Lo más importante para escribir

¿Qué es lo más importante para escribir en estos tiempos de Internet? La técnica viene bien. La facilidad de palabra no estorba. Un buen estilo es útil para brillar, para alzarse en medio del llano. Cuanto mejor engrasada esté la maquinaria del lenguaje, mejor responderá a las órdenes de nuestro cerebro, más suavemente nos conducirá a nuestra meta. Sin embargo, lo más importante no es saberse al dedillo las reglas de ortografía ni tener una sintaxis perfecta. Lo verdaderamente importante es tener algo que decir.

La Red está llena de repetidores, de antenas que se despliegan para lanzar amplificadas las voces que han captado en otro sitio, modificándolas quizás levemente. De lo que no andamos sobrados es de emisores, de centros de actividad desde donde surjan ondas nuevas, originales, inconfundiblemente personales.

Son muchos los que abren un blog o una cuenta en redes sociales para encontrarse a las pocas semanas con que se les acaba la cuerda. De pronto se ven con un megáfono entre las manos, pero no se les ocurre nada que contar o no se atreven. ¿Qué hacen? Repetir lo que va diciendo el de al lado o, simplemente, entonar la misma cantinela que todo el mundo procurando no desentonar. Si tú introduces una línea nueva en este coro, alguien te acompañará. No faltan altavoces, faltan voces que amplificar.

Tú también tienes algo que decir si descubres ese algo en lo que puedes ser el mejor. Es algo que solamente tú eres capaz de contar o quizás una manera de contarlo de la que solo tú eres capaz. Cuando das con esa vena, tus ideas no se agotan después de cuatro artículos. Cuanto más dices, más te queda por decir. Al final el problema no es andar luchando por encontrar un tema nuevo cada día, sino hacer frente a una tarea ingente que se va acumulando sin que se le adivine un final.

Aprender a decirlo bien es cuestión de tiempo y de voluntad. Habrá que conseguir que el lenguaje trabaje para ti y no en tu contra. Ve puliendo y afinando la expresión, pero el recorrido va de la idea a la palabra y no al revés.

CULTURA. Cambiamenti nella letteratura di genere: le giovani autrici arabe

La nuova generazione di scrittrici non ama posizionarsi tra le fila delle correnti femministe, ma ha sviluppato un’autonomia nel processo di scrittura che esula dalle realtà letterarie esistenti. L’uso riservato alla scrittura è, dal loro punto di vista, pratico, immediato, concreto e incisivo negli effetti.

Roma, 23 gennaio 2017, Nena News – La denominazione, “letteratura di genere”, potrebbe indurre a un approccio riduzionista nei confronti delle autrici e dei loro testi, con riguardo alle nuove possibilità d’interpretazione. Si tratta dell’insidia connaturata alla letteratura araba (e non solo), femminile, che pare influenzarne la percezione della sua sostanza. Quali sono le specificità della scrittura femminile? È corretto, circoscrivere la produzione letteraria femminile all’interno dei molteplici femminismi, intesi come movimenti/correnti di pensiero? Ed infine, a fronte della miriade di scritti firmati da donne, vi è una logica consequenziale nello stabilire una coincidenza tra, un romanzo che sfogli tematiche femminili, con l’ambizione di difendere l”esser donna’? A prima vista, sembrerebbe di no.

La nuova generazione di scrittrici arabe e mediorientali non ama posizionarsi tra le fila delle correnti femministe; si tratta di molte palestinesi, libanesi, turche, che hanno sviluppato un’autonomia nel processo di scrittura che, esula dalle realtà letterarie esistenti. L”uso’ riservato alla scrittura, è, dal loro punto di vista, pratico, immediato, concreto, incisivo negli effetti. Chi sceglie di non amalgamarsi alla prospettiva di genere, nel senso più classico della sua accezione (senza per questo disdegnare coloro che vi aderiscono), sono le donne proiettate ad esplorare e ad interpretare la realtà sociopolitica e culturale del proprio Paese, riconoscendo sia uno spazio, pubblico e privato, condiviso con altre donne, sia l’urgenza di una narrativa che plasmi le loro riflessioni.

Si può fare/produrre letteratura anche da un campo di rifugiati o da un ospedale o da un aeroporto o da qualunque struttura operi nel sociale; si può scrivere, in forma letteraria, quando si analizza la condizione di vita di un gruppo, o di una minoranza, o quando ci si preoccupa di indagare il perché di alcune forme di vita. Il riferimento è a una scrittura che riporti quanto accade in determinati luoghi, che aiuti a riformulare la concezione che ciascuno di noi ha di parti del mondo, che ridisegnare condizioni di vita. Le giovani autrici non definiscono la religione come l’aspetto che, tra tutti, determina la loro vita, piuttosto come una struttura socio-culturale arcaica che plasma il comportamento e dirige l’agire.

Non è dunque, dal loro punto di vista, la tradizione religiosa a marcare la vita femminile, quanto, il monolitismo del sistema patriarcale, quale fonte di marginalità. In quest’ottica, la loro vocazione letteraria si traduce in attivismo e impegno sociale, ideologico, politico e culturale; nella volontà di evidenziare storie di esclusione, che toccano le donne, ma anche di oppressione, che raccolgono la spinta dall’assetto della società (e non dalla religione).

In che modo, una donna che ha dalla sua parte un potentissimo strumento di autorealizzazione, quale la scrittura, reagisce alle condizioni imposte da situazioni esterne? Una prima reazione è documentare ciò che vede intorno a sé e, sente di avere in comune con altre donne; scrivere del proprio vissutolegandolo a quello di altriL’elemento presente nella letteratura araba femminile degli ultimi anni (non marcatamente femminista), è quello biografico: raccontarsi in prima persona. In contesti socialmente e etnicamente gerarchizzati, le norme comportamentali prestabilite e le relative osservanze, rappresentano un incentivo al rigido controllo sociale.

Tale precisazione, dovrebbe ostacolare letture semplicistiche condotte attraverso la sola lente della religione, pur non negando, nelle analisi delle pratiche culturali, una linea di contiguità tra la condizione di fatto, che interessa “la donna musulmana” e una società più tradizionale, di stampo patriarcale, in cui l’appartenenza a una classe inferiore (la cui esistenza è tacitamente riconosciuta), o ad una minoranza etnica o religiosa, è oggetto di forme discriminatorie.

È fuorviante, concepire una sorta d’incomunicabilità tra i due mondi, culturale e letterario, mediorientale ed occidentale, così come delle rispettive voci. Ciò che la scrittura femminile cattura e rielabora, dai generi letterari diffusi in Europa, ad esempio, è la funzione della parola come rivendicazione della libertà di espressione, mentre il racconto e il romanzo, sono i generi scelti per abbattere la staticità di un ruolo femminile codificato. Dunque, le “letterature” si parlano e comunicano; un loro confronto ed intercambio è inevitabile.

Lo stile di scrittura femminile rivela le potenzialità espressive inscritte nella letteratura generata dalle donne: individuata, dal piano stilistico e formale, da una specifica trama e argomenti. I contenuti letterari appaiono inscindibili dal contesto sociopolitico e culturale e, dalle connessioni con i rapporti affettivi, il corpo femminile, il peso delle convenzioni sociali e l’essere madre. Un passaggio ulteriore, è avvertito dall’esigenza, da parte delle “nuove” scrittrici, di esplorare il campo della cultura e delle arti, allo scopo di inviare messaggi universalistici che, oltrepassino il Paese di nascita.

A questo, ha contribuito, l’aver individuato la natura di “disciplina della scrittura”, che si collega alla necessità di possedere competenze sedimentate quando si tratta di carpire, penetrare immagini e tradurle in rappresentazioni che, rispondano al bisogno di costruzione della propria individualità e di ricerca incessante, in tal senso, la letteratura si sta trasformando in forma di militanza attiva e resistenza intellettuale. Nena News

Logiciels en nuage et protection des données personnelles : sont-ils compatibles ?

De nombreuses applications en nuage que nous utilisons, tels que Dropbox, Google Drive, MailChimp ou Google Apps, appartiennent à des entreprises dont les centres de données sont situés dans des pays extracommunautaires, et notamment aux États-Unis. La réglementation de ces pays en matière de protection des données personnelles est moins restrictive que celle de l’Union européenne.

Jusqu’en 2015, il suffisait que les entreprises hors du territoire de l’UE adhèrent à l’accord Safe Harbour (« sphère de sécurité » en français) pour stocker les données de leurs utilisateurs européens dans des serveurs situés aux États-Unis. En octobre 2015, la Cour de justice de l’Union européenne a invalidé cet accord et les transferts de données hors de l’UE ne peuvent plus s’effectuer sur sa base légale.

L’arrêt de la CJUE est une mesure qui s’ajuste à la réforme du règlement en matière de protection des données à caractère personnel. Ce nouveau règlement, qui est paru au journal officiel de l’Union européenne en mai 2016, entrera en application en 2018 et remplacera ainsi la réglementation en vigueur depuis 1995.

La réforme de règlement européen poursuit trois objectifs principaux : renforcer les droits des personnes, responsabiliser les responsables de traitement des données et renforcer la coopération entre les autorités de protection des données personnelles. Elles pourront notamment adopter des décisions communes si les traitements de données sont transnationaux et renforcer les sanctions.

Le droit européen s’appliquera chaque fois qu’un résident européen sera directement visé. Le règlement incorporera de nouveaux droits pour renforcer le droit des personnes : la portabilité des données, des conditions particulières du traitement des données des enfants, le principe des actions collectives et la réparation des dommages matériels ou moraux.

En ce qui concerne les transferts des données hors de l’Union, ils pourront être effectués s’ils s’encadrent avec des outils qui assurent un niveau de protection suffisant et approprié. Les données transmises resteront toutefois toujours soumises au droit européen.

Le stockage des données personnelles dans des serveurs situés aux États-Unis n’est donc plus sûr, étant donné que la législation des pays extracommunautaires ne dispose pas d’un niveau de protection des données comparable à celui exigé par la législation européenne.

Afin de respecter la réglementation sur la protection des données personnelles (loi Informatique et libertés en France, LOPD en Espagne), nos clients et les destinataires de nos communications doivent être dûment informés de l’usage que nous faisons des applications en nuage où nous stockons leurs données. En outre, ils doivent pouvoir exercer à tout moment leurs droits d’accès, de rectification et d’opposition.

Pour assurer le respect de la réglementation en vigueur, nous pouvons utiliser des services alternatifs situés dans des pays communautaires.

Outils d’email marketing :

Stockage en nuage :

Pour en savoir plus :

Nuage de mots-dièses créé avec le logiciel Tagxedo.

Can English skills help end migrant exploitation?

In Bahrain, I was beaten. For example, they asked for tea. I gave tea leaves. I did not make the tea. She put her hand on my neck and moved me to tell, ‘Boil the tea leaves. Make tea’. They told me things in Arabic, I did not know Arabic. There was no other Bangladeshi to help me out. That’s how I worked. Sometimes, the children said me something, but I didn’t understand. Then the children knocked me. But you can never have a gloomy face. (Afia, pseudonym, a Bangladeshi migrant domestic worker)

This quote is taken from an interview with a female Bangladeshi migrant worker who was a participant in a research project we undertook which aimed to explore perceptions of the value of English for migrant workers from Bangladesh to the Middle East. The quote aptly illustrates Afia’s vulnerability as a domestic worker. Partly her vulnerability is a result of limited Arabic and English language proficiency and miscommunication.

This raises the question what the role of language skills in migrant exploitation is. Could Afia have avoided being beaten if she knew more Arabic or English? Or, to put it more generally, to what extent do communication barriers contribute to the exploitation of migrant domestic workers such as Afia?

We explore such questions in an article recently published in Multilingua, where we suggest that structural entanglements and global inequalities put into question commonplace assumptions linking language skills to economic success for Bangladeshi migrant workers.

Recent reports on the devastating experiences of Bangladeshi female migrant workers in the Middle East (which have gone largely unreported in English-language media) throw into sharp relief the deep structural issues – far beyond the linguistic – affecting the lives of female Bangladeshi migrant workers to the Middle East.

Since 1991 Bangladesh has sent more than 700,000 women abroad to work, primarily as domestic workers to the Middle East (BBC 2018). Many of these have returned reporting that they have faced exploitation and abuse in the workplace. The complaints that have been made – which echo accounts documented in our research – include receiving no salary (or a lower salary than promised), unbearable workloads, physical and verbal abuse, and sexual assault.

Reports in the Bangladeshi media relay the tribulations of Fatema, for example, who went to Lebanon to improve her family’s condition, but came back after only three months physically disabled, with a significantly worsened economic and social status (BBC 2018Prothom Alo 2018). Her employer under-fed and tortured her, and when she, not able to bear it anymore, informed her employer that she wanted to go back to Bangladesh, the employer pushed her out of a third-floor window. Like Fatema, many of the women returning from the Middle East have physical injuries and/or psychological trauma. Additionally, they also face significant social stigma, including the refusal of their families to accept them back.

Despite these reports, there have been few attempts from Middle Eastern countries to take actions against the employers who were reportedly involved with such crimes. A country with less clout than other migrant-sending countries such as Indonesia, the Philippines or Sri Lanka, attempts by Bangladesh to lobby for work environments where Bangladeshi female migrant workers can work in safety and dignity have had little effect (BBC 2018).

The restricted bargaining power of Bangladesh has been increasingly observable since 2000, when an Indonesian domestic worker who had been tortured by her employer was executed for stabbing and killing her employer in Saudi Arabia. Protests from Indonesia and human rights groups ensued, and stories of the torture and exploitation of female domestic workers in Saudi Arabia attracted global attention. As a result, Nepal, the Philippines and Sri Lanka joined Indonesia to create pressure on Saudi Arabia to improve its treatment of female domestic workers by creating travel bans to stop sending women from their countries. Facing an acute shortage of female domestic workers, Saudi Arabia proposed that Bangladesh step in to fill the gap. Although there had previously been a ban on female migration as a measure of protection, Bangladesh eventually caved in when Saudi Arabia made the continued hiring of Bangladeshi male workers contingent on the availability of a female workforce, too (Prothom Alo 2018). Saudi Arabia further insisted that, even though female domestic workers from other countries are paid 1,500 riyals per month, the pay of Bangladeshi workers would be capped at 800 riyals (Prothom Alo 2018).

Today, Bangladeshi media regularly feature harrowing stories of exploitation faced by Bangladeshi female domestic workers in Saudi Arabia. Despite these gloomy reports we do, of course, not wish to suggest that all migrant workers face abuse and exploitation. In fact, some participants in our research were able to improve their family’s economic and social status considerably by working abroad.

All of them shared stories of hardship, and limited Arabic and English language skills were a significant aspect of the challenges they faced. This raises the question whether pre-departure language skills training would improve the lot of Bangladeshi migrant workers.

There can be no doubt that English and Arabic language skills might help migrant workers to better navigate life in the Middle East. However, we should be wary of suggesting that language learning alone is sufficient to overcome the difficulties in which many migrant workers find themselves. The stories of suffering and exploitation from returnee female domestic workers are clear indicators that structural global inequalities must be considered when exploring the extent to which migration and language skills can be economically, personally and socially transformative to individuals like Afia and to countries like Bangladesh.

References

British Broadcasting Corporation (BBC) (2018). ফেরার পর পরিবারেও ঠাঁই নেই: সৌদি থেকে নির্যাতনের শিকার হয়ে ফিরে আসা বাংলাদেশী নারী [Translation: No place in the family upon return: Bangladeshi women returning from Saudi being victim of torture] (4 June 2018).

Erling, Elizabeth J., Chowdhury, Qumrul Hasan, Solly, Mike and Seargeant, Philip (2018). “Successful” migration, (English) language skills and global inequality: The case of Bangladeshi migrants to the Middle East. Multilinguadoi:https://doi.org/10.1515/multi-2018-0021.

Erling, Elizabeth J., Seargeant, Philip, Solly, Mike, Chowdhury, Qumrul H. and Rahman, Sayeedur (2015) English for economic development: A case study of migrant workers from Bangladesh. ELTRP Report, British Council.

Prothom Alo (2018). প্রবাসী নারী শ্রমিকের গল্পটা কেউ শুনবেন? [Translation: Will you listen to the story of the woman migrant worker?] (4 June 2018).

Terremotos: algunas claves para una redacción más precisa

En las noticias sobre desastres naturales de origen geológico, en especial en las referidas a volcanes, terremotos y maremotos, se observan una serie de vacilaciones en el tratamiento de algunos términos y expresiones que conviene aclarar.
  1. Sismo y seísmoAmbas formas son apropiadas para nombrar a un terremoto o sacudida de la tierra. La primera es más común en Hispanoamérica y la segunda, en España.
  2. Hipocentro y epicentro. No deben confundirse: mientras que el hipocentro, también llamado foco sísmicoes el lugar en el interior de la corteza terrestre donde tiene origen un sismo, el epicentro es el punto en la superficie terrestre —aunque puede estar sumergido— donde el terremoto es más intenso. Además, puesto que no son hechos o eventos, sino lugares o puntos de la corteza terrestre, lo apropiado es decir que se localizanno que ocurren o se producen.
  3. Maremoto y tsunami. Dos términos que no hay que confundir, pues no son sinónimos. Mientras que un maremoto es un terremoto cuyo epicentro se localiza en el fondo del mar, un tsunami es la ola gigantescaproducida por un maremoto o por la erupción de un volcán submarino.
  4. Escalas de Richter y de MercalliMientras que la primera mide la magnitud de un movimiento sísmico, la energía que libera («una magnitud de 6,5 en la escala de Richter»), la escala de Mercalli mide su intensidad, los efectos que produce («una intensidad de grado VII en la escala de Mercalli»).
  5. Asolar, conjugación correcta. El verbo asolar, cuando significa destruir o arrasar’, puede conjugarse de forma regular o irregular, tal como recoge la Gramática académica. Así, se puede decir asuelo, asuelas, asuela, asuelen…, pero también asolo, asolas, asola, asolen…, siendo esta última la única conjugación apropiada del verbo asolar cuando significa ‘secar los campos o causar sequía’.
  6. Devastar, no desvastar. El verbo devastar es ‘destruir,‘arrasar un territorio’, y no hay que confundirlo con desbastar, que significa ‘quitar lo basto’ o ‘debilitar, gastar’, ni con desvastar, que es una forma híbrida inexistente en español y que, por tanto, debe evitarse.
  7. El adjetivo severo. El uso del adjetivo severo con el significado de ‘grave’ o ‘serio’ es un calco inapropiado de la palabra inglesa severe, por lo que lo adecuado es hablar de graves daños o daños serios, no de severos daños.
  8. Segar vidas, no sesgar vidas. Cuando se quiere significar ‘matar, acabar con la vida de alguien’, lo apropiado es emplear el verbo segar, no sesgar; por ello, la expresión adecuada es segar vidasno sesgar vidas.
  9. Tsunamirresistente y tsunamirresiliente. Estos dos neologismos, que aluden a la propiedad que tienen algunas construcciones de ser resistentes a los tsunamis, se escriben en una sola palabra, en redonda y con doble erre.
  10. Tremor, no trémor. En sismología, tremor alude a ‘un terremoto característico de los volcanes que refleja modificaciones en su estado interno’. Hay que tener en cuenta que se trata de una palabra aguda, es decir, que en su pronunciación se acentúa la última sílaba, /tremór/, y que no está justificado pronunciarla como llana, /trémor/.
 
Fuente: Fundéu
Enlace: http://www.fundeu.es/recomendaciones-T-terremotos-algunas-claves-para-una-redaccion-mas-precisa-1525.html

Di corse, vecchiaia e figuracce

Primo giorno di lavoro in una piccola ma potente azienda metalmeccanica. Premettendo che non avevo neanche vagamente idea di cosa fosse una macchina utensile a controllo numerico. Mi allungano un catalogo italiano-inglese da studiare. Lo sfoglio tutto (poche pagine per fortuna), mi cade l’occhio sulle due parole “run” e “race” in seconda pagina. Mmmh, mah. Ok. Cerco su un sito di traduttori l’espressione “corsa dei punzoni”, ovviamente non c’è traccia né di “run” né di “race” perché il termine è “stroke”. Controllo su altri siti per essere sicura al 100%, “stroke” è la mia parola. Mi faccio la nota sul catalogo e vado avanti.

Pur nella mia ignoranza tecnica il radar linguistico si accende ed individua vari sfondoni: lessicali, ortografici, italianismi. Di tutto un po’. Nel rispetto del lavoro che ha fatto un’altra persona, misurando le parole e in parte minimizzando, faccio presente al mio referente la questione.
“Ah sì? Davvero? Ne abbiamo fatti stampare da poco 3000”. Gulp, ops, cielo! Quei cataloghi sono durati an-ni.
Nei giorni a seguire incontro macchine neonate (newborn) e macchine che invecchiano (aging). Insomma. Metto pezze.

Sottolineo al titolare che se mi fa tradurre il manuale di programmazione di una macchina dall’italiano all’inglese non si ottiene un prodotto neanche vagamente decente tecnicamente, un compito del genere non si può chiedere ad un traduttore. Parole al vento.
Per anni a malincuore, consapevole della battaglia persa in partenza, ho tradotto manuali dall’italiano all’inglese, tedesco, spagnolo e francese. Con mio sommo orrore ed impegno. È stata una sfida, mi ha insegnato molto a prescindere, sono arrivata a crearmi un glossario multilingue di 980 entrate in italiano. Ho dovuto lottare contro tempi stretti (mi occupavo del backoffice commerciale estero oltre che delle traduzioni), contro spiegazioni tecniche approssimative e vagamente reticenti – “cos’è? Vuoi diventare un elettricista?” – per esempio.

Mi pento e mi dolgo dei manuali che sono arrivati ai quattro angoli della Terra per mano mia. Gli ultimi clienti sono stati più fortunati dei primi, in cinque anni ho imparato molto, come vorrei rileggere le prime traduzioni!
Non sono stata professionale pur volendolo in un mondo che di linguistica e traduzione non capisce neanche l’ABC. Potrei scrivere centinaia di buoni aneddoti linguistici, la raccolta si chiamerebbe “S.O.S. Battaglie di una linguista in azienda – come sopravvivere con la dignità quasi intatta”. Spero che qualche datore di lavoro legga e si illumini.

L’autrice dell’articolo ci ha chiesto di restare anonima

“Always distance yourself from the original text”

Considered one of the most renowned and experienced literary translators in the business, Nabil Al Haffar has received numerous awards for his work. He began translating from German into Arabic in 1974. Here he discusses his work as a translator and the challenges it presents.

Mr. Al Haffar, what project are you working on at the moment? What drew you to this work?

Nabil Al Haffar: I am currently translating “The Trial”, which is the third work by Franz Kafka that I have translated into Arabic. While most of his major texts already have been translated several times over from English or German into Arabic, there are no translations that do justice to them either linguistically or literarily. Iʹm making an effort to change that. There is a strong demand for Kafkaʹs writing in the Arabic-speaking world and much has also been written about his work, both pro and contra. There have also been many misinterpretations caused by inaccurate or poor translations. Thatʹs the reason for this new project.

How do you approach a translation? And what do you keep next to you on your desk?

Al Haffar: On my desk, I keep a notebook for questions that arise while translating the text, vocabulary and information that I plan to look up, especially in etymological dictionaries or Google images. Kafkaʹs German uses many obsolete words, the meanings of which are not to be found in the new dictionaries. I also note my translations of certain terms, so that I have them ready if they appear again in the text.

I work systematically, eight hours a day, because translation has been my main profession for thirteen years, that is, since I retired from the Higher Institute of Dramatic Arts in Damascus. Before that, I used to translate in my spare time.

What are the particular challenges of literary translation from German into Arabic?

Literary translator Nabil Al Haffar (photo: private)

Advice for young translators: “stay away from literal translation. Re-phrase the German sentence until you succeed in creating a clear Arabic sentence. When you are done with your translation, read it through carefully”

Al Haffar: The main challenge of literary translation into Arabic, in my opinion, mainly has to do with the authorʹs subject matter. Patrick Suskindʹs “Perfume”, for example, was that sort of challenge for me. The world of scents was extremely difficult to translate, because of the lack of specialist dictionaries. Another aspect of this challenge was to replicate the precise description of daily life across all the various social classes in 18th century France.

Another example would be Christoph Ransmayrʹs “Cox oder Der Lauf der Zeit”. The challenge of this novel lies in the high style and register of the language, which demands its equivalent in Arabic.

What advice would you give to young translators?

Al Haffar: I would tell young translators: before you start translating, read the German text carefully and also read something about the author, for example, find out about their education and training. Each language has its own structure and idiosyncrasies. But theyʹre not sacred. Stay away from literal translation. Re-phrase the German sentence until you succeed in creating a clear Arabic sentence. When you are done with your translation, read it through carefully before submitting it.

Which reading trends do you observe in the Arab world? Which books need to be translated for the Arabic market?

Al Haffar: In the Arab world people read a lot about the political experiences of countries and individuals, especially memoirs by politicians and famous personalities. History books are, of course, connected to this trend.

In the past twenty years, there has been a significant demand for scientific books, especially among university graduates. Nevertheless, the editions in the various specialised areas of literature remain scarce. Also, the price of books has doubled during this time and many books in print can be easily replaced over the Internet.

During the last decade, the novel has occupied pride of place in the field of literature, followed by the short story. Very rarely does a publisher say yes to a volume of poetry or a play. Theoretical works about literature are almost never an option.

What Arabic title would you recommend to us Europeans?

Al Haffar: I rarely have had the opportunity to get my hands on Arabic books recently, partly because of the war in Syria and also because of my emigration. Therefore, I am unfortunately unable to choose or suggest titles for translation. I read a lot about new publications in the various Arabic magazines on the Internet, but that is not enough to formulate an opinion about them.

© Litrix 2018

Translated from the German by Zaia Alexander

Nabil Al Haffar, born in 1945, studied German literature in Leipzig and earned his doctorate in theatre studies at Humboldt University in Berlin. He taught at the Higher Institute of Dramatic Arts in Damascus, where he later became vice-rector. In 1974, he began translating plays from German into Arabic, including works by Bertold Brecht, Peter Weiss, Heinar Kipphardt and Stefan Heym. He now works exclusively as a literary translator and has received several awards for his translations into Arabic, including the Brothers Grimm Translation Prize (1982); the Goethe-Institut Translation Prize (2010); and the Syrian State Prize for Translation and Theatre (2014)

Traduzione letteraria dai tempi dell’URSS (3)

Pagamento del lavoro del traduttore
La specificità del business editoriale è tale che, fin dall’inizio, l’editore investe nella produzione e promozione del libro, e solo in seguito riceve dividendi. E le previsioni rosee non sempre si avverano. Pertanto, l’editore è interessato a rischiare il meno possibile i propri mezzi. Il traduttore in questo sistema diventa l’anello debole. Per l’editore è redditizio pagare il suo lavoro al minimo. Se non si parla solamente della pubblicazione di un libro del vincitore di un prestigioso premio, per esempio – in questo caso, è fondamentale importanza che al riguardo vi abbia lavorato un traduttore di alta qualità, che è d’accordo a non fare un lavoro mediocre.

Il caso di “Harry Potter”, dal momento che era proposta una generosa ricompensa per l’urgenza, è più che un’eccezione. Spesso è necessario tradurre sia rapidamente che in economia. Soprattutto per un traduttore senza nome.

Inoltre, sorge la domanda sulla relazione tra il prezzo e la qualità della traduzione. Perché pagare un sacco di soldi per la traduzione di un passaggio “horror” o di un melodramma? – si chiederà l’editore. In questo caso non è necessario il lavoro di precisione, significa che per essa il traduttore si accosterà con “più facilità”. Il quale non deve essere necessariamente pagato molto e che conviene disperatamente a lavorare per tali soldi.

Pertanto, se l’Unione Sovietica richiedeva un traduttore letterario, egli poteva vivere completamente delle sue traduzioni (e senza prodezze stacanoviste), ora con una traduzione letteraria è difficile nutrirsi. La traduzione letteraria deve essere combinata con altre traduzionio, ad esempio, con l’insegnamento.

Periodicamente gli editori ricevono sovvenzioni da agenzie governative, oppure da organizzazioni straniere, per la produzione di letteratura tradotta. Quindi c’è opportunità di stampa non solo di ciò che viene richiesto dal lettore di massa. Ma anche in presenza di sovvenzione, ciò non è sempre garanzia di pagamento decente del lavoro del traduttore, perché la casa editrice dispone della sovvenzione.

Tuttavia, nonostante tutti i prerequisiti per un deterioramento della qualità della traduzione della letteratura, gli esperti affermano che esistono tuttora dei traduttori letterari di qualità in Russia. Ci sono devoti che accettano una vita molto modesta, e chi è addetto a più lavori che traduce “per l’anima” e guadagna da vivere altrove. È vero, non sono la maggioranza. E la questione dell’approntamento di una mutazione nell’ambito della traduzione rimane aperta.

Fonte: Articolo scritto da Ksenija Elagina e pubblicato il 25 gennaio 2018 su Tranzilla.ru

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259
Trento

DIMINUTIVOS EN LATINOAMÉRICA: CHIQUITOS PERO…

Odalys Troya Flores
prensa-latina.cu, Cuba
Domingo, 30 de mayo del 2010

En el lenguaje coloquial de los latinoamericanos, el diminutivo ocupa un lugar tan importante que gran número de palabras expresivas de conceptos «se achican» para matizar una idea.

Además de la adición de sufijos como -ito, -ita (los más usados) a sustantivos propios e impropios y a los adjetivos, se añaden también a verbos, adverbios y a pronombres como los demostrativos. Su uso se ha enraizado de tal forma que algunos como ahorita(ahora mismo, muy recientemente, después, dentro de un momento, en seguida) o poquito tienen ya su propio diminutivo: ahoritita, poquitito
Por lo general, el empleo exagerado de los diminutivos suele asociarse con un bajo nivel cultural.
Un cuento popular refiere que había una señora que para todo usaba diminutivos.
Un día la invitan a una elegante cena y su esposo le dice en secreto que ni se le ocurra decir uno sólo.
Al terminar la comida, le preguntan a la mujer que si quiere repetir un plato, a lo que responde:
«Muchas gracias, la cena estuvo exquisita pero ya no tengo mas apeto» (por apetito, que por ignorancia consideraba un diminutivo).
Es tan desdeñado el diminutivo que hay quienes incluso le han declarado la guerra con el argumento de que son innecesarios o reflejan la simpleza de los seres humanos, y ocultan la verdad, sin embargo, sobre estas incursiones idiomáticas la polémica es amplia.
Y es que, sin dudas, las lenguas como productos sociales, se enriquecen con lo que aportan sus hablantes y decir que es de mal gusto o no el empleo de ciertos términos puede ser una defensa a ultranza de la «buenas» normas porque casi siempre el uso y la costumbre triunfan.
Ese peculiar achicamiento de las palabras —que no se da precisamente en la forma, todo lo contrario— suele relacionarse con cuestiones afectivas, de sumisión, duda, religiosidad y también con la herencia de lenguas originarias, entre otras.
La carga emocional que llevan en sí, a criterio del lingüista Amado Alonso (1896-1952), no tiene la función exclusiva de disminuir, incluso para él ésta es la función menos frecuente.
El importante estudioso de nuestra lengua, asegura que el sentimiento y la visión subjetiva es la que le da el verdadero valor funcional a estas palabras, para lo cual la entonación y el contexto son imprescindibles.
Una de las finalidades del diminutivo es la ponderación de acciones o cualidades de recogimiento, como «es muy educadita».
Asimismo, puede expresar cortesía, «un pasito por favor»; cuando se quiere que se camine y poder despejar un lugar; y también compasión, pobrecillo.
Para pedir grandes favores se invoca en actitud reverencial al Diosito o la Virgencita.
El sufijo -ucho puede darnos idea de conmiseración así como de desprecio: «está delgaducho» o «ese medicucho».
Se pueden emplear hasta para disimular abuso, por ejemplo, «por ser a usted sólo le cuesta mil pesitos».
En cada país o región se le dan matices diferentes, con una flexibilidad tal que parecen ilimitadas las posibilidades de su uso.
Se dice que los diminutivos tienen mayor alcance en México que en ninguna otra nación de Latinoamérica.
Muchos estudiosos de la lengua aseguran que su exagerado empleo allí se debe a lo afectuosos que son sus habitantes, otros lo relacionan con un sentimiento de servidumbre; y un tercer grupo lo atribuyen a la influencia en el español del náhuatl, la lengua nativa con mayor número de hablantes en ese territorio.
De acuerdo con filólogos, ese idioma de la familia yuto-azteca tiene dos sufijos diminutivos uno reverencial -tzin (usado para personas queridas o familiares) y otro despreciativo -ton (usado con persona despreciadas u objetos poco importantes).
Dichos signos lingüísticos vendrían a cumplir las mismas funciones que nuestros -ito, -ita.
En su estudio Posible influencia del náhuatl en el uso y abuso del diminutivo en el español de México, el historiador y lingüista tapatío José Ignacio Dávila Garibi (1888-1981) refiere que la presencia del diminutivo es tal que llegó a palabras extranjeras incluso cuando no habían sido aceptadas en el español.
Pero, ¿En realidad son los mexicanos quienes más emplean el diminutivo?
La respuesta sería imprecisa, porque los colombianos, los peruanos y los bolivianos también motean su habla cotidiana con numerosos vocablos de este tipo.
Ocurre lo mismo en Chile donde, por citar un ejemplo, se le llama señorita a cualquier mujer, independientemente de su edad o estado civil, y en toda la América hispana.
Lo cierto es que para algunos despreciables y para otros considerados las palabras del cariño, los diminutivos no pasan indiferentes.
El gran escritor ecuatoriano Jorge Enrique Adoum (1926-2009) aseguró que se trata de un uso del lenguaje que corresponde a un sentimiento de ternura.
Pero más allá del papel de ese fenómeno lingüístico muy marcado en el lenguaje oral, en el escrito han quedado cristalizados términos como habichuela (diminutivo de haba); pasillo (de paso), entre muchos otros.
De igual forma han quedado plasmados en obras literarias, tal es el caso de Platero y yo, del Nóbel de Literatura español Juan Ramón Jiménez (1881-1958).
«Platero es pequeño, peludo, suave; tan blando por fuera, que se diría todo de algodón, que no lleva huesos. Sólo los espejos de azabache de sus ojos son duros cual dos escarabajos de cristal negro. Lo dejo suelto y se va al prado y acaricia tibiamente, rozándolas apenas, las florecillas rosas, celestes y gualdas. Lo llamo dulcemente: ¿Platero?,y viene a mí con un trotecillo alegre, que parece que se ríe en no sé qué cascabeleo ideal».
Atacar al diminutivo merece antes una reflexión.
El lenguaje nos identifica y si desterramos del habla cotidiana esta suerte de matizar lo que queremos decir, renunciaríamos a nuestros orígenes y a ser los que somos.
El escritor mexicano Octavio Paz (1914-1998), dijo en la inauguración del Primer Congreso Internacional de la Lengua Española, realizado en Zacatecas, México, en abril de 1997, que «la palabra es nuestra morada: en ella nacimos y en ella moriremos.
»[…] Nos reconocemos incluso en lo que nos separa del resto de los hombres; estas diferencias nos muestran la increíble diversidad de la especie humana y, simultáneamente, su unidad esencial. Descubrimos así una verdad simple y doble: primero, somos una comunidad de pueblos que habla la misma lengua y, segundo, hablarla es una manera, entre muchas, de ser hombre. La lengua es un signo, el signo mayor, de nuestra condición humana.»Fuente: Fundéu
Enlace: http://www.fundeu.es/noticia/diminutivos-en-latinoamerica-chiquitos-pero-5976/

Traduzione letteraria dai tempi dell’URSS (2)

Velocità di traduzione
Naturalmente, le case editrici sovietiche, come tutte le altre imprese di quel tempo, erano piani di produzione. Ma, poiché gli editori non perseguivano l’ottenimento di profitti, le tempistiche assegnate per la preparazione di un libro erano indulgenti. La velocità non veniva impostata come attributo più importante. Ciò riguardava anche il tempo assegnato per la traduzione – non più di due pagine del testo originale (80 mila caratteri spazi inclusi) al mese.

Il mercato detta altre condizioni. Il processo di produzione editoriale, in generale, ha un corso più lungo: le questioni del diritto d’autore, di ricerca del traduttore, dell’artista, della traduzione in sé, dell’editing, dell’impaginazione, della stampa del libro. Più si protrae la preparazione di un libro per la pubblicazione, più tardi l’editore riceverà entrate da esso. Perché un libro possa essere redditizio, bisogna fare in tempo a pubblicarlo, mentre c’è interesse per quest’opera, per questo autore, per questo argomento o per questa serie.

È indicativo un racconto con Harry Potter. Gli ultimi libri della serie sono stati tradotti in brevissimo tempo – la casa editrice aveva fretta di raccogliere i profitti sull’onda della frenesia, nel mentre molti non avevano ancora letto la traduzione amatoriale sul Web. Il traduttore Sergei Ilyin, che ha lavorato alla traduzione della sesta e della settima parte, riporta che gli sono state assegnate tre settimane per tradurre metà del sesto libro e due per tradurre la metà del settimo (!). A causa della frenesia, i libri sono stati tradotti “in tandem” – metà è stata concessa a Ilyin, l’altra metà a Maya Lahuti. È positivo un lavoro del genere “a mosaico” per un libro? Ne dubito. Sulla settima parte dei libri di Harry Potter, Il’in ha lavorato dodici ore al giorno. E anche se il traduttore ammette che per le tempistiche “draconiane” è stato ricevuto pagamento adeguato, è molto dispendioso in termini di energia lavorare secondo questa modalità. Incrementa anche la probabilità di errori. In questo caso aumenta la responsabilità dell’editore, che dovrebbe notare tutti gli errori e le discordanze. Ma anche il suo lavoro è strettamente regolato dalle tempistiche.

 

Fonte: Articolo scritto da Ksenija Elagina e pubblicato il 25 gennaio 2018 su Tranzilla.ru

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259