepidante la sua risposta, soprattutto dopo aver ascoltato Luis Sepúlveda, che considera il castigliano la sua vera patria (l’unica che l’esilio non ha potuto sottrargli), e Carlos Ruiz Zafón, interessato ai meccanismi delle lingue tanto da definire la traduzione “una matematica della parola”. Ebbene, dopo aver sentito queste dichiarazioni d’amore alla lingua, devo ammettere che le parole di Wole Soyinka mi hanno letteralmente spiazzata. Perché lui ha sorriso divertito e ha risposto così:

Nel mio paese, la Nigeria, si parlano più di trecento lingue. E dico lingue, non dialetti. Quindi quale lingua ci rappresenta? Per quanto mi riguarda lo yoruba è la lingua che sento per le strade, nelle case, che parlo in famiglia; ed è vero, l’inglese ci è stato imposto e ci ricorda il nostro passato coloniale. È un tema di cui si discute molto in Africa, ma in realtà la lingua in sé è solo una convenzione che non ha alcun significato; l’inglese dopotutto è utile, perché è una lingua franca accessibile a tutti e che ci permette di comunicare tra noi. Anche se definirla semplicemente inglese è un po’ riduttivo, perché in realtà in Africa tutti usiamo una lingua pidgin a cui aggiungiamo qualcosa delle nostre lingue tribali. Io ho scritto la maggior parte delle mie opere in inglese e ho scritto teatro in yoruba, perché era più naturale. Ma non è così importante; a volte mi ritrovo a leggere Shakespeare e a chiedermi: “Un momento, questo è inglese o yoruba?”. La lingua è un mezzo flessibile, con cui gli artisti possono mess around (visto il modo in cui l’ha detto oserei tradurre con pasticciare).

Insomma, vi assicuro che questa risposta è stata davvero sorprendente e mi ha dato un punto di vista completamente inaspettato sulla “questione della lingua”, che per Soyinka va ben al di là di lessico e sintassi. Non per niente i cinque interpreti del suo romanzo non sono linguisti, ma giovani intellettuali formatisi in Europa che, all’indomani dell’indipendenza della Nigeria, tornano in patria e tentano di rileggere la società del loro paese alla luce delle esperienze vissute in Occidente. Insomma: la lingua non serve, o non basta, perché la realtà, come insegna la cultura tradizionale africana, non si percepisce con le parole.

Guarda qui la video intervista a Wole Soyinka

E tu, sei d’accordo con Sepúlveda o con Soyinka? Consideri la tua lingua una patria o solo un mezzo per comunicare?

WoleSoyinka2015 (1)

Wole Soyinka è uno scrittore, drammaturgo e attivista nigeriano di etnia yoruba, formatosi in Nigeria e in Inghilterra.  Ha esordito nel 1960 con l’opera teatrale Danza della foresta e ha proseguito con la scrittura di testi teatrali in cui la tradizione yoruba si mescola alle influenze occidentali, dalla tragedia greca a Shakespeare. Ha scritto diversi saggi di critica letteraria sulle manifestazioni culturali africane e un diario dal carcere, L’uomo è morto (1972), che racconta i due anni trascorsi in cella d’isolamento per essersi schierato contro la guerra del Biafra. Ha insegnato in numerose università, fra cui Yale, Cornell, Harvard, Sheffield e Cambridge, e nel 1986 gli è stato conferito il premio Nobel per la Letteratura. A pordenonelegge ha ricevuto il premio Crédit Agricole Friuladria “La storia in un romanzo” «per aver saputo raccontare il sostrato mitico della realtà africana con la coscienza di un autore profondamente immerso nella cultura europea novecentesca».

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Mamme con la partita IVA: intervista a Valentina Simeoni

L’universo del lavoro freelance è sempre più di attualità tra Millennials e non: se ieri il lavoro autonomo era marginale e poco considerato, oggi… continua a essere poco considerato, ma in compenso i numeri parlano da soli: l’Italia detiene il record dei lavoratori freelance su scala globale (siamo ben 3,6 milioni! Per maggiori dati leggi qui). E benché spesso si dica, anche a ragione, che noi freelance tendiamo all’individualismo e all’atomizzazione, è evidente che emerge sempre di più la voglia di condividere le nostre vite “in libertà condizionata” e in particolare le difficoltà che dobbiamo affrontare quotidianamente, spesso senza nessuno con cui confrontarci. In questo panorama spicca più di altri un problema che riguarda tantissimi giovani freelance, in stragrande maggioranza donne: quello della gestione di lavoro e famiglia, dal punto di vista tanto pratico quanto emotivo. Perché, come abbiamo discusso anche qui su Linguaenauti, se la conciliazione è un problema di tutti i lavoratori, per i freelance (e in particolare per le mamme) assume aspetti molto più sfuggenti, sfaccettati e ancora poco approfonditi.

Ecco perché un libro come Mamme con la partita IVA. Come vivere allegramente la maternità quando tutto è contro (Sonzogno, 2018) ci mancava davvero. L’autrice è Valentina Simeoni, antropologa trentacinquenne, insegnante di lingue e mamma di Nora dal 2016. In questo saggio il suo sguardo professionale sul tema della maternità freelance riesce a tirare le fila di esperienze, umori e rivendicazioni che negli ultimi anni hanno trovato uno spazio di discussione sui social e si sono tradotti in nuove tutele per gli autonomi, sebbene dal punto di vista culturale resti ancora molto da fare per capire a fondo il mondo freelance. Le interviste alle mamme raccolte nel libro raccontano di donne alle prese con modalità di vita e lavoro totalmente diverse dal passato, con nuove competenze (come il famoso multitasking) e con sentimenti antichi (starò dando abbastanza a mio figlio?). Esperienze in cui tutte noi possiamo riconoscerci, e su cui tutti dobbiamo riflettere per imparare a interpretare il mondo del lavoro di oggi e di domani.

Raccontaci la genesi di Mamme con la partita IVA: com’è nata e come si è sviluppata l’idea di raccogliere le esperienze delle lavoratrici autonome divise tra lavoro e maternità?

Mi interesso da sempre di storie, da qualche anno di storie di gravidanza e maternità: fino al 2017, però, le avevo sempre osservate, raccolte e studiate dall’esterno (in particolare da quella specialissima fonte che sono i social media, e ancor più in particolare da Facebook), cioè con l’occhio etnografico che avevo sviluppato negli anni della mia formazione antropologica e durante le mie ricerche sul campo. Frequentando il mondo della scrittura narrativa, nel frattempo, avevo conosciuto Giulio Mozzi, che fra le altre cose lavora come consulente editoriale presso Marsilio. Proprio nel 2017 la casa editrice Sonzogno, un marchio facente parte appuntodel gruppo Marsilio, ha pensato a una pubblicazione sul tema “maternità e libera professione”. Poiché l’intento era quello non solo di informare, non solo di denunciare, ma anche e soprattutto di raccontare questa particolare dimensione della maternità dall’interno, eppure in modo non semplicemente soggettivo, Mozzi ha pensato a me: che oltre a fare ricerca sulle narrazioni, e oltre a essere una libera professionista, nel frattempo ero diventata anche mamma. Nel progetto editoriale che ho proposto a Sonzogno, ho avuto modo di unire dunque la mia esperienza alle mie competenze, ed è una cosa che mi ha dato grandissimi stimoli e soddisfazione.

Il tuo libro ritrae tante donne che, pur nell’incertezza, riescono a trovare le risorse per costruirsi una vita piena, senza rinunciare a sogni e aspirazioni un tempo inconciliabili: un lavoro che piace, una famiglia e una maggiore elasticità nella conciliazione di questi due importanti aspetti della vita. Quali qualità e punti di forza hai constatato nelle donne che hai intervistato?

Senz’altro la grinta, la determinazione, la forte passione per il lavoro che fanno o stanno cercando di fare o vorrebbero fare: una passione che si alimenta anche dell’esperienza della maternità, e in qualche modo la nutre a sua volta. Inoltre – ma questo oggi è fondamentale – una certa capacità di adattamento e la disponibilità sia all’attesa (intesa non solo come gravidanza, ma anche come tempo da dedicare ai propri figli spostando in avanti, quando serve, la realizzazione dei propri obiettivi professionali) sia alla riformulazione di sè come professioniste, recuperando, sviluppando o portando al centro delle competenze che prima, magari, erano ai margini della propria sfera professionale. L’esempio più immediato è quello di una mamma che faceva l’insegnante di yoga e la formatrice e adesso tiene corsi di yoga per donne in gravidanza o yoga mamma-neonato e scrive di questi stessi argomenti.

Linguaenauti in passato ha toccato il tema dei genitori freelance e della percezione sociale dei freelance, sottolineando quanto questa modalità di lavoro sia spesso sottovalutata, soprattutto quando si svolge tra le mura di casa. Quali sono secondo te le maggiori difficoltà e frustrazioni che più affliggono le mamme freelance?

Sono difficoltà innanzitutto pratiche, e te le riassumo con un esempio tratto proprio dalle storie che ho raccolto. Se io lavoro da casa, significa che una certa parte della casa è il mio “luogo di lavoro”: nel mio caso, un luogo fisso anche se ristrettissimo; per altre, uno spazio che varia di volta in volta; in ogni caso esso, per funzionare in quanto tale, deve avere delle caratteristiche minime, fra le quali per molte di noi rientra una certa dose di ordine e pulizia. Ma la casa in cui vive una famiglia con uno o più bambini piccoli difficilmente sarà in ordine. Lavorare in un contesto disordinato, tuttavia, può interferire in modo molto forte con la capacità di concentrarsi, fino a impedirla del tutto. La mamma che lavora da casa, dunque, spesso sente che dovrebbe prima di tutto sistemare la casa (con un evidente sforzo sia mentale che fisico e un grosso investimento di tempo) e solo dopo potrà mettersi al lavoro, arrivandoci già stanca e probabilmente con pochissimo tempo residuo per portare avanti la sua attività: perché i bimbi dormono per un intervallo non prevedibile, o comunque a una certa ora tornano dal nido o dalla materna, e quindi lavorando da casa sia lo spazio che il tempo sono, per una mamma freelance, una risorsa limitata e preziosissima.

Insieme a questo, c’è appunto la percezione sociale distorta che nel senso comune si ha non tanto dei, quanto soprattutto delle freelance: l’idea che quello svolto “da casa” non sia dopo tutto un vero lavoro, ma una specie di passatempo dal quale queste donne possono staccarsi quando e come vogliono per occuparsi di cose ben più urgenti come le faccende domestiche. Un lavoro di serie B, insomma, perché in fondo in fondo, nella visione odierna, siamo ancora saldamente ancorati all’idea che il “lavoro” sia «quella cosa che si fa “fuori casa” e da cui si “torna a casa la sera”, quell’attività che viene dichiarata aperta e chiusa dal beep di un contatore elettronico e svolta in un ambiente ben specifico» (p. 250), altro da quello domestico. Questo si traduce spesso in frasi, atteggiamenti e richieste che finiscono per interferire con il lavoro svolto da casa, rendendolo ancor più intermittente e faticoso.

Il Jobs Act del lavoro autonomo (legge 21/2017) ha fatto grandi passi avanti nel riconoscimento di tutele per i lavoratori freelance, anche se molto rimane ancora da fare. Quali sono le esigenze principali delle donne (e per estensione di tutti i lavoratori autonomi) che emergono dalla tua indagine, e quali misure si dovrebbero prendere secondo te?

Restando sul tema centrale del libro, al momento manca un accesso più equo e facilitato all’indennità di maternità, che risulta di fatto precluso a chi nell’ultimo anno ha fatturato meno (a causa, per esempio, di una gravidanza a rischio) o ha da poco aperto la partita IVA (i contributi versati in altri regimi fiscali sono persi per sempre); sarebbe poi auspicabile una differenziazione, in termini di indennità appunto, delle gravidanza gemellari, come avviene per le lavoratrici dipendenti; ci vorrebbero procedure più snelle e trasparenti nel calcolo dell’indennità stessa e impiegati INPS capaci di fornire consulenza sul caso, sempre più frequente, delle freelance iscritte alla gestione separata che hanno adottato regimi fiscali di vantaggio; manca anche, al momento, il riconoscimento dell’indennità di paternità per i lavoratori freelance in sostituzione a quella della mamma: essa viene riconosciuta, infatti, soltanto in casi molto particolari, mentre per fortuna i papà possono usufruire del congedo parentale.

Infine, puoi svelarci quali sono le storie che ti hanno toccato di più in questo lungo viaggio nel mondo delle mamme freelance, e per quali motivi?

Sono affezionata a tutte queste storie e alle mamme che le hanno condivise con me. Quelle che mi hanno toccata di più, però, sono le storie delle mamme che, almeno per ora, hanno scelto di ridimensionare o fermare la propria attività lavorativa per dare spazio e tempo ai figli, di solito perché il loro lavoro da freelance a un certo punto non risulta più conciliabile – se non a carissimo prezzo – con l’accudimento di uno o più bimbi piccoli.

Ed è proprio qui che emerge, forse, la questione più importante in assoluto: quali condizioni (materiali, economiche, logistiche, sociali) vengono a mancare loro tanto da portarle a questa decisione? Per esempio, ed è il caso di una storia molto forte che per motivi di privacy mi è stato chiesto di non inserire nel libro, il supporto e la collaborazione di un partner che metta sè stesso, il proprio ruolo di padre e il proprio lavoro sullo stesso piano della neomamma, dividendo davvero con lei il carico mentale e fisico della genitorialità. Nel caso a cui mi riferisco, la mamma lavorava con partita Iva in collaborazione con l’università nella quale il compagno era invece uno strutturato: sottraendosi giorno dopo giorno al suo ruolo domestico, lui di fatto, anche se indirettamente, ha eroso le possibilità che lei aveva di continuare a lavorare, dato che l’università è un ambiente molto competitivo nel quale la presenza fisica, cioè la cosiddetta “visibilità” (in dipartimento, ai convegni ecc.) è fondamentale.

In ogni caso, anche nella decisione di fermarsi, magari per un periodo o magari per sempre, io ho avvertito in tutte queste donne una tenacia e una resilienza che mi hanno sorpresa, rincuorata e molto spesso commossa.

Intervista: Francesca Manicardi e il suo Freelance Lab

Il bello di questo blog è che mi sta facendo scoprire delle realtà imprenditoriali che hanno voglia di farsi conoscere e di condividere il proprio sapere, perché dietro quelle realtà ci sono delle persone con una passione fortissima che li spinge a migliorarsi sempre. Francesca Manicardi è una di loro.

Questo mese sono felice di presentarvi un’altra traduttrice che ci racconterà la sua esperienza come freelance, un’esperienza che ha deciso di mettere a disposizione di chi è alle prime armi (e non solo) creando il Freelance Lab. Non vi resta che leggere tutta l’intervista per scoprire di cosa si tratta, e dico TUTTA perché in fondo c’è un regalino per voi.

Per chi si fosse perso la prima intervista di TRADZ, vi basta cliccare qui.

Buona lettura!

 

Francesca benvenuta su TRADZ e grazie per avermi concesso questa intervista, tengo molto a questi interventi perché uno degli obiettivi del mio blog è quello di creare un punto di incontro tra professionisti. Perciò come prima domanda ti chiedo di presentarti, per chi ancora non ti conoscesse: qual è stata la tua formazione, come sei diventata una traduttrice e in quali campi sei specializzata.

Ciao Alessandra, grazie per questa intervista! Eccomi qua: sono Francesca Manicardi, interprete e traduttrice, insegnante di lingue straniere, creatrice di contenuti e mentore per aspiranti freelance. Ho iniziato ad appassionarmi alle lingue alla materna, quando la mia scuola – forse una tra le prime in Italia alla fine degli anni ’80 – ha introdotto un percorso di avvicinamento all’inglese con una madrelingua. Ricordo che non capivo nulla, ma mi ha colpito subito quel modo “strano” di comunicare e ho iniziato a collezionare nella mia mente qualsiasi parola straniera trovavo in giro. Gli studi poi si sono focalizzati sempre lì, sulle lingue: bilinguismo alle medie, liceo classico con maxi sperimentazione linguistica, laurea triennale in Mediazione Linguistica e laurea specialistica in Interpretariato di Conferenza. Le mie lingue di lavoro sono l’inglese, il tedesco e il francese e mi sono specializzata in enogastronomia, arte e turismo, marketing, prodotti di bellezza e moda, brevetti.

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Leggo sul tuo sito, www.thefreelancelab.it, che lavori come freelance da quattro anni ormai, ma prima di aprire una tua partita IVA sei mai stata dipendente? Quali sono secondo te i vantaggi e gli svantaggi di lavorare in proprio e quindi quelli di lavorare in una azienda?

A un mese dalla laurea specialistica ho iniziato la mia prima attività da dipendente all’interno di una multinazionale: mi sono fatta abbindolare perché il mio lavoro prevedeva di usare le lingue che avevo studiato per anni, ma dovevo occuparmi della gestione dei reclami di garanzia, non esattamente il mio argomento preferito. Dopo qualche mese mi è stato offerto un impiego a tempo indeterminato e accecata dal miraggio di uno stipendio “sicuro” ho accettato un lavoro lontano da casa quanto bastava ad uscire la mattina e tornare la sera, noioso per quelle che sono le mie attitudine e con aspettative di viaggi lavorativi che non si sono mai realizzate. Ho ragionato spesso su quegli anni, chiedendomi se avevo fatto bene ad accettare quegli impieghi ritardando la mia entrata nel mondo della traduzione e dell’interpretariato da freelance, ma la risposta che mi sono data è: . Il lavoro dipendente e il lavoro da libera professionista sono due mondi molto lontani tra loro, ma entrambi possono insegnarti qualcosa di utile. Dalla mia esperienza a contratto ho imparato a redigere preventivi, a capire una fattura o una distinta di pagamento, a relazionarmi con i clienti (e con i colleghi), a organizzare il mio lavoro.

Scegliere una tipologia di lavoro rispetto ad un’altra credo sia molto soggettivo: non bisogna aprire partita iva perché “fa figo” se poi non si riesce a gestire l’instabilità che porta questo lavoro, così come non si deve scegliere un impiego dipendente solo perché così si ha la malattia pagata. Questa enorme lezione me l’ha insegnata una cavietta “diplomata” al Freelance Lab lo scorso dicembre. Durante l’ultima chiamata su Skype mi ha ringraziato per il percorso fatto insieme, ha speso bellissime parole per me e per il corso e poi… mi ha detto che proprio grazie al corso ha capito che la strada da freelance non fa per lei, ma che con le tecniche di approccio ai clienti che abbiamo visto insieme era riuscita a trovare un lavoro dipendente. Si potrebbe pensare che questa sia una sconfitta per il Freelance Lab, e invece credo proprio sia la conferma di quanto ci sia bisogno di un percorso così. Quando ho iniziato non avevo minimamente preso in considerazione un risvolto di questo tipo, ora la testimonianza di questa cavietta è uno slogan che utilizzerò per pubblicizzare il mio progetto.

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Più che parlare di vantaggi e svantaggi di lavorare in proprio o in azienda, secondo me è necessario tenere in considerazione alcune caratteristiche personali prima di fare la propria scelta. Per lavorare da freelance, soprattutto nel mondo della traduzione, bisogna non soffrire la solitudine e stare bene con se stessi, perché spesso si lavora da soli, in casa. È necessario essere – o diventare – molto organizzati per non accavallare i progetti e le scadenze, per non dimenticarsi di rispondere a un’email o per tenere monitorati i guadagni e le spese. Bisogna non andare nel panico o in ansia quando un cliente “buca” un pagamento – e ahimè, succede spesso –, oppure quando si attraversano periodi dove il lavoro latita. Occorre essere reattivi e risolvere i problemi che si presentano e sempre, sempre avere un piano B (ma anche C, D…).

Per lavorare in azienda bisogna essere bravi ad accettare “ordini” imposti dall’alto, trovarsi bene con gli orari e tempi di lavoro fissi, le ferie ad agosto e a Natale (nella maggior parte dei casi), non avere problemi a dividere un ufficio con altre persone.

Per come sono fatta io, nonostante le difficoltà che la vita da freelance presenta, non tornerei mai dietro a una scrivania da mattina a sera, dal lunedì al venerdì. Quello che mi piace dell’essere freelance e che per me è impagabile è la libertà: di scegliere con quali clienti e su quali progetti lavorare, di decidere quanto tempo dedicare al lavoro e quando partire per una vacanza, di restare in tuta e struccata a lavorare sul divano, di fare una pennichella a metà pomeriggio.

Ma veniamo ora al clou della questione: raccontaci cos’è il Freelance Lab e a chi è rivolto. Inoltre mi piacerebbe sapere come è nato questo progetto.

Il Freelance Lab è la scommessa più grande che ho fatto con me stessa e la cosa più bella che ho realizzato da quando ho aperto partita iva. Ho inventato qualcosa che non c’era (e ancora oggi non esiste nulla del genere in Italia): un percorso di mentoring per aspiranti freelance, ovvero una scuola online dove insegno le questioni pratiche della vita da liberi professionisti. L’idea è nata proprio ricordando le mie difficoltà quando ho iniziato: nessuno mai ti dice cosa serve davvero per lavorare come freelance, né tanto meno te lo insegna l’università. A suo tempo mi sono documentata tanto online, ma le risorse disponibili non parlavano mai di interpreti o traduttori. E sui forum dedicati al nostro settore non sempre c’erano le risposte di cui avevo bisogno. Così ho deciso di condividere quello che ho imparato sulla mia pelle, dai miei errori, con chi si avvicina al mondo freelance, partendo dalla mia esperienza.

In queste due edizioni del Freelance Lab hanno partecipato ragazze all’ultimo anno di università e neo laureate, ragazze con una formazione da traduttrici che hanno lavorato in altri settori, mamme e donne trasferite all’estero: tutte con la volontà di capire cosa c’è dietro all’apertura della partita iva e apprendere come gestire un lavoro da freelance. Questo non significa che il Freelance Lab sia riservato alle donne, anzi! È nato con l’idea di creare una maggiore solidarietà femminile che a volte è difficile da raggiungere, anche nel nostro settore, ma chiunque voglia aprire partita iva e lavorare come freelance, uomo o donna, è il benvenuto!

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Ci sono delle novità in arrivo per il Freelance Lab quest’anno? Raccontaci quali sono i tuoi progetti futuri.

Il Freelance Lab come è esistito fino a dicembre 2017 non ci sarà più perché troppo impegnativo per me e troppo costoso per le partecipanti. Però ho deciso di variare l’offerta in modo da soddisfare praticamente tutti i gusti! Ho creato il servizio di consulenza online SU SKYPE per chi ha bisogno di risolvere un dubbio o un problema specifico o per chi ha bisogno di un parere esterno su una questione lavorativa che sta affrontando. Si può acquistare un’ora singola oppure a pacchetti da 5 o 10 ore per chi invece vuole essere affiancato a lungo.

La novità più grande del Freelance Lab l’ho svelata lo scorso dicembre con il Calendario dell’Avvento riservato agli iscritti alla newsletter: il Freelance Lab IN AULA. Finora le “lezioni” sono sempre state online e in diretta e per quanto il rapporto con le caviette sia diventato presto molto stretto, ho voluto dare la possibilità a chi preferisce il contatto umano di venire in aula con me e conoscermi di persona. Le lezioni in aula saranno suddivise in tre venerdì consecutivi e si svolgeranno a Bologna. Il 6 aprile parleremo di regimi fiscali, business plan e tariffe, il 13 aprile di organizzazione, pianificazione e finanze
e il 20 aprile di clienti, marketing e branding. In più, ad affiancarmi in questa nuova avventura ci saranno due amiche: Carlotta Cabiati, commercialista, parlerà la prima giornata di corso dei regimi fiscali italiani e delle alternative alla partita iva, e Chiara Battaglioni, Professional Organizer ci aiuterà nella seconda giornata a fare ordine nella nostra vita lavorativa.

Entro la fine del mese di febbraio – spero! – inaugurerò il Freelance Lab IN VIDEO, l’equivalente delle dirette degli anni scorsi. Non mi sbilancio ancora nei dettagli di questo servizio perché sto definendo le ultime cose e poi… mi piace sorprendere, e voglio mantenere un po’ di suspance! Anticipo solo che sarà un’offerta ricchissima. Infine, ma non meno importante degli altri servizi, ci sarà la newsletter che cercherò di mandare regolarmente. Tramite l’invio delle email aggiornerò gli iscritti sulle novità del Freelance Lab, manderò qualche sconto e soprattutto condividerò esperienze, risorse e strumenti utili per una vita da freelance più semplice e felice. E per i nuovi iscritti c’è un regalo! [Quindi iscrivetevi :)]

L’ultima domanda la riservo sempre ai consigli per i meno esperti. Nel tuo caso ti chiedo quale consiglio daresti a un giovane traduttore o traduttrice che sta pensando di aprire partita IVA, quali sono i punti che devono considerare? Ovviamente poi si devono iscrivere al Lab per scoprire il resto!

Caro aspirante traduttore o traduttrice freelance, di consigli da dare ce ne sono tantissimi! Per cominciare ti consiglio di guardare il video del mio intervento al Freelance Camp di Roma dell’anno scorso, dove ho presentato il progetto del Freelance Lab e dove in dieci minuti spiego “i fondamentali” del lavoro freelance.

Nella mia personale classifica dei consigli più importanti però ci sono anche: assicurati di avere un’ottima preparazione linguistica e di traduzione, è alla base del tuo lavoro; sii curioso e non smettere di cercare, di imparare cose nuove; abbi ben chiaro il perché vuoi fare questo lavoro, ti servirà nei momenti duri; non demoralizzarti, tutti abbiamo alti e bassi; creati un “gruppo di supporto”, come agli alcolisti anonimi: qualcuno che faccia il tifo per te, ti tiri su di morale e ti dia un calcio nel sedere, all’occorrenza. Un po’ come facciamo al Freelance Lab ?

BY TRADDELI

L’orrore quotidiano di chi conosce l’inglese

In quanto traduttore e specialmente insegnante di inglese, non sono mai mancati gli sguardi di ammirazione una volta appreso quale fosse il mio mestiere, da parte di amici, conoscenti e saltuari sconosciuti vari, ma una cosa li ha accomunati tutti: la frase ammirata che mai muta, nemmeno nelle virgole:

“Uh, come ti invidio! Piacerebbe un sacco anche a me saperlo così bene!”

Ovviamente detto sempre e comunque con quella punta di malinconia che dovrebbe farmi capire che proprio lo desidererebbero tanto, ma i loro gravosi impegni (che siano da dirigente, operaio o casalinga) li hanno sempre ostacolati nel conseguimento del tanto agognato obiettivo. Ovviamente i loro occhi diventano sognanti e per quei pochi secondi vedono loro stessi alla ribalta e alla conquista di tutto ciò che non hanno mai potuto fare, perché quello e soltanto quello è il motivo per cui sono così spesso ancorati sul divano a cibarsi di grande fratello.

Solo a quel punto mi lascio andare al più grande sorriso di circostanza di cui sia capace e mi abbandono anche io al mio solito: “beh, se ti interessa fai sempre in tempo a imparare”.

Quello è il preciso momento in cui il malcapitato interlocutore ha improvvisamente la più grande delle epifanie e, come colpito da un fulmine, realizza che nessuna lingua è un dono celeste e che forse per impararla serviranno dedizione, sforzi e soprattutto tempo.

Ma non è questo ciò fa venire i mancamenti a un insegnante.

La vera sfida la offrono coloro che credono di saperlo o che, più semplicemente, ripetono a pappagallo parole sentite da altri, perché ricordiamolo, se lo abbiamo sentito dire da qualcuno, allora deve essere giusto. È anche vero che esiste una aggravante che vale per molti: dire parole a caso in inglese fa sentire fighi, specialmente nelle aziende. Non a caso alcune delle mie lezioni nelle suddette aziende sono state interrotte da un capoufficio che sollecitava l’impiegata di turno a mandargli i forecast per il briefing del meeting sui nuovi trend (ovviamente pronunciando ogni parola esattamente come è scritta, tranne la più celebre meeting). Nella speranza di poter ottenere uno sporadico momento di consapevolezza o di autocritica, ho sempre cercato di ritagliarmi il tempo per spiegare che va bene se vogliono usare una parola inglese come forecast (anche se giuro che ne abbiamo una equivalente italiana), ma che almeno potrebbero sforzarsi a pronunciarla come si deve. /ˈfɔːˌkɑːst/

Nella maggior parte delle occasioni mi bastano un cavallo, un succo e una manciata di neve per scatenare il panico. Perché se soltanto ho l’ardore di dire loro che non si pronunciano ORS, JUIS e ZNOU, come hanno fatto per tanti anni, si affretteranno su di me gli sguardi di chi già mi considera pazzo. Per fortuna in mio soccorso arrivano siti e strumenti che spiegano o addirittura leggono la pronuncia, perché solo allora smetterò di essere accusato di presunzione e dovrò solo farmi strada tra “ma io l’ho sempre sentito dire così” e “la prof a scuola non ci ha mai corretto”.

La morale di tutto questo? Quando si tratta di parole inglesi (o per estensione di qualunque lingua straniera) abbiate il coraggio di dubitare, anche di quelle banalità che nella vita vi sono sempre sembrate certezze.

Autore dell’articolo:
Luca Franceschini
Insegnante/Traduttore EN>IT
Reggio Emilia

7 differenze tra professionisti e dilettanti

Specializzazione. Un professionista ha un raggio d’azione ristretto: ciò gli permette di approfondire costantemente le proprie conoscenzee di concentrarsi sull’obiettivo. Trattare dieci argomenti non correlati fra loro significa non acquisire una reale competenza in nessuno di essi.

Accuratezza. Un professionista traduce il senso, non le parole: non ha alcuna paura di trasformare una costruzionenegativa in affermativa,unire frasi o spezzarleper migliorare la fluidità del testo ed eliminare i calchi senza alcuna pietà. Un testo tradotto parola per parola èil primo indicatore del fatto che il traduttore è più concentrato sulla produzione che sulla qualità.

Esperienza e formazione.Una laurea aiuta, ma non è indispensabile. L’esperienza è più importante: da quanto tempo lavora quel traduttore? Che tipo di testi traduce? Ha ricevuto dei feedback positivi dai suoi clienti? Potete starne certi: per essere un buon traduttore non è necessario un curriculum di dieci pagine, ma è pur vero che alcuni risultati si raggiungono solo con l’esperienza.

Tariffe. Un professionista sa quanto vale il proprio lavoro, e non ha paura di chiedere un extra per le urgenze o di abbassare le tariffe in caso di grossi volumi.

Onestà. Un professionista può usare la traduzione automatica come bozza, ma in tal caso si parla di “post editing”– e non più di “traduzione”. È un’attività diversa, che implica tariffe,requisiti e metodi di lavoro diversi. Un professionista non consegna un lavoro di post-editing spacciandolo per una vera e propria traduzione: non è etico, e comunque si nota immediatamente.

Comunicazione. Un professionista è in costante contatto con il cliente. Fa domande, propone nuovi termini da inserire nei glossari e segnala se la memoria di traduzione o il testo originale presentano qualche falla. Se è in ritardo con la consegna se ne assume la responsabilità e avvisa subito il cliente, provando a trovare insieme a lui una soluzione.

Tecnologia. Infine, un professionista sa come usare adeguatamente gli strumenti di traduzione assistita: così facendo, può concentrarsi sulla traduzione e lasciare alla macchina i processi più banali e che è possibile automatizzare.

Fonte: Articolo scritto da Nadia Hidalgo Diaz e pubblicato il 17 ottobre 2017 sul blog di Smartcat

Traduzione a cura di:
Sara Galluccio
Traduttrice editoriale, letteraria, marketing, turismo
Genova

VITA PRIVATA VS VITA DA FREELANCE

Tornata fresca fresca dalla mia mini vacanza in Piemonte, non ho per niente sentito il dramma del ritorno di cui tutti parlano in questo periodo.

Non che la cosa mi stupisca:

  • la mia pausa è stata tra le più brevi in assoluto (4 giorni in croce);
  • sono stata ultra diligente, ho controllato le mail, ma non ho dovuto affrontare alcuna urgenza;
  • ho potuto davvero staccare la spina come si deve, tra cibi e vini straordinari;
  • alla fine, diciamocelo, amo davvero il mio lavoro ed essere all’opera mi fa davvero sentire bene (senza fare troppo la workaholic).

Mi sono ritrovata però di fronte a un nuovo problema della vita da freelance: essere freelance è un po’ come essere dei supereroi con 2 vite. Da un lato c’è la vita privata, tra famiglia, amici e vita di coppia; dall’altro il lavoro, che richiede sempre a noi freelance un’attenzione assoluta e di dare tutti noi stessi per la nostra attività imprenditoriale (perché di questo si tratta, non ci sono santi che tengano). Però il problema sta proprio qui…

Quando la vita privata ti sembra implodere, che fai?

Ora… non sto certo parlando di chissà quale melodramma cronico mortale, ma per dirla proprio senza peli sulla lingua, quando stai dimmerda e hai 3 consegne con il fiato sul collo, COME CAVOLO FAI?

Stamattina non mi sono certo potuta permettere di spegnere la sveglia, girarmi dall’altra parte e continuare a dormire. Non avrei solo saltato una lezione in università, un appuntamento dal parrucchiere o un caffè con le amiche. Avrei perso dei clienti, deluso dei colleghi e soprattutto avrei deluso me stessa, buttando all’aria tutta la fatica e l’impegno degli scorsi mesi.

3 consegne sono sempre 3 consegne e non si consegnano da sole!

Non ho avuto molta scelta quindi. Nel momento del bisogno, come ogni bravo supereroe, si indossa la divisa, si spicca il volo e non ci si ferma finché tutti non sono stati portati in salvo. Poi si torna da Lois, da zia May, da Ms Potts e da Alfred e si cerca l’equilibrio perduto.

Quando avete la testa da un’altra parte, il segreto è tutto qui:

  • Porsi le giuste priorità –> sii un imprenditore responsabile di te stesso
  • Essere pazienti –> ogni cosa a suo tempo
  • Concedersi qualche minuto di pausa in più per lasciar vagare il cervello in libertà
  • Restare focalizzati sul nostro obiettivo –>  . <–

Per me oggi ha funzionato ? Vediamo domani come andrà…

What I am working on today
Stamattina mi sono portata avanti con dei lavori che mi erano stati affidati prima di partire per il Piemonte, quindi non è che sono stata presa d’assalto da mille lavori appena tornata all’opera. Sono riuscita a rispettare i miei programmi, e anzi, ho finito un lavoro in anticipo e ho quindi potuto accettarne un altro appena arrivato. Argomenti? Turismo, serramenti e istruzioni di montaggio.

FONTE