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La retorica delle notti insonni (ovvero perché lavorare troppo non ci rende affatto più fighi)

C’è una cosa che di sicuro vi sarà capitata frequentando dei freelance o peggio ancora dei traduttori (editoriali in primis): gironzolando per le loro bacheche di Facebook, almeno una volta, ma forse anche due, ma magari anche tre, vi sarà capitato di leggere: “e pure stanotte ho lavorato fino alle quattro (quattro punti esclamativi)”, o “l’ennesima notte insonne ma finalmente ho consegnato (smiley smiley faccina con le Zzzz faccina triste)”, o qualunque lieve variante di queste affermazioni.

A me capita spessissimo, ad esempio, quando l’algoritmo di FB mi ripropone i miei ricordi degli anni passati (grazie, Zuck, perché mi ricordi che facevo una vita da cani anche nel 2013, sei sempre un amico). E più guardo quei post, più mi sembra che ci sia, in quelle confessioni, un certo autocompiacimento. Come se lavorare anche di notte fosse di per sé un traguardo. Come se farlo ci rendesse migliori, più affidabili, più performanti di chi invece di notte, banalmente, dorme (o fa l’amore o coccola il gatto o legge romanzi di Salman Rushdie, insomma fa cose più utili che macinare cartelle). Come se ci fosse qualcosa di nobile, in fondo, nel non toccare il cuscino per settimane, se non fugacemente e rigorosamente sognando il romanzo che stiamo traducendo.

Il cammino neocatecumenale

Perché, mi chiedo, siamo diventati così? Quand’è che ci siamo trasformati in neocatecumenali della cultura, per cui solo la sofferenza autoinflitta, possibilmente fine a se stessa, ci avvicina al Dio della Letteratura o al Nostro Signore della Gloria Sempiterna Senza Scopo Reale Stachanov? Perché ci coroniamo il capo di spine letterarie e/o linguistiche, e poi mostriamo al mondo le stimmate, convinti di meritarci pure un applauso? Da quand’è che lavorare di notte è diventato una cosa da fighi che reinventano il concetto di resilienza invece di essere quello che è, cioè la condanna dello sfigato che ha un lavoro più sfigato di lui?

Perché diciamoci la verità, se lavoriamo sforando regolarmente le canoniche 7-8 ore al giorno e le 40 a settimana, qualcosa che non funziona c’è.

A meno che non sia una scelta (magari l’atmosfera notturna ci piace, ci si addice, e lavoriamo in una soffitta parigina con una candela accesa e il fantasma di una fanciulla dai capelli preraffaeliti a farci compagnia, e in quel caso, oh, buon per noi), e a meno che non si sia assunti come DJ nelle discoteche, di solito si arriva a lavorare di notte per due ragioni fondamentali:

  • Il primo caso è quello dei disorganizzati. Che cincischiano durante il giorno, perdono tempo su Facebook e YouTube e alle nove di sera si rendono conto di non aver fatto quello che avrebbero dovuto. Ergo, alle tre sono ancora davanti al computer, lavorando in sostanza di notte anziché di giorno. In questo caso si tratta appunto di disorganizzazione, che per un freelance è tipo la kryptonite per Superman, quindi non c’è da vantarsene, ahimè.
  • Il secondo caso è quello di chi lavora di notte per guadagnare abbastanza. I suoi committenti lo pagano poco, quindi per mantenersi deve aumentare il numero di ore lavorative, lavorando dunque sia di giorno che di notte. È una condizione molto triste, e purtroppo molto comune. Ma di nuovo, perché farne una medaglia? Non è bello, non è giusto, non è sano. Forse siamo costretti a vivere così. Ma non c’è niente di romantico nella consapevolezza di trovarsi all’interno di un sistema malsano di sfruttamento, niente di cui essere orgogliosi.

Ora, lungi da me fare la maestrina e dirvi come dovete comportarvi, come dovete lavorare e quanto e come dovete scriverne sui social. Come dicevo, è più che altro a me (alla me del 2013 che Zuck si ostina a ripropormi, quella stupida che continua a ripetere che “finalmente quest’anno andrò in vacanza!” e poi non ci va mai perché le piace la gloria del lavorare sempre, lavorare di più) che mi rivolgo. Però, però.

Non vi sembra, se vi guardate dentro con un po’ di spirito critico, se fissate senza aspettative nel sacro vuoto della buddhità che ogni essere umano porta nell’animo, che un po’ ci caschiamo tutti, in questa trappola della gloria del sacrificio? È vero, il nostro è un lavoro che amiamo, che ci appassiona, che ci dà molte soddisfazioni, e che richiede tempo, dedizione, studio costante, ed è vero, a volte tutto questo ci piace dirlo. Ci piace ribadirlo. Ci piace che gli altri lo sappiano.

Il bello della vita da freelance

Il nostro non è, e non può essere, un mestiere “dalle 9 alle 5”, che possiamo accantonare fino al giorno dopo una volta chiuso Word (o InDesign, o Trados). È un mestiere che ci infesta, come fanno gli spiriti nelle case inglesi, che ci viene a tirare i capelli di notte per suggerirci una parola, un giro di frase che funziona bene, meglio almeno di quello che avevamo scelto all’inizio, e che quindi ci costringe ad aprire gli occhi all’alba per appuntarlo. È anche un mestiere adrenalinico,perché ci costringe a migliorarci costantemente, ci mette alla prova, ci mantiene all’erta, ci obbliga a sfidare i nostri limiti e superarli. Ed è  un mestiere che richiede di dominare la sacra arte del compromesso e della resa, sia nel suo svolgimento quotidiano, sia nell’organizzazione della vita: è capitato a me, capiterà a tutti, di organizzare una gita per il ponte del 2 giugno, o magari invece di avere un calendario pienissimo e che allora, proprio allora, arrivi un’offerta che non si può rifiutare, con tanto di testa di cavallo mozzata (metaforica) (spero) (che ne so, mica li conosco i vostri committenti) (Oddio, ma che gente frequentate??) sul letto.

E in quel caso sì, allora si fanno le ore piccole, si chiede aiuto alla babysitter e si giura alla moglie che ci faremo perdonare per quella gita saltata. Ci sta, tutto questo, in questo mestiere come in quello di ogni freelance, lo so benissimo. Quello che non so più, che non capisco più, è perché finora non sia riuscita a vederlo come un problema, e l’abbia trattato come una medaglia delle Giovani Marmotte che il Gran Mogol mi avesse appuntato personalmente sul petto, e di cui quindi, da brava Quo quale sono, andavo molto, molto, molto fiera.

Qualcosa non va (ammettiamolo)

Non sono riuscita a vedere che fare le ore piccole per il puro gusto di dire di fare le ore piccole mi rende anche meno produttiva, meno efficace, meno felice di fare quel lavoro che tanto mi piace (e questo è il nocciolo di tutto: è solo qui, in una riga volante alla fine, ma è il nocciolo di tutto). Senza lo spazio creativo dell’ozio, senza il respiro calmo del riposo, senza la rigenerazione della creatività, d’altronde, non diventiamo soldatini più efficienti, ma traduttori peggiori: essere bravi nella nostra professione significa anche imparare a lavorare bene quando lavoriamo e a non lavorare quando non dovremmo lavorare.

Lavorare di notte non è figo e non ci rende persone migliori. A volte ci capiterà di farlo comunque, d’accordo: ma che non sia un comportamento da imitare dovremmo riconoscerlo tutti, o almeno tutti quelli di noi che sono abbastanza maturi da riconoscere che spingere troppo sull’acceleratore non può essere una soluzione produttiva sul lungo periodo: è biologicamente impossibile.

E se poi la notte lavorate perché siete insonni e non sapete come occupare il tempo, fatevi un favore: leggete L’ozio come stile di vita, del gaudente, dandy a bon viveur inglese Tom Hodgkinson (trad. Carla Capararo). Mi ringrazierete.

E magari, alla fine, vi ritroverete in un cottage sperduto nella campagna inglese ad allevare pecore. Ma va bene comunque: se non altro c’è di buono che, a differenza delle traduzioni, le pecore, di notte, dormono.

Mamme con la partita IVA: intervista a Valentina Simeoni

L’universo del lavoro freelance è sempre più di attualità tra Millennials e non: se ieri il lavoro autonomo era marginale e poco considerato, oggi… continua a essere poco considerato, ma in compenso i numeri parlano da soli: l’Italia detiene il record dei lavoratori freelance su scala globale (siamo ben 3,6 milioni! Per maggiori dati leggi qui). E benché spesso si dica, anche a ragione, che noi freelance tendiamo all’individualismo e all’atomizzazione, è evidente che emerge sempre di più la voglia di condividere le nostre vite “in libertà condizionata” e in particolare le difficoltà che dobbiamo affrontare quotidianamente, spesso senza nessuno con cui confrontarci. In questo panorama spicca più di altri un problema che riguarda tantissimi giovani freelance, in stragrande maggioranza donne: quello della gestione di lavoro e famiglia, dal punto di vista tanto pratico quanto emotivo. Perché, come abbiamo discusso anche qui su Linguaenauti, se la conciliazione è un problema di tutti i lavoratori, per i freelance (e in particolare per le mamme) assume aspetti molto più sfuggenti, sfaccettati e ancora poco approfonditi.

Ecco perché un libro come Mamme con la partita IVA. Come vivere allegramente la maternità quando tutto è contro (Sonzogno, 2018) ci mancava davvero. L’autrice è Valentina Simeoni, antropologa trentacinquenne, insegnante di lingue e mamma di Nora dal 2016. In questo saggio il suo sguardo professionale sul tema della maternità freelance riesce a tirare le fila di esperienze, umori e rivendicazioni che negli ultimi anni hanno trovato uno spazio di discussione sui social e si sono tradotti in nuove tutele per gli autonomi, sebbene dal punto di vista culturale resti ancora molto da fare per capire a fondo il mondo freelance. Le interviste alle mamme raccolte nel libro raccontano di donne alle prese con modalità di vita e lavoro totalmente diverse dal passato, con nuove competenze (come il famoso multitasking) e con sentimenti antichi (starò dando abbastanza a mio figlio?). Esperienze in cui tutte noi possiamo riconoscerci, e su cui tutti dobbiamo riflettere per imparare a interpretare il mondo del lavoro di oggi e di domani.

Raccontaci la genesi di Mamme con la partita IVA: com’è nata e come si è sviluppata l’idea di raccogliere le esperienze delle lavoratrici autonome divise tra lavoro e maternità?

Mi interesso da sempre di storie, da qualche anno di storie di gravidanza e maternità: fino al 2017, però, le avevo sempre osservate, raccolte e studiate dall’esterno (in particolare da quella specialissima fonte che sono i social media, e ancor più in particolare da Facebook), cioè con l’occhio etnografico che avevo sviluppato negli anni della mia formazione antropologica e durante le mie ricerche sul campo. Frequentando il mondo della scrittura narrativa, nel frattempo, avevo conosciuto Giulio Mozzi, che fra le altre cose lavora come consulente editoriale presso Marsilio. Proprio nel 2017 la casa editrice Sonzogno, un marchio facente parte appuntodel gruppo Marsilio, ha pensato a una pubblicazione sul tema “maternità e libera professione”. Poiché l’intento era quello non solo di informare, non solo di denunciare, ma anche e soprattutto di raccontare questa particolare dimensione della maternità dall’interno, eppure in modo non semplicemente soggettivo, Mozzi ha pensato a me: che oltre a fare ricerca sulle narrazioni, e oltre a essere una libera professionista, nel frattempo ero diventata anche mamma. Nel progetto editoriale che ho proposto a Sonzogno, ho avuto modo di unire dunque la mia esperienza alle mie competenze, ed è una cosa che mi ha dato grandissimi stimoli e soddisfazione.

Il tuo libro ritrae tante donne che, pur nell’incertezza, riescono a trovare le risorse per costruirsi una vita piena, senza rinunciare a sogni e aspirazioni un tempo inconciliabili: un lavoro che piace, una famiglia e una maggiore elasticità nella conciliazione di questi due importanti aspetti della vita. Quali qualità e punti di forza hai constatato nelle donne che hai intervistato?

Senz’altro la grinta, la determinazione, la forte passione per il lavoro che fanno o stanno cercando di fare o vorrebbero fare: una passione che si alimenta anche dell’esperienza della maternità, e in qualche modo la nutre a sua volta. Inoltre – ma questo oggi è fondamentale – una certa capacità di adattamento e la disponibilità sia all’attesa (intesa non solo come gravidanza, ma anche come tempo da dedicare ai propri figli spostando in avanti, quando serve, la realizzazione dei propri obiettivi professionali) sia alla riformulazione di sè come professioniste, recuperando, sviluppando o portando al centro delle competenze che prima, magari, erano ai margini della propria sfera professionale. L’esempio più immediato è quello di una mamma che faceva l’insegnante di yoga e la formatrice e adesso tiene corsi di yoga per donne in gravidanza o yoga mamma-neonato e scrive di questi stessi argomenti.

Linguaenauti in passato ha toccato il tema dei genitori freelance e della percezione sociale dei freelance, sottolineando quanto questa modalità di lavoro sia spesso sottovalutata, soprattutto quando si svolge tra le mura di casa. Quali sono secondo te le maggiori difficoltà e frustrazioni che più affliggono le mamme freelance?

Sono difficoltà innanzitutto pratiche, e te le riassumo con un esempio tratto proprio dalle storie che ho raccolto. Se io lavoro da casa, significa che una certa parte della casa è il mio “luogo di lavoro”: nel mio caso, un luogo fisso anche se ristrettissimo; per altre, uno spazio che varia di volta in volta; in ogni caso esso, per funzionare in quanto tale, deve avere delle caratteristiche minime, fra le quali per molte di noi rientra una certa dose di ordine e pulizia. Ma la casa in cui vive una famiglia con uno o più bambini piccoli difficilmente sarà in ordine. Lavorare in un contesto disordinato, tuttavia, può interferire in modo molto forte con la capacità di concentrarsi, fino a impedirla del tutto. La mamma che lavora da casa, dunque, spesso sente che dovrebbe prima di tutto sistemare la casa (con un evidente sforzo sia mentale che fisico e un grosso investimento di tempo) e solo dopo potrà mettersi al lavoro, arrivandoci già stanca e probabilmente con pochissimo tempo residuo per portare avanti la sua attività: perché i bimbi dormono per un intervallo non prevedibile, o comunque a una certa ora tornano dal nido o dalla materna, e quindi lavorando da casa sia lo spazio che il tempo sono, per una mamma freelance, una risorsa limitata e preziosissima.

Insieme a questo, c’è appunto la percezione sociale distorta che nel senso comune si ha non tanto dei, quanto soprattutto delle freelance: l’idea che quello svolto “da casa” non sia dopo tutto un vero lavoro, ma una specie di passatempo dal quale queste donne possono staccarsi quando e come vogliono per occuparsi di cose ben più urgenti come le faccende domestiche. Un lavoro di serie B, insomma, perché in fondo in fondo, nella visione odierna, siamo ancora saldamente ancorati all’idea che il “lavoro” sia «quella cosa che si fa “fuori casa” e da cui si “torna a casa la sera”, quell’attività che viene dichiarata aperta e chiusa dal beep di un contatore elettronico e svolta in un ambiente ben specifico» (p. 250), altro da quello domestico. Questo si traduce spesso in frasi, atteggiamenti e richieste che finiscono per interferire con il lavoro svolto da casa, rendendolo ancor più intermittente e faticoso.

Il Jobs Act del lavoro autonomo (legge 21/2017) ha fatto grandi passi avanti nel riconoscimento di tutele per i lavoratori freelance, anche se molto rimane ancora da fare. Quali sono le esigenze principali delle donne (e per estensione di tutti i lavoratori autonomi) che emergono dalla tua indagine, e quali misure si dovrebbero prendere secondo te?

Restando sul tema centrale del libro, al momento manca un accesso più equo e facilitato all’indennità di maternità, che risulta di fatto precluso a chi nell’ultimo anno ha fatturato meno (a causa, per esempio, di una gravidanza a rischio) o ha da poco aperto la partita IVA (i contributi versati in altri regimi fiscali sono persi per sempre); sarebbe poi auspicabile una differenziazione, in termini di indennità appunto, delle gravidanza gemellari, come avviene per le lavoratrici dipendenti; ci vorrebbero procedure più snelle e trasparenti nel calcolo dell’indennità stessa e impiegati INPS capaci di fornire consulenza sul caso, sempre più frequente, delle freelance iscritte alla gestione separata che hanno adottato regimi fiscali di vantaggio; manca anche, al momento, il riconoscimento dell’indennità di paternità per i lavoratori freelance in sostituzione a quella della mamma: essa viene riconosciuta, infatti, soltanto in casi molto particolari, mentre per fortuna i papà possono usufruire del congedo parentale.

Infine, puoi svelarci quali sono le storie che ti hanno toccato di più in questo lungo viaggio nel mondo delle mamme freelance, e per quali motivi?

Sono affezionata a tutte queste storie e alle mamme che le hanno condivise con me. Quelle che mi hanno toccata di più, però, sono le storie delle mamme che, almeno per ora, hanno scelto di ridimensionare o fermare la propria attività lavorativa per dare spazio e tempo ai figli, di solito perché il loro lavoro da freelance a un certo punto non risulta più conciliabile – se non a carissimo prezzo – con l’accudimento di uno o più bimbi piccoli.

Ed è proprio qui che emerge, forse, la questione più importante in assoluto: quali condizioni (materiali, economiche, logistiche, sociali) vengono a mancare loro tanto da portarle a questa decisione? Per esempio, ed è il caso di una storia molto forte che per motivi di privacy mi è stato chiesto di non inserire nel libro, il supporto e la collaborazione di un partner che metta sè stesso, il proprio ruolo di padre e il proprio lavoro sullo stesso piano della neomamma, dividendo davvero con lei il carico mentale e fisico della genitorialità. Nel caso a cui mi riferisco, la mamma lavorava con partita Iva in collaborazione con l’università nella quale il compagno era invece uno strutturato: sottraendosi giorno dopo giorno al suo ruolo domestico, lui di fatto, anche se indirettamente, ha eroso le possibilità che lei aveva di continuare a lavorare, dato che l’università è un ambiente molto competitivo nel quale la presenza fisica, cioè la cosiddetta “visibilità” (in dipartimento, ai convegni ecc.) è fondamentale.

In ogni caso, anche nella decisione di fermarsi, magari per un periodo o magari per sempre, io ho avvertito in tutte queste donne una tenacia e una resilienza che mi hanno sorpresa, rincuorata e molto spesso commossa.

Intervista: Francesca Manicardi e il suo Freelance Lab

Il bello di questo blog è che mi sta facendo scoprire delle realtà imprenditoriali che hanno voglia di farsi conoscere e di condividere il proprio sapere, perché dietro quelle realtà ci sono delle persone con una passione fortissima che li spinge a migliorarsi sempre. Francesca Manicardi è una di loro.

Questo mese sono felice di presentarvi un’altra traduttrice che ci racconterà la sua esperienza come freelance, un’esperienza che ha deciso di mettere a disposizione di chi è alle prime armi (e non solo) creando il Freelance Lab. Non vi resta che leggere tutta l’intervista per scoprire di cosa si tratta, e dico TUTTA perché in fondo c’è un regalino per voi.

Per chi si fosse perso la prima intervista di TRADZ, vi basta cliccare qui.

Buona lettura!

 

Francesca benvenuta su TRADZ e grazie per avermi concesso questa intervista, tengo molto a questi interventi perché uno degli obiettivi del mio blog è quello di creare un punto di incontro tra professionisti. Perciò come prima domanda ti chiedo di presentarti, per chi ancora non ti conoscesse: qual è stata la tua formazione, come sei diventata una traduttrice e in quali campi sei specializzata.

Ciao Alessandra, grazie per questa intervista! Eccomi qua: sono Francesca Manicardi, interprete e traduttrice, insegnante di lingue straniere, creatrice di contenuti e mentore per aspiranti freelance. Ho iniziato ad appassionarmi alle lingue alla materna, quando la mia scuola – forse una tra le prime in Italia alla fine degli anni ’80 – ha introdotto un percorso di avvicinamento all’inglese con una madrelingua. Ricordo che non capivo nulla, ma mi ha colpito subito quel modo “strano” di comunicare e ho iniziato a collezionare nella mia mente qualsiasi parola straniera trovavo in giro. Gli studi poi si sono focalizzati sempre lì, sulle lingue: bilinguismo alle medie, liceo classico con maxi sperimentazione linguistica, laurea triennale in Mediazione Linguistica e laurea specialistica in Interpretariato di Conferenza. Le mie lingue di lavoro sono l’inglese, il tedesco e il francese e mi sono specializzata in enogastronomia, arte e turismo, marketing, prodotti di bellezza e moda, brevetti.

Francesca-Manicardi

Leggo sul tuo sito, www.thefreelancelab.it, che lavori come freelance da quattro anni ormai, ma prima di aprire una tua partita IVA sei mai stata dipendente? Quali sono secondo te i vantaggi e gli svantaggi di lavorare in proprio e quindi quelli di lavorare in una azienda?

A un mese dalla laurea specialistica ho iniziato la mia prima attività da dipendente all’interno di una multinazionale: mi sono fatta abbindolare perché il mio lavoro prevedeva di usare le lingue che avevo studiato per anni, ma dovevo occuparmi della gestione dei reclami di garanzia, non esattamente il mio argomento preferito. Dopo qualche mese mi è stato offerto un impiego a tempo indeterminato e accecata dal miraggio di uno stipendio “sicuro” ho accettato un lavoro lontano da casa quanto bastava ad uscire la mattina e tornare la sera, noioso per quelle che sono le mie attitudine e con aspettative di viaggi lavorativi che non si sono mai realizzate. Ho ragionato spesso su quegli anni, chiedendomi se avevo fatto bene ad accettare quegli impieghi ritardando la mia entrata nel mondo della traduzione e dell’interpretariato da freelance, ma la risposta che mi sono data è: . Il lavoro dipendente e il lavoro da libera professionista sono due mondi molto lontani tra loro, ma entrambi possono insegnarti qualcosa di utile. Dalla mia esperienza a contratto ho imparato a redigere preventivi, a capire una fattura o una distinta di pagamento, a relazionarmi con i clienti (e con i colleghi), a organizzare il mio lavoro.

Scegliere una tipologia di lavoro rispetto ad un’altra credo sia molto soggettivo: non bisogna aprire partita iva perché “fa figo” se poi non si riesce a gestire l’instabilità che porta questo lavoro, così come non si deve scegliere un impiego dipendente solo perché così si ha la malattia pagata. Questa enorme lezione me l’ha insegnata una cavietta “diplomata” al Freelance Lab lo scorso dicembre. Durante l’ultima chiamata su Skype mi ha ringraziato per il percorso fatto insieme, ha speso bellissime parole per me e per il corso e poi… mi ha detto che proprio grazie al corso ha capito che la strada da freelance non fa per lei, ma che con le tecniche di approccio ai clienti che abbiamo visto insieme era riuscita a trovare un lavoro dipendente. Si potrebbe pensare che questa sia una sconfitta per il Freelance Lab, e invece credo proprio sia la conferma di quanto ci sia bisogno di un percorso così. Quando ho iniziato non avevo minimamente preso in considerazione un risvolto di questo tipo, ora la testimonianza di questa cavietta è uno slogan che utilizzerò per pubblicizzare il mio progetto.

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Più che parlare di vantaggi e svantaggi di lavorare in proprio o in azienda, secondo me è necessario tenere in considerazione alcune caratteristiche personali prima di fare la propria scelta. Per lavorare da freelance, soprattutto nel mondo della traduzione, bisogna non soffrire la solitudine e stare bene con se stessi, perché spesso si lavora da soli, in casa. È necessario essere – o diventare – molto organizzati per non accavallare i progetti e le scadenze, per non dimenticarsi di rispondere a un’email o per tenere monitorati i guadagni e le spese. Bisogna non andare nel panico o in ansia quando un cliente “buca” un pagamento – e ahimè, succede spesso –, oppure quando si attraversano periodi dove il lavoro latita. Occorre essere reattivi e risolvere i problemi che si presentano e sempre, sempre avere un piano B (ma anche C, D…).

Per lavorare in azienda bisogna essere bravi ad accettare “ordini” imposti dall’alto, trovarsi bene con gli orari e tempi di lavoro fissi, le ferie ad agosto e a Natale (nella maggior parte dei casi), non avere problemi a dividere un ufficio con altre persone.

Per come sono fatta io, nonostante le difficoltà che la vita da freelance presenta, non tornerei mai dietro a una scrivania da mattina a sera, dal lunedì al venerdì. Quello che mi piace dell’essere freelance e che per me è impagabile è la libertà: di scegliere con quali clienti e su quali progetti lavorare, di decidere quanto tempo dedicare al lavoro e quando partire per una vacanza, di restare in tuta e struccata a lavorare sul divano, di fare una pennichella a metà pomeriggio.

Ma veniamo ora al clou della questione: raccontaci cos’è il Freelance Lab e a chi è rivolto. Inoltre mi piacerebbe sapere come è nato questo progetto.

Il Freelance Lab è la scommessa più grande che ho fatto con me stessa e la cosa più bella che ho realizzato da quando ho aperto partita iva. Ho inventato qualcosa che non c’era (e ancora oggi non esiste nulla del genere in Italia): un percorso di mentoring per aspiranti freelance, ovvero una scuola online dove insegno le questioni pratiche della vita da liberi professionisti. L’idea è nata proprio ricordando le mie difficoltà quando ho iniziato: nessuno mai ti dice cosa serve davvero per lavorare come freelance, né tanto meno te lo insegna l’università. A suo tempo mi sono documentata tanto online, ma le risorse disponibili non parlavano mai di interpreti o traduttori. E sui forum dedicati al nostro settore non sempre c’erano le risposte di cui avevo bisogno. Così ho deciso di condividere quello che ho imparato sulla mia pelle, dai miei errori, con chi si avvicina al mondo freelance, partendo dalla mia esperienza.

In queste due edizioni del Freelance Lab hanno partecipato ragazze all’ultimo anno di università e neo laureate, ragazze con una formazione da traduttrici che hanno lavorato in altri settori, mamme e donne trasferite all’estero: tutte con la volontà di capire cosa c’è dietro all’apertura della partita iva e apprendere come gestire un lavoro da freelance. Questo non significa che il Freelance Lab sia riservato alle donne, anzi! È nato con l’idea di creare una maggiore solidarietà femminile che a volte è difficile da raggiungere, anche nel nostro settore, ma chiunque voglia aprire partita iva e lavorare come freelance, uomo o donna, è il benvenuto!

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Ci sono delle novità in arrivo per il Freelance Lab quest’anno? Raccontaci quali sono i tuoi progetti futuri.

Il Freelance Lab come è esistito fino a dicembre 2017 non ci sarà più perché troppo impegnativo per me e troppo costoso per le partecipanti. Però ho deciso di variare l’offerta in modo da soddisfare praticamente tutti i gusti! Ho creato il servizio di consulenza online SU SKYPE per chi ha bisogno di risolvere un dubbio o un problema specifico o per chi ha bisogno di un parere esterno su una questione lavorativa che sta affrontando. Si può acquistare un’ora singola oppure a pacchetti da 5 o 10 ore per chi invece vuole essere affiancato a lungo.

La novità più grande del Freelance Lab l’ho svelata lo scorso dicembre con il Calendario dell’Avvento riservato agli iscritti alla newsletter: il Freelance Lab IN AULA. Finora le “lezioni” sono sempre state online e in diretta e per quanto il rapporto con le caviette sia diventato presto molto stretto, ho voluto dare la possibilità a chi preferisce il contatto umano di venire in aula con me e conoscermi di persona. Le lezioni in aula saranno suddivise in tre venerdì consecutivi e si svolgeranno a Bologna. Il 6 aprile parleremo di regimi fiscali, business plan e tariffe, il 13 aprile di organizzazione, pianificazione e finanze
e il 20 aprile di clienti, marketing e branding. In più, ad affiancarmi in questa nuova avventura ci saranno due amiche: Carlotta Cabiati, commercialista, parlerà la prima giornata di corso dei regimi fiscali italiani e delle alternative alla partita iva, e Chiara Battaglioni, Professional Organizer ci aiuterà nella seconda giornata a fare ordine nella nostra vita lavorativa.

Entro la fine del mese di febbraio – spero! – inaugurerò il Freelance Lab IN VIDEO, l’equivalente delle dirette degli anni scorsi. Non mi sbilancio ancora nei dettagli di questo servizio perché sto definendo le ultime cose e poi… mi piace sorprendere, e voglio mantenere un po’ di suspance! Anticipo solo che sarà un’offerta ricchissima. Infine, ma non meno importante degli altri servizi, ci sarà la newsletter che cercherò di mandare regolarmente. Tramite l’invio delle email aggiornerò gli iscritti sulle novità del Freelance Lab, manderò qualche sconto e soprattutto condividerò esperienze, risorse e strumenti utili per una vita da freelance più semplice e felice. E per i nuovi iscritti c’è un regalo! [Quindi iscrivetevi :)]

L’ultima domanda la riservo sempre ai consigli per i meno esperti. Nel tuo caso ti chiedo quale consiglio daresti a un giovane traduttore o traduttrice che sta pensando di aprire partita IVA, quali sono i punti che devono considerare? Ovviamente poi si devono iscrivere al Lab per scoprire il resto!

Caro aspirante traduttore o traduttrice freelance, di consigli da dare ce ne sono tantissimi! Per cominciare ti consiglio di guardare il video del mio intervento al Freelance Camp di Roma dell’anno scorso, dove ho presentato il progetto del Freelance Lab e dove in dieci minuti spiego “i fondamentali” del lavoro freelance.

Nella mia personale classifica dei consigli più importanti però ci sono anche: assicurati di avere un’ottima preparazione linguistica e di traduzione, è alla base del tuo lavoro; sii curioso e non smettere di cercare, di imparare cose nuove; abbi ben chiaro il perché vuoi fare questo lavoro, ti servirà nei momenti duri; non demoralizzarti, tutti abbiamo alti e bassi; creati un “gruppo di supporto”, come agli alcolisti anonimi: qualcuno che faccia il tifo per te, ti tiri su di morale e ti dia un calcio nel sedere, all’occorrenza. Un po’ come facciamo al Freelance Lab ?

BY TRADDELI

Freelancing with baby: the first year

This is a guest post by Rachel Sinn, a Spanish to English medical and pharmaceutical translator based in Colorado. I asked Rachel to write a post on her experiences managing her freelance business since giving birth to her first baby eight months ago. Specifically, Rachel has managed to juggle motherhood and freelancing while using little to no non-family child care. I get lots of requests from freelancing moms looking for real-life information, so I think you’ll enjoy this!

“So what are you guys going to do about child care?”

My friend smiled politely as my husband and I gave conflicting and somewhat vague accounts of our child care plans, because we hadn’t thought about it much. I was about five months pregnant. Later that night, that well-meaning question from a friend making small talk became a sleep-killing monster. What were we going to do about child care?

Of all the language-related trades, I chose translation at the tender age of 22 because I wanted to stay home with my future kids. At 30, with my first child kicking me on a daily basis, and with five years of translation work under my belt, I suddenly realized that it wasn’t going to be that easy. Cue several days weeks of panicked googling and calling around, only to encounter the dreaded daycare waitlist over and over again (30 months???).

After discouraging searches through hundreds of profiles on Care.com, endless daycare calls, and long talks, we decided to wing it. And I’m happy to say that I am still at home with my now eight-month-old daughter, and working close to full time. It has required a little creativity, and a reexamination of how we do life, but it’s possible and even enjoyable. Here are a few ideas if you’re looking to do the same.

Take a maternity leave
Childbirth is hard. Sleep deprivation is harder. As full-time employees, many women have the option to take 12 weeks of FMLA leave. I decided to give myself that amount of time as well. I notified all of my clients several months ahead of time, periodically reminded them nearer to the due date, and did so again the month of the due date. I also stopped taking projects with long deadlines the month of the due date. I took same day or next-day turnaround projects only (the opposite of what I did after my daughter was born!). I have two kinds of clients: giant translation agencies with hundreds of project managers and smaller, independent companies where I’ve been working with the same people for years. The former didn’t notice I was gone, and I had a good enough rapport with the latter that they happily congratulated me and told me to email them when I returned.

Ease back into it
When I decided I was ready to start working again, almost exactly three months later, I had to strategize how to do it. What worked for me was to “go back to work” for my best clients, a select few with whom I had a great relationship. You could call them my “A” clients. Great deadlines, interesting work, on-time payment, etc. Great deadlines were the key to the whole thing. I knew my schedule would be completely erratic for the foreseeable future (teething, sleep regressions, growth spurts, colds, the list goes on), which meant no same-day or next-day deadlines. I stuck with deadlines of two days or more at all times, and tried not to take more than one job at a time. I did this for about a month before going further. I’m happy to report that I was able to resume work with my “A” clients at about three months, and the rest around four to five months after my daughter was born. I didn’t lose a single client from going on maternity leave.

Rethink your schedule
My husband works full-time, so finding the time to get work done was tricky. I ended up translating during naps (an hour here, an hour there), and then in the evenings as well, when he or my mother-in-law could take the baby. I also ended up rearranging my workweek so that I worked over the weekend and took days off during the week. Far from being a handicap, this practice actually enabled me to take work other translators often refuse, thereby expanding my earning potential, and when I wanted to take the baby to story time at the library on a Wednesday morning, I didn’t feel like I was skipping out on work.

Beware the Mom-brain
Sleep deprivation is hard, and mom brain is real. You will put your phone in the fridge. You will find that your jeans have been inside out literally all day (how is that even possible?). I am fully aware that I might miss a deadline or make a serious error at any moment, simply because the baby was up five times the night before. I combat this problem by making the most of my productivity software. I set multiple reminders on my phone for each deadline (two days before, one day before, 4 hours before), I use Translation Office 3000 to track my projects and invoicing, and maybe most importantly, I use Google Assistant as my short term memory (e.g. “Ok Google, remind me to check on the term “X” in 10 minutes). Another tactic that has served me well is setting aside my translation for a good period of time, even overnight, and coming back to it with fresh eyes to edit and proofread. This is a good practice at the best of times, but as a new parent, it’s vitally important. A quality assurance tool like Xbench or Verifika may also be useful to check for number errors and consistency issues.

Working from home with an infant is an exercise in flexibility, but then so is parenting. By giving myself the time to recuperate and get to know my little one, starting back to work slowly, and putting plenty of safeguards in place to ensure my clients still benefit from my best work, I’ve been successful. Best of all, I get to be with my daughter for most of the day, and we don’t pay for child care. We are at eight months now, and still going strong!

VITA PRIVATA VS VITA DA FREELANCE

Tornata fresca fresca dalla mia mini vacanza in Piemonte, non ho per niente sentito il dramma del ritorno di cui tutti parlano in questo periodo.

Non che la cosa mi stupisca:

  • la mia pausa è stata tra le più brevi in assoluto (4 giorni in croce);
  • sono stata ultra diligente, ho controllato le mail, ma non ho dovuto affrontare alcuna urgenza;
  • ho potuto davvero staccare la spina come si deve, tra cibi e vini straordinari;
  • alla fine, diciamocelo, amo davvero il mio lavoro ed essere all’opera mi fa davvero sentire bene (senza fare troppo la workaholic).

Mi sono ritrovata però di fronte a un nuovo problema della vita da freelance: essere freelance è un po’ come essere dei supereroi con 2 vite. Da un lato c’è la vita privata, tra famiglia, amici e vita di coppia; dall’altro il lavoro, che richiede sempre a noi freelance un’attenzione assoluta e di dare tutti noi stessi per la nostra attività imprenditoriale (perché di questo si tratta, non ci sono santi che tengano). Però il problema sta proprio qui…

Quando la vita privata ti sembra implodere, che fai?

Ora… non sto certo parlando di chissà quale melodramma cronico mortale, ma per dirla proprio senza peli sulla lingua, quando stai dimmerda e hai 3 consegne con il fiato sul collo, COME CAVOLO FAI?

Stamattina non mi sono certo potuta permettere di spegnere la sveglia, girarmi dall’altra parte e continuare a dormire. Non avrei solo saltato una lezione in università, un appuntamento dal parrucchiere o un caffè con le amiche. Avrei perso dei clienti, deluso dei colleghi e soprattutto avrei deluso me stessa, buttando all’aria tutta la fatica e l’impegno degli scorsi mesi.

3 consegne sono sempre 3 consegne e non si consegnano da sole!

Non ho avuto molta scelta quindi. Nel momento del bisogno, come ogni bravo supereroe, si indossa la divisa, si spicca il volo e non ci si ferma finché tutti non sono stati portati in salvo. Poi si torna da Lois, da zia May, da Ms Potts e da Alfred e si cerca l’equilibrio perduto.

Quando avete la testa da un’altra parte, il segreto è tutto qui:

  • Porsi le giuste priorità –> sii un imprenditore responsabile di te stesso
  • Essere pazienti –> ogni cosa a suo tempo
  • Concedersi qualche minuto di pausa in più per lasciar vagare il cervello in libertà
  • Restare focalizzati sul nostro obiettivo –>  . <–

Per me oggi ha funzionato ? Vediamo domani come andrà…

What I am working on today
Stamattina mi sono portata avanti con dei lavori che mi erano stati affidati prima di partire per il Piemonte, quindi non è che sono stata presa d’assalto da mille lavori appena tornata all’opera. Sono riuscita a rispettare i miei programmi, e anzi, ho finito un lavoro in anticipo e ho quindi potuto accettarne un altro appena arrivato. Argomenti? Turismo, serramenti e istruzioni di montaggio.

FONTE

So you want to be a Freelance Translator (or Interpreter): Money Matters

This post is the fourth (first post, second post, and third post) in a series of five posts written in response to questions we at The Savvy Newcomer have received, sometimes from people within the translation world, but also from bilingual friends and family who are interested in translation and interpreting (T&I). Our hope is that this series will serve as a guide for people who are considering a career in T&I and want to know where to begin.

In the first post in this series, I alluded to a question I’ve been asked several times since I began freelancing—sometimes more subtly than others: “Do people actually pay you to do that?” Some days it feels surreal that, yes, people really do pay me for this and I get to read in Spanish, write in English, and sometimes even correct other people’s spelling and grammatical mistakes (Grammar Police Alert!), but the underlying question is whether translation and interpreting are viable career options for bilinguals. The short answer is yes—if you have the right skill set.

If you’re just beginning to consider whether a career in T&I may be for you and are asking the same question, you are not alone. Some of the biggest questions many beginning translators and interpreters have about getting started also revolve around money: How much do I charge? What kinds of expenses will I have? How do I make sure my clients actually pay me (on time)? I’ll do my best to cover these tricky yet essential questions in the following lines.

What should I charge?

Translators often charge per word (source or target) or per hour, while interpreters may charge per hour, half day, or per diem rates. Rates can vary significantly in different segments of the market, while your specialization and language combination can also play a major role. Quoting too much relative to the importance and budget of a particular project may make it hard to secure enough work. However, quoting too little could put you in a vicious cycle where you work long hours at low rates. Long-term business prospects and finances can be affected by your choice of rates because it’s difficult to make time to find higher-paying projects and invest in the skills development and training needed to qualify for them if you are too busy with smaller or lower-paying projects and clients. And on top of all that, you could end up undercutting your colleagues.

While newer translators and interpreters may logically earn less than more experienced professionals—like in any other industry—you can earn fair compensation for your experience and education level, if you are putting the right amount of time and effort into your work and business development. But again, this begs the question: What should I charge? There are a few good ways to figure out what that means in terms of specific numbers.

First, the American Translators Association (ATA) has conducted and reported on a survey of professional translators and interpreters regarding their compensation and rates. The results of this ATA Translation and Interpreting Services Survey, Fifth Edition can be accessed for free in summary form or in full form (free to ATA members, $95 for non-members). The results cover information on rates, language pairs, and annual income.

Calpro is another resource you can use to determine what rate you should charge in order to bring in your target income, taking into account working hours, holidays, and other expenses. This spreadsheet was first developed by the Spanish association of translators, ASETRAD, and was adapted by ATA volunteers for use in the U.S.

Tracking the time you spend on each project is a great way to generate data that can help you figure out how much you actually are earning and which projects are more or less worthwhile for you. Start by using a time tracking tool like RescueTime or Timecamp and then use an Excel file or other method to compile your data and divide the total fee for a project by the number of hours spent on it to see how much you earned per hour. This will help you determine whether you might need to charge more next time for a similar type of text, or whether you would be better off rejecting a project that you will likely earn less on in favor of a project that would earn you more per hour, or even in favor of spending time on business development to grow your client base.

How do I make sure I get paid?

Two common issues when it comes to getting paid for freelance work are scams (where a fake client orders work from you and either never pays or scams money out of you by means of a fake check) and late payers. Several resources exist to help freelancers avoid these issues, including Payment Practices and WPPF (and check out this article on the topic).

How do freelance finances work?

I could write pages upon pages about freelance finances, but at the end of the day, the important thing is to understand that earning money as a freelancer (what we would refer to as “1099 income” in the U.S.) is vastly different from earning money as an employee of a company (“W2 income”). Freelancers need to send invoices to request payment from their clients, pay their own taxes (usually there is no withholding and you make estimated payments throughout the year), manage their own retirement savings, cover their own business expenses, and meet their own insurance needs. All of these are things that employers will often handle for their employees, while freelancers need to build them into their time and finances. I won’t go into detail about each of these topics, but I do want to provide a resource or two on each topic in case you need somewhere to start looking.

  1. Invoicing and Expenses

Some freelancers choose to create their own invoicing processes and others prefer to use software to help manage the process for them. The following are a few popular invoicing tools for freelance translators and interpreters: XeroTranslation Office 3000Express Invoice.

  1. Taxes

Some freelancers choose to do their own taxes, but many prefer to outsource this service to a professional accountant or accounting firm. Since there are so many extra factors that go into freelance tax filings (e.g. multiple 1099’s, a Schedule C/1040, possibly other business filings depending on your setup and location, and deductions for business expenses), options like TurboTax and TaxAct would probably make for a stressful springtime… So unless you want to forego a lot of afternoons going crazy trying to decipher the tax code, I would suggest reaching out to other translators in your area to get recommendations for an accountant you can trust to take care of your tax needs.

  1. Retirement

Employers generally contribute to your retirement savings when you are a W2 employee, so it is extra important to start early if you’re a freelancer. Options for freelancers include traditional or Roth IRAs and SEPs, whether through financial planners or using online options like Vanguard and e-Trade.

  1. Insurance

Another expense that is often subsidized by employers for W2 employees is insurance (health, vision, dental, life, etc.) As a freelancer you’ll need to take care of this yourself, but you won’t be alone! Many options are available outside employer-sponsored health plans. For instance, Freelancers Union offers a private marketplace for members to connect with insurance companies (and Union membership is free!).

We hope this information has helped you get a better idea of what to expect as you consider a career as a freelance translator or interpreter! Stay tuned for the fifth and final installment in this series: Technology and Tools.

Image source: Pixabay

Multitasking e task-switching: perché fare troppe cose insieme fa male, e come smettere

La vita di un traduttore freelance (ma anche di un freelance in generale) è mediamente più caotica della vita di un lavoratore dipendente. Il (traduttore) freelance, in base a un accordo faustiano che firma col sangue il giorno stesso in cui va dal commercialista ad aprire la partita IVA e/o invia la prima notula di pagamento, si condanna a vivere per l’eternità in una girandola di cose da fare, tutte insieme e senza dimenticarne una: fatture, preventivi, email, traduzioni, organizzazione del calendario lavorativo, planning delle vacanze e fondo vacanze relativo, profilo LinkedInTwitterFacebook, sito e blog, calendario editoriale, autorevisioni e bozze, email ai committenti e ai consulenti, senza contare tutto ciò che deve fare per, come dire, vivere (spesa bambini bollette Netflix ecc. ecc.). Il freelance è in sostanza come una donna di un metro e sessanta un po’ brilla a un concerto dei Guns n’ Roses (ogni riferimento è puramente casuale): la folla di impegni lo assedia da ogni lato, pogandogli addosso come una mandria di bufali impazziti e impedendogli continuamente di recuperare l’equilibrio.

Come sopravvivere a questo quadro a dir poco ansiogeno? Semplice, vi diranno in molti: col multitasking. Ovvero, secondo la definizione standard del fenomeno, imparando a fare più cose contemporaneamente: rispondere alle email di lavoro mentre si fanno i compiti di matematica con il bambino, conversare via chat mentre si è in riunione su Skype, fare una ricerca volante sullo smartphone mentre si guarda Alberto Angela in TV.

Non fatevi ingannare

L’idea che il multitasking sia la soluzione al problema della scarsa produttività è anche una questione generazionale: non c’è millennial che non riesca a fare seimila cose insieme. E non tutto il multitasking è negativo, del resto. Il millennial che ci spiega che si possono lavare i piatti mentre si ascolta un radiodramma horror del 1934 trasformato in podcast ci dice una cosa buona e giusta: che il cervello costretto a compiere operazioni banali, o noiose, le fa più volentieri se stimolato creativamente.

Diverso è invece il discorso del multitasking lavorativo, quello in cui diversi compiti, ugualmente impegnativi a livello mentale, si accavallano, e la nostra smania di produttività ci porta a tentare di risolverli tutti in contemporanea. La verità è che noi (traduttori) freelance siamo in gran parte ossessivi e perfezionisti, e l’occasione di chiedere a noi stessi di fare di più, di spingerci un pezzetto più avanti, di prendere due piccioni con una fava e due committenti con una email, ci sembra impagabile.

Ma posso dirvi la sincera verità? A me il multitasking fa schifo. Mi fa vomitare, letteralmente. Mi sembra una delle più grande baggianate della storia, e mi pento e mi dolgo degli anni in cui non sono riuscita a farlo mio e per questo mi sono sentita inadeguata o sbagliata. Fare venti cose insieme mi pare un’inutile spreco di energia. Sfinirmi di impegni senza dare al cervello il modo e il tempo di capire cosa stia succedendo mi sembra una prospettiva peggiore di un’intossicazione alimentare.

Il multitasking è un mito?

E non sono una luddista digitale che si sente ribelle solo perché va ai concerti rock, eh: la scienza è con me. Studi recenti hanno infatti dimostrato che, in sostanza, il multitasking (inteso come capacità di svolgere più compiti contemporaneamente ottimizzando le energie e il tempo a disposizione) non esiste. Quello che cerchiamo di fare è in realtà task-switching, ovvero l’alternarsi forsennato di compiti differenti, ed è la cosa più stressante che il nostro cervello possa subire. Bombardato di stimoli, il cervello di chi fa task-switching diventa molto meno efficiente, offrendo prestazioni peggiori in tempi più dilatati. Oddio, in teoria ci si può comunque spingere oltre questo limite e ottenere i risultati desiderati, solo che poi si stramazza al suolo come un tricheco spiaggiato. Lo insegnava anche Faust, del resto: non ottieni tutto quel che vuoi, e che non è umanamente ottenibile, senza pagare un prezzo (e lo insegna anche Axl Rose: non ti fai tutte le droghe che vuoi senza diventare grasso, che non c’entra granché ma volevo dirlo).

Come dire no al task-switching

Che fare dunque? Noi di doppioverso abbiamo deciso di aggirare il problema semplicemente rallentando: rallentare sarà anche la nostra parola d’ordine per questo 2018. Incoraggiate dai numerosi coming out di imprenditori multimilionari e noti stacanovisti che in gran numero, e sempre più spesso, raccontano come abbiano aumentato produttività e felicità lavorando meno e lavorando meglio (vedi ad esempio Arianna Huffington, che, piuttosto curiosamente, due anni dopo aver creato una testata che sfornava notizie 24 ore al giorno ed essersi schiantata sul pavimento per il troppo stress sfracellandosi la mandibola, ha deciso che lavorare 24 ore al giorno non era una buona idea per nessuno e ha cominciato a promuovere il diritto ai pisolini pomeridiani per sé e i suoi dipendenti), anche noi abbiamo stabilito che la produttività richiede ordine mentale.

Non è tutto così facile, ovvio. Viviamo (e lavoriamo) in un mondo digitale e iperconnesso, che ci chiederà quindi un grado di presenza che non può essere stabilito a priori da noi (almeno non del tutto). Che fare dunque per armarci contro la tendenza a fare tutto e a fare troppo? Ecco il nostro mini manifesto per il 2018, che speriamo sia utile anche a voi:

  1. Finite un compito prima di cominciarne un altro

Suonerà banale, ma imparare a resistere alla tentazione di frammentare la nostra attenzione dedicandone un pezzettino a ogni nuovo compito che ci pare importante è la chiave del successo nella discesa verso il monotasking. Non rispondere pavlovianamente agli stimoli è un’arte che si impara con il tempo: come la meditazione, richiede presenza, ripetizione, costanza. Sforzatevi ogni giorno di allungare il tempo che dedicate a una cosa sola, importante o banale che sia, come in un esercizio zen. Allenatevi a essere presenti in ciò che fate, e a fare una cosa per volta.

  1. Chiudete la porta (digitale)

Avete presente quei telefilm americani ambientati negli anni ’50, in cui il padre di famiglia torna a casa dal lavoro, grida: “Honey, I’m home!”, poi si toglie scarpe e cravatta e sprofonda nella poltrona a leggere il giornale? Evitare il multitasking significa anche non lavorare quando e dove non dovremmo. Una volta spento il computer nello studio, rendiamoci irraggiungibili su tablet e cellulari, mettiamo Welcome to the Jungle su Spotify e rivendichiamo il diritto di essere padri di famiglia americani in un telefilm anni ’50 (magari però aiutiamo nostra moglie a cucinare, eh).

  1. Accettate l’idea che non tutte le informazioni sono utili

Vi capita spesso di aprire internet per cercare un termine che vi serve per un romanzo e di ritrovarvi dopo due ore a leggere la storia della traduzione islandese di Dracula o la ricetta della pastafrolla comprendendo solo quando è troppo tardi che avete perso un pomeriggio a cincischiare (ogni riferimento ecc. ecc.)? Ecco, non fatelo più. Rinunciare al multitasking significa anche non consentire a compiti poco importanti e poco urgenti di interrompere quelli che importanti e urgenti lo sono davvero.

  1. A volte portare a termine un compito significa abbandonarlo

Ci sono cose che vorremmo fare, nella vita, e cose che dovremmo fare, e cose che potremmo fare. E poi ci sono le cose che non siamo destinati a fare. E va bene lo stesso. A volte non caricarci di mille impegni vuol dire passare in rassegna  i 999 che già abbiamo e capire se ce n’è  qualcuno a cui possiamo rinunciare senza che sia completato. Sfoltire non vuol dire sempre lasciare in piedi ciò che deve essere portato avanti: a volte vuol dire, più felicemente, lasciare in piedi solo ciò che abbiamo voglia di portare avanti.

Traduzioni un tanto al chilo

Di Chiara

La triste storia che voglio raccontarvi oggi risale a qualche anno fa, quando ho deciso di ricominciare a tradurre a tempo pieno da freelance (ho usato “tradurre” e “tempo pieno” nella stessa frase, non sentite le grasse risate del pubblico in sottofondo?). Completamente a digiuno di qualsiasi nozione di personal branding, self-marketing e soprattutto senza alcuna attenta pianificazione preliminare, la prima cosa che ho fatto è stata sbattermi come una carpa nello stagno: ho scritto a tutti quelli che conoscevo, ottenendone feedback pressoché pari allo zero, e mi sono registrata a settecento miliardi di comunità virtuali per liberi professionisti dell’editoria e della comunicazione, le cui inutili notifiche a distanza di anni ancora intasano la mia webmail. Sapete tutti come funzionano questi gironi infernali? Se non lo sapete ve lo spiego io: tu ti iscrivi, carichi il tuo curriculum e da lì in poi ricevi le offerte di lavoro via posta elettronica. Su alcuni puoi anche prendere parte ai forum di discussione e, almeno per quel che riguarda i traduttori, consultare liberamente i glossari online disponibili per le varie specializzazioni. Personalmente, nessuno dei lavori che mi sono procacciata finora arriva da lì (per quanto tra i colleghi che conosco ce ne siano un paio che hanno ottenuto attraverso siti come ProZ, per esempio, un contatto poi sviluppatosi indipendentemente). Tanto per cominciare, per sottoporre il tuo preventivo devi avere nella maggior parte dei casi un account Premium a pagamento, e in generale la scelta spesso si riduce a una lotta al ribasso in cui chi chiede meno vince, a scapito della qualità (my 2 cents, ovviamente).

Comunque, com’è come non è, una volta conquistato l’invidiabile primato di “donna il cui curriculum è presente su più siti web e comunità virtuali al mondo”, un bel giorno mi è arrivata, direttamente sulla mia posta personale di povera disperata, una mail con elettrizzante Oggetto: “Recruitment”. Il mittente era un’agenzia di traduzioni, o meglio un LSP (Language Services Provider) estero. Vi riassumo in breve il contenuto del messaggio: quest’azienda – la “migliore” (!!!) disponibile online – forniva traduzioni da e per oltre 80 lingue, con certificazione di qualità ISO:12345ealtreduemilacifrehetantochilosachevuoldire, e aveva “ideato” e sviluppato un software per la gestione in automatico delle richieste di traduzione ed editing da parte delle aziende di tutto il mondo. La notizia più pazzesca, in tutto questo, era però che pur potendo contare su un database di oltre 5000 linguisti esperti in ogni possibile ambito dello scibile umano voleva ME! Mi sarebbe bastato scaricare e installare il software miracoloso, selezionare la mia combinazione linguistica e i campi del sapere in cui mi sentivo più ferrata, completare una breve prova di traduzione online e una volta “accettata” avrei ricevuto in tempo reale le mail di notifica con le commesse che facevano al caso mio. Quasi dimenticavo, parte fondamentale: il compenso. La tariffa era – spero di ricordare male ma non credo – 0,03 centesimi a parola. Da totale sprovveduta che si era sempre occupata di traduzione editoriale e non aveva idea del costo di una traduzione tecnica, abbozzai un calcolo assurdo e totalmente scentrato rapportando il totale delle parole al prezzo di una cartella (lo sbagliai credo, peraltro) e conclusi che la cifra era tutto sommato dignitosa (state calmi: oggi so che era semplicemente scandalosa, ça va sans dire). I soldi per i lavori effettuati mi sarebbero arrivati all’inizio del mese successivo a quando li avevo svolti direttamente sul mio account PayPal. Comodo, no?

A quel punto – cuoricino, io sono una che fantastica molto, l’ho ribadito più volte – già immaginavo  un moltiplicarsi esponenziale dei miei introiti. No davvero, c’è bisogno di chiederselo? Ovviamente sarei stata la più veloce, la più affidabile, la più scrupolosa… l’Harry Potter della traduzione  tecnica 2.0. E qui casca l’asino, perché il procedimento esatto era in realtà questo: una volta loggata sul sistema, le istruzioni erano di visionare il materiale relativo alla commessa, appurare se eri in grado di gestirla e quindi cliccare su “Available for the task” e attendere l’assegnazione. C’era anche un messaggio minatorio con tanto di asterisco rosso, del tipo “Mi raccomando, eh: guardatevi bene i documenti perché poi il project manager lo sa quanto ci avete messo a cliccare, e se si accorge che non l’avete spulciato ahiahiahi, non ve lo assegna!”. Macché. La verità è che nei cinque/sei mesi in cui ci ho provato – stando connessa tutto il giorno, a un certo punto iniziando a cliccare in tempi sempre più brevi, anche prima dell’arrivo delle mail di notifica, senza guardare il materiale – non ho beccato l’ombra di un lavoro. C’era sempre qualcuno che se lo aggiudicava prima, nell’istante esatto in cui veniva inserito (visionando accuratamente le risorse di partenza? Verificando di essere in grado di svolgerlo? Boh, ho i miei dubbi). E accettando di lavorare a quelle condizioni.

Da questa disavventura e da esperienze successive sono giunta, nel tempo, ad alcune conclusioni.

Punto primo (lo so, la scoperta dell’acqua calda): ognuno deve fare il suo. Se sei una traduttrice editoriale, a meno che non senti chi già lo fa, non ti procuri le competenze necessarie, non ti fai un’idea dei compensi che puoi ritenere equi, non ti butti nelle traduzioni tecniche. Realtà come quella in cui sono incappata io verosimilmente prosperano sull’ignoranza, anche di chi è in buona fede.

Punto secondo: le agenzie di traduzione veramente valide, probabilmente, non hanno più di cinquemila traduttori nel proprio database, men che meno specializzati in ogni ambito dello scibile umano. Lavorano con pochi fornitori, che ne hanno guadagnato la fiducia grazie alla professionalità del loro lavoro. E li pagano il giusto.

Terzo e ultimo punto, ma questa è più che altro una domanda che mi faccio e vi faccio, e sarei grata a chi, sapendone di più, volesse darmi lumi in merito. Ok per il sistema di macellazione di un povero suino ben pasciuto, ok per la costruzione di macchinari e per tutte le attività in cui possono esistere un metodo e degli standard specifici per valutare la qualità di un processo, ma la certificazione ISO, corredata da cifre altisonanti, è applicabile a un ambito volatile e soggettivo come la traduzione? Esiste un ISO del tradurre e dello scrivere?

Postilla per i sanguinari paladini del giusto compenso (che oggi peraltro mi contano tra le loro fila): prendete questa storia – della cui pochezza mi rendo conto – con l’indulgenza che si deve a un qualcosa che in fondo non si è mai concretizzato nella realtà. È un po’ come essere sposata e però sognare di accoppiarsi selvaggiamente con Hugh Jackman: non è tradimento, giusto?

Credits: L’immagine del post è stata scattata ad hoc da Chiara, e secondo noi rende bene il senso di tutta questa storia. A proposito, secondo voi cosa c’è scritto a monitor? FARE o FAKE? Bicchiere mezzo pieno o bicchiere mezzo vuoto?

I paletti dei freelance

L’argomento “paletti” è certamente tra i più dibattuti tra i freelance, teoricamente liberi di gestire i propri spazi vita-lavoro ma nella sostanza continuamente dibattuti tra la necessità pratica di accontentare i committenti e quella psicofisica di staccare la spina. Ma forse perché sotto sotto tutti noi freelance abbiamo una tendenza innata al workaholism, o forse perché in linea generale amiamo molto quello che facciamo, i paletti ci scordiamo proprio di piantarli. E così, alla ricerca di un equilibrio tra stacanovismo e rivendicazioni sindacali, ho provato a stilare sette considerazioni sull’argomento, o meglio, a piantare sette paletti… nel giardinetto interiore che tutti dovremmo coltivare.

Paletto 1: I paletti si ergono un po’ alla volta

Questo paletto a mio parere vale per tutti, freelance e non: quando si comincia, nel pacchetto sono compresi anche un certo numero di ore extra, di impegno fisico e mentale totalizzante, di rinunce; insomma, la dura gavetta che non risparmianessuno. Ma, come si suol dire, un giorno tutto questo dolore ci sarà utile: ci permetterà di piantare i nostri paletti con grande soddisfazione.

Paletto 2: Divieto di sfruttamento

Questo paletto non è facilissimo da piantare, soprattutto all’inizio; per quanto “sfruttamento” sia una parola orribile, non sempre riusciamo a capire quando ne siamo vittime. Perché se la gavetta va benissimo, il pagamento in visibilità o esperienza non è ammesso, a meno che non lo si faccia per una buona causa.

Paletto 3: Patti chiari, preventivi corretti

Un altro effetto collaterale dell’inesperienza è non avere chiaro il confine tra la disponibilità e l’ingenuità: quando ci viene affidato un lavoro è bene chiarire cosa ci verrà richiesto, per non rischiare di vederci appioppare carichi non previsti o che esulano dai nostri compiti (vedi paletto precedente). Prendiamo esempio dall’idraulico: magari già che è venuto ad aggiustare la doccia può anche dare un’occhiata al rubinetto che perde, ma se poi quel rubinetto va sostituito… be’, provate a chiedergli di farlo gratis!

Paletto 4:  Rispetto dei tempi di lavoro…

Chi di noi lavora in casa lo sa: darci dei tempi di lavoro ben scanditi non è sempre semplicissimo. A volte la colpa è nostra, perché dobbiamo imparare a organizzarci bene o perché ci distraiamo facilmente; ma spesso sono le persone che ci circondano a non prendere troppo sul serio le nostre esigenze e ad affibbiarci compiti vari, perché tanto “siamo a casa” (ne avevamo già parlato qui). Questo paletto è davvero fondamentale, e lo dice anche Vasco: “noi soli dentro una stanza… e tutto il mondo fuori!”.

Paletto 5: …e dei tempi di riposo

È vero che molti di noi lavorano di notte o nei weekend, ma in linea generale dovrebbe essere una scelta nostra (perché non vogliamo rinunciare a un lavoro anche se siamo già carichi) o un nostro problema (perché non ci siamo organizzati bene), o anche una semplice preferenza. Per chi lavora con aziende in realtà il problema è un po’ ridimensionato, ma per chi lavora con altri freelance può diventare davvero grave: ricevere richieste via mail, whatsapp o addirittura telefonate la sera tardi o la domenica mattina, dopo una certa soglia di tolleranza ci trasforma in Van Helsing.

Paletto 6: Rispetto degli spazi

Non tutti i freelance possono permettersi un ufficio e non tutti vivono in città dotate di spazi di coworking; per la maggior parte di noi l’ambiente di lavoro consiste in pochi metri quadrati a casa nostra, e spesso ci troviamo a doverli difendere con le unghie e con i denti da bambini, gatti e accumuli vari di roba (spesso e volentieri altrui). Qui di paletti ce ne vogliono parecchi… più o meno una recinzione, ecco.

Paletto 7: Un po’ di sana netiquette

La maggior parte delle interazioni che noi freelance manteniamo con colleghi e committenti avviene via e-mail o messaggi, quindi la netiquette conta non poco per creare buoni rapporti virtuali e scongiurare lune storte. Certo è difficile imporre paletti agli altri, però cominciare da noi (e non demordere mai, neanche davanti ai messaggi in maiuscolo) vuol dire già molto.