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Creare traduzioni di qualità

Le traduzioni di qualità sono sempre richieste, e per raggiungere la massima qualità possibile i traduttori studiano e si allenano per anni, perfezionando la propria arte. Eppure, anche se ogni traduttore è un individuo a se, il processo di traduzione si articola in varie fasi ordinarie, e conoscendole anche il traduttore meno esperto può imparare un po’ più velocemente a padroneggiare l’arte della traduzione.
Senza ulteriori indugi diamo un’occhiata al procedimento tipico seguito da un traduttore professionista nel corso del suo lavoro.

1. I traduttori familiarizzano col materiale
Prima di passare al processo di traduzione devono conoscere l’argomento del lavoro e ciò che gli serve sapere per svolgerlo. In molti sensi ogni traduzione è unica, ed è importante sapere che tipo di difficoltà potreste trovarvi ad affrontare per poter fornire la migliore traduzione possibile. Inoltre durante questa fase i traduttori prendono appunti per accelerare il procedimento ed evitare complicazioni.

2. Valutate le capacità necessarie per la traduzione
Un’altra parte fondamentale della traduzione è la valutazione delle vostre capacità. Siete in grado di capire il materiale per intero mentre lo leggete? Riuscite a tradurre coerentemente le parti più difficili nella vostra mente? Siete sicuri di poter offrire la qualità migliore? Se avete forti dubbi o perplessità meglio rifiutare il lavoro prima di fare errori.

3. Fate ricerche accurate
Studiare il tema è importante, soprattutto  se avete a che fare con argomenti con cui non avete familiarità. Per esempio, potreste tradurre un testo sui computer senza avere nozioni di informatica, il che potrebbe creare problemi se il testo si basa su vari termini e descrizioni tecniche.

4. Credete nelle vostre capacità
Conoscere i propri limiti è importante, ma lo è anche credere in se stessi. A volte pochi ostacoli potrebbero convincervi  che quel lavoro non fa per voi. Abbiate fiducia, niente è intraducibile, e se darete il meglio di voi stessi sarete soddisfatti.

5. Fate un brutta copia
Fate una prima stesura invece di tuffarvi direttamente nel processo di traduzione, così da sapere che tipo di problemi potreste trovarvi di fronte. Una volta capito ciò che vi serve, potreste fare ulteriori ricerche o consultare uno specialista in materia. In ogni caso ciò che conta è il risultato finale , quindi prendetevi il tempo necessario.

6. Cercate di suonare naturali
Non c’è nulla di più frustrante che mettere tutto il proprio impegno in una traduzione  per poi rendersi conto che non suona. Si tratta di un problema comune nelle traduzioni, ma dovrete assicurarvi di evitarlo, altrimenti rischiate di intaccare la vostra reputazione e la vostra credibilità di traduttori.

7. Fate fluire il testo in modo lineare
Un altro punto è il flusso del testo. Potreste trovarvi in difficoltà quando una poesia tradotta non rima correttamente o non sembra avere il giusto “ritmo”. Dovrete quindi evitare di interrompere il flusso,  per quanto possibile, ed adattare il testo in modo che scorra con naturalezza.

8. Rileggete con cura
La rilettura è importante, soprattutto se non vi considerate ancora professionisti con esperienza. Valutate se inviare la traduzione ad un parlante madrelingua  per una rilettura e ascoltate attentamente ciò che avrà da dirvi.

9. Non smettete di migliorarvi
Non esistono confini quando si tratta di traduzioni. C’è sempre margine di crescita, e non importa come migliorerete le vostre capacità (traducendo come freelance per 2polyglot.com oppure facendo pratica senza la possibilità di trarne profitto) ogni metodo funziona quando si tratta di esercitarsi. Non abbiate paura di continuare a fare pratica, imparare e perfezionare l’arte della traduzione.

Speriamo che questi consigli vi siano utili in futuro, e se vi interessa anche solo lontanamente la traduzione continuate a leggerci.

Fonte: Articolo scritto da Vadim Dikman e pubblicato nel luglio 2016 sul Translation Journal

Traduzione a cura di:
Niccolò De Bernardis
Traduttore ENG>ITA – SWE>ITA

Traduttori editoriali, 5 modi per aiutare la categoria

Che i traduttori facciano un lavoro importante è ormai cosa risaputa (o almeno lo è qui, dove la categoria gode di riconoscimento, apprezzamento e incensamenti continui e meritatissimi); e che senza i traduttori, nello specifico quelli editoriali, nessuno di noi sarebbe stato in grado di leggere e apprezzare i nostri libri stranieri preferiti, dalla saga dei Malaussène di Pennac ai classiconi come Anna Karenina, è ancora più ovvio.

Un’altra cosa che si sa è che, ahimé, per quanto indispensabile, la nostra categoria è spesso trascurata e bistrattata:il traduttore conduce un’ormai proverbiale vita agra di bianciardiana memoria, è sfruttato, sottopagato, cornuto e mazziato, è un cottimista dell’editoria e una creatura sempre in bilico tra carestia di stampo “Irlanda primi ‘900” e “bambino biafrano fine anni ‘80”.

Ma, sarà perché non ci piace piangerci addosso, qui non amiamo molto assecondare questa visione catastrofista e sciagurata delle cose: preferiamo, se possibile, fare ciò che possiamo per cambiarla. Quindi questa settimana abbiamo approfittato di alcune domande che ci sono arrivate da aspiranti colleghi per trovare risposta a una questione molto sentita: se è vero – com’è vero – che la vita, e il lavoro, dei traduttori editoriali sono tanto difficili e sventurati, cosa possiamo fare noi per migliorarli? Ovvero, esiste qualcosa che (da aspiranti traduttori editoriali, o da semplici lettori) possiamo fare per rendere la vita dei traduttori più facile e il mercato della traduzione editoriale più felice e proficuo sul lungo periodo? C’è un  modo per aiutare chi ci porta in casa i romanzi di Stephen King e la saga di Harry Potter, per fargli capire che il suo lavoro è per noi prezioso e per fare in modo che sempre più persone lo apprezzino e lo riconoscano?

Forse sì. O meglio, di cose ce ne sono venute in mente almeno cinque, ed eccole qui: se ci impegnassimo tutti a farne almeno una entro questa settimana, un sacco di traduttori riceverebbero una bella iniezione di autostima e un regalo di San Valentino anticipato:

1) Studiate il mercato e parlate solo se sapete di cosa state parlando
La prima raccomandazione è questa: semplicemente, informatevi. Il mondo dell’editoria non è esoterico quanto sembra a qualcuno, ma non è nemmeno elementare quanto sembra a qualcun altro. Ogni volta che un lettore rabbioso e sprovveduto stronca su Amazon una traduzione senza conoscere la lingua dell’originale o senza essersi preso la briga di controllare che la resa “legnosa e illeggibile” non corrispondesse in realtà a un originale già di suo legnoso e illeggibile, ogni volta che un aspirante traduttore si lamenta di non riuscire a entrare nel mercato rifiutandosi però di capire come funzioni davvero la filiera editoriale, ogni volta che un collega alle prime armi firma un contratto capestro aumentando il potere dei committenti truffaldini, una fatina muore. O se non altro, la categoria dei traduttori vive una battuta d’arresto che rende le sue condizioni di vita, e di lavoro, più complicate. Quindi, semplicemente, se volete aiutarci (e a maggior ragione se volete diventare anche voi un traduttore), studiate un pochino: noi, come molte altre realtà, siamo qui per aiutarvi. E per capire meglio come funzionano le cose, un passo alla volta e insieme.

2) Diffondete informazioni e siate costruttivi
Una volta che avete capito qualcosina di più, potete appuntarvi sul bavero la medaglia da Giovane Marmotta, e cominciare a diffondere il verbo. Lungi da noi chiedervi di trasformarvi in seguaci di Scientology o di assumere l’atteggiamento saccente dell’ex fumatore che ormai tormenta tutti con promesse di enfisemi fulminanti, ma di sicuro potete cominciare facendo una cosa buona e giusta: se qualcuno che conoscete dice una plateale baggianata, se un aspirante collega non sa dove trovare un’informazione indispensabile o è indeciso se firmare o meno un contratto contenente una clausola vessatoria, fatevi avanti. Con garbo e gentilezza, spiegate ciò che avete imparato, o fornite indicazioni utili su dove andare a cercare notizie più dettagliate: l’aspirante collega ve ne sarà grato, tutti saremo un po’ più consapevoli e il magico potere dei TraduttoriUniti© avrà sconfitto le tenebre dell’ignoranza una volta di più. Win-win-win, insomma.

3) Scrivete agli editori (nel bene e nel male)
Quante volte vi siete commossi leggendo un libro? Quante volte avete preso carta e penna (o tastiera e mouse) e avete scritto all’autore, o all’editore, complimentandovi per la pubblicazione di quel capolavoro? Bene, nella nostra opera di ricostruzione pro-traduttori è giunto il momento di farlo anche per chi quel libro ve l’ha portato in italiano. Se incontrate una traduzione particolarmente ben fatta, inviate una email all’editore e fategli i complimenti per aver scelto un bravo traduttore e avergli consentito di fare un buon lavoro. Se dopo sei volumi di una saga sentite che il traduttore è un po’ un vostro amico, ringraziatelo (sul vostro blog, o via email, o parlandone con gli amici o con vostra zia) per avervi regalato tante ore di pura gioia. Ovviamente anche la critica costruttiva fa bene alla categoria, non solo il complimento fine a se stesso: assicuratevi però che sia davvero doverosa, circostanziata, ben illustrata e non oziosa. Se scriverete a un editore per fargli notare una svista traduttiva o una strategia clamorosamente sbagliata, e se lo farete con tatto, vi sarà di sicuro riconoscente: se in un libro straordinario di 600 splendide pagine troverete un refuso e subito ne approfitterete per minacciare l’editore di bruciare il volume in un falò, all’unico scopo di fare il grammar nazi… ecco, be’, non fatelo. Risultereste simpatici come un’emorroide, e diciamoci la verità, chi aspira a una cosa simile?

4) Finanziate il nostro lavoro (se potete)
Se pensate che la più grossa sventura dei traduttori sia che non sono abbastanza pagati, avete ragione. E se volete aiutarci a cambiare le cose, partecipate alle nostre lotte (sindacali e non) per avere un maggior riconoscimento economico: firmate petizioni se vi capita di vederne, ospitate o scrivete articoli sull’argomento, fate in modo che quando esce un’intervista sul tema più persone possibile possano vederla, protestate vibratamente, magari addirittura boicottandoli, contro gli editori che sapete che non pagano a sufficienza i traduttori (e i collaboratori in genere). E se vi servite di un traduttore (anche non editoriale), pagatelo sempre il giusto. Riconoscete il valore di ciò che fa, e la sua straordinaria competenza lavorativa, nel modo più ovvio e banale che ci sia: con il corrispettivo in denaro che merita.

5) Fate i nomi!
La legge sul diritto d’autore obbliga chiunque nomini una traduzione italiana di un’opera scritta in un’altra lingua a citare il traduttore, esattamente come si cita l’autore e l’editore dell’opera stessa. Ahimé, quasi nessuno lo fa. Nemmeno nei giornali più famosi mancano i box e le recensioni in cui si riporta tutto di un libro (autore, editore, data di pubblicazione, numero di pagine, addirittura se la copertina è in brossura e rigida) tranne che la cosa forse più importante: il nome del traduttore, che quel libro lo ha reso accessibile al lettore italiano. Da oggi in poi, fatevi un punto d’onore di cambiare le cose: fate sempre i nomi dei traduttori dei libri di cui parlate, degli spezzoni di romanzo che riportate su Facebook, dei volumi che recensite sul vostro blog. E se qualcuno cita un libro, o un brano, tradotto in italiano, senza però dire che è l’autore della versione italiana, chiedete sempre, in un commento gentile e rispettoso: “Chi l’ha tradotto, questo, scusa?”. Farlo non cambierà le cose dall’oggi al domani, forse, ma possiamo garantirvi che il cuore di ogni traduttore che dovesse leggere quella domanda farebbe una capriola di gioia: e chi non vorrebbe far fare al cuore di qualcuno una capriola? Del resto, basta così poco…

La retorica delle notti insonni (ovvero perché lavorare troppo non ci rende affatto più fighi)

C’è una cosa che di sicuro vi sarà capitata frequentando dei freelance o peggio ancora dei traduttori (editoriali in primis): gironzolando per le loro bacheche di Facebook, almeno una volta, ma forse anche due, ma magari anche tre, vi sarà capitato di leggere: “e pure stanotte ho lavorato fino alle quattro (quattro punti esclamativi)”, o “l’ennesima notte insonne ma finalmente ho consegnato (smiley smiley faccina con le Zzzz faccina triste)”, o qualunque lieve variante di queste affermazioni.

A me capita spessissimo, ad esempio, quando l’algoritmo di FB mi ripropone i miei ricordi degli anni passati (grazie, Zuck, perché mi ricordi che facevo una vita da cani anche nel 2013, sei sempre un amico). E più guardo quei post, più mi sembra che ci sia, in quelle confessioni, un certo autocompiacimento. Come se lavorare anche di notte fosse di per sé un traguardo. Come se farlo ci rendesse migliori, più affidabili, più performanti di chi invece di notte, banalmente, dorme (o fa l’amore o coccola il gatto o legge romanzi di Salman Rushdie, insomma fa cose più utili che macinare cartelle). Come se ci fosse qualcosa di nobile, in fondo, nel non toccare il cuscino per settimane, se non fugacemente e rigorosamente sognando il romanzo che stiamo traducendo.

Il cammino neocatecumenale

Perché, mi chiedo, siamo diventati così? Quand’è che ci siamo trasformati in neocatecumenali della cultura, per cui solo la sofferenza autoinflitta, possibilmente fine a se stessa, ci avvicina al Dio della Letteratura o al Nostro Signore della Gloria Sempiterna Senza Scopo Reale Stachanov? Perché ci coroniamo il capo di spine letterarie e/o linguistiche, e poi mostriamo al mondo le stimmate, convinti di meritarci pure un applauso? Da quand’è che lavorare di notte è diventato una cosa da fighi che reinventano il concetto di resilienza invece di essere quello che è, cioè la condanna dello sfigato che ha un lavoro più sfigato di lui?

Perché diciamoci la verità, se lavoriamo sforando regolarmente le canoniche 7-8 ore al giorno e le 40 a settimana, qualcosa che non funziona c’è.

A meno che non sia una scelta (magari l’atmosfera notturna ci piace, ci si addice, e lavoriamo in una soffitta parigina con una candela accesa e il fantasma di una fanciulla dai capelli preraffaeliti a farci compagnia, e in quel caso, oh, buon per noi), e a meno che non si sia assunti come DJ nelle discoteche, di solito si arriva a lavorare di notte per due ragioni fondamentali:

  • Il primo caso è quello dei disorganizzati. Che cincischiano durante il giorno, perdono tempo su Facebook e YouTube e alle nove di sera si rendono conto di non aver fatto quello che avrebbero dovuto. Ergo, alle tre sono ancora davanti al computer, lavorando in sostanza di notte anziché di giorno. In questo caso si tratta appunto di disorganizzazione, che per un freelance è tipo la kryptonite per Superman, quindi non c’è da vantarsene, ahimè.
  • Il secondo caso è quello di chi lavora di notte per guadagnare abbastanza. I suoi committenti lo pagano poco, quindi per mantenersi deve aumentare il numero di ore lavorative, lavorando dunque sia di giorno che di notte. È una condizione molto triste, e purtroppo molto comune. Ma di nuovo, perché farne una medaglia? Non è bello, non è giusto, non è sano. Forse siamo costretti a vivere così. Ma non c’è niente di romantico nella consapevolezza di trovarsi all’interno di un sistema malsano di sfruttamento, niente di cui essere orgogliosi.

Ora, lungi da me fare la maestrina e dirvi come dovete comportarvi, come dovete lavorare e quanto e come dovete scriverne sui social. Come dicevo, è più che altro a me (alla me del 2013 che Zuck si ostina a ripropormi, quella stupida che continua a ripetere che “finalmente quest’anno andrò in vacanza!” e poi non ci va mai perché le piace la gloria del lavorare sempre, lavorare di più) che mi rivolgo. Però, però.

Non vi sembra, se vi guardate dentro con un po’ di spirito critico, se fissate senza aspettative nel sacro vuoto della buddhità che ogni essere umano porta nell’animo, che un po’ ci caschiamo tutti, in questa trappola della gloria del sacrificio? È vero, il nostro è un lavoro che amiamo, che ci appassiona, che ci dà molte soddisfazioni, e che richiede tempo, dedizione, studio costante, ed è vero, a volte tutto questo ci piace dirlo. Ci piace ribadirlo. Ci piace che gli altri lo sappiano.

Il bello della vita da freelance

Il nostro non è, e non può essere, un mestiere “dalle 9 alle 5”, che possiamo accantonare fino al giorno dopo una volta chiuso Word (o InDesign, o Trados). È un mestiere che ci infesta, come fanno gli spiriti nelle case inglesi, che ci viene a tirare i capelli di notte per suggerirci una parola, un giro di frase che funziona bene, meglio almeno di quello che avevamo scelto all’inizio, e che quindi ci costringe ad aprire gli occhi all’alba per appuntarlo. È anche un mestiere adrenalinico,perché ci costringe a migliorarci costantemente, ci mette alla prova, ci mantiene all’erta, ci obbliga a sfidare i nostri limiti e superarli. Ed è  un mestiere che richiede di dominare la sacra arte del compromesso e della resa, sia nel suo svolgimento quotidiano, sia nell’organizzazione della vita: è capitato a me, capiterà a tutti, di organizzare una gita per il ponte del 2 giugno, o magari invece di avere un calendario pienissimo e che allora, proprio allora, arrivi un’offerta che non si può rifiutare, con tanto di testa di cavallo mozzata (metaforica) (spero) (che ne so, mica li conosco i vostri committenti) (Oddio, ma che gente frequentate??) sul letto.

E in quel caso sì, allora si fanno le ore piccole, si chiede aiuto alla babysitter e si giura alla moglie che ci faremo perdonare per quella gita saltata. Ci sta, tutto questo, in questo mestiere come in quello di ogni freelance, lo so benissimo. Quello che non so più, che non capisco più, è perché finora non sia riuscita a vederlo come un problema, e l’abbia trattato come una medaglia delle Giovani Marmotte che il Gran Mogol mi avesse appuntato personalmente sul petto, e di cui quindi, da brava Quo quale sono, andavo molto, molto, molto fiera.

Qualcosa non va (ammettiamolo)

Non sono riuscita a vedere che fare le ore piccole per il puro gusto di dire di fare le ore piccole mi rende anche meno produttiva, meno efficace, meno felice di fare quel lavoro che tanto mi piace (e questo è il nocciolo di tutto: è solo qui, in una riga volante alla fine, ma è il nocciolo di tutto). Senza lo spazio creativo dell’ozio, senza il respiro calmo del riposo, senza la rigenerazione della creatività, d’altronde, non diventiamo soldatini più efficienti, ma traduttori peggiori: essere bravi nella nostra professione significa anche imparare a lavorare bene quando lavoriamo e a non lavorare quando non dovremmo lavorare.

Lavorare di notte non è figo e non ci rende persone migliori. A volte ci capiterà di farlo comunque, d’accordo: ma che non sia un comportamento da imitare dovremmo riconoscerlo tutti, o almeno tutti quelli di noi che sono abbastanza maturi da riconoscere che spingere troppo sull’acceleratore non può essere una soluzione produttiva sul lungo periodo: è biologicamente impossibile.

E se poi la notte lavorate perché siete insonni e non sapete come occupare il tempo, fatevi un favore: leggete L’ozio come stile di vita, del gaudente, dandy a bon viveur inglese Tom Hodgkinson (trad. Carla Capararo). Mi ringrazierete.

E magari, alla fine, vi ritroverete in un cottage sperduto nella campagna inglese ad allevare pecore. Ma va bene comunque: se non altro c’è di buono che, a differenza delle traduzioni, le pecore, di notte, dormono.

Traduzioni un tanto al chilo

Di Chiara

La triste storia che voglio raccontarvi oggi risale a qualche anno fa, quando ho deciso di ricominciare a tradurre a tempo pieno da freelance (ho usato “tradurre” e “tempo pieno” nella stessa frase, non sentite le grasse risate del pubblico in sottofondo?). Completamente a digiuno di qualsiasi nozione di personal branding, self-marketing e soprattutto senza alcuna attenta pianificazione preliminare, la prima cosa che ho fatto è stata sbattermi come una carpa nello stagno: ho scritto a tutti quelli che conoscevo, ottenendone feedback pressoché pari allo zero, e mi sono registrata a settecento miliardi di comunità virtuali per liberi professionisti dell’editoria e della comunicazione, le cui inutili notifiche a distanza di anni ancora intasano la mia webmail. Sapete tutti come funzionano questi gironi infernali? Se non lo sapete ve lo spiego io: tu ti iscrivi, carichi il tuo curriculum e da lì in poi ricevi le offerte di lavoro via posta elettronica. Su alcuni puoi anche prendere parte ai forum di discussione e, almeno per quel che riguarda i traduttori, consultare liberamente i glossari online disponibili per le varie specializzazioni. Personalmente, nessuno dei lavori che mi sono procacciata finora arriva da lì (per quanto tra i colleghi che conosco ce ne siano un paio che hanno ottenuto attraverso siti come ProZ, per esempio, un contatto poi sviluppatosi indipendentemente). Tanto per cominciare, per sottoporre il tuo preventivo devi avere nella maggior parte dei casi un account Premium a pagamento, e in generale la scelta spesso si riduce a una lotta al ribasso in cui chi chiede meno vince, a scapito della qualità (my 2 cents, ovviamente).

Comunque, com’è come non è, una volta conquistato l’invidiabile primato di “donna il cui curriculum è presente su più siti web e comunità virtuali al mondo”, un bel giorno mi è arrivata, direttamente sulla mia posta personale di povera disperata, una mail con elettrizzante Oggetto: “Recruitment”. Il mittente era un’agenzia di traduzioni, o meglio un LSP (Language Services Provider) estero. Vi riassumo in breve il contenuto del messaggio: quest’azienda – la “migliore” (!!!) disponibile online – forniva traduzioni da e per oltre 80 lingue, con certificazione di qualità ISO:12345ealtreduemilacifrehetantochilosachevuoldire, e aveva “ideato” e sviluppato un software per la gestione in automatico delle richieste di traduzione ed editing da parte delle aziende di tutto il mondo. La notizia più pazzesca, in tutto questo, era però che pur potendo contare su un database di oltre 5000 linguisti esperti in ogni possibile ambito dello scibile umano voleva ME! Mi sarebbe bastato scaricare e installare il software miracoloso, selezionare la mia combinazione linguistica e i campi del sapere in cui mi sentivo più ferrata, completare una breve prova di traduzione online e una volta “accettata” avrei ricevuto in tempo reale le mail di notifica con le commesse che facevano al caso mio. Quasi dimenticavo, parte fondamentale: il compenso. La tariffa era – spero di ricordare male ma non credo – 0,03 centesimi a parola. Da totale sprovveduta che si era sempre occupata di traduzione editoriale e non aveva idea del costo di una traduzione tecnica, abbozzai un calcolo assurdo e totalmente scentrato rapportando il totale delle parole al prezzo di una cartella (lo sbagliai credo, peraltro) e conclusi che la cifra era tutto sommato dignitosa (state calmi: oggi so che era semplicemente scandalosa, ça va sans dire). I soldi per i lavori effettuati mi sarebbero arrivati all’inizio del mese successivo a quando li avevo svolti direttamente sul mio account PayPal. Comodo, no?

A quel punto – cuoricino, io sono una che fantastica molto, l’ho ribadito più volte – già immaginavo  un moltiplicarsi esponenziale dei miei introiti. No davvero, c’è bisogno di chiederselo? Ovviamente sarei stata la più veloce, la più affidabile, la più scrupolosa… l’Harry Potter della traduzione  tecnica 2.0. E qui casca l’asino, perché il procedimento esatto era in realtà questo: una volta loggata sul sistema, le istruzioni erano di visionare il materiale relativo alla commessa, appurare se eri in grado di gestirla e quindi cliccare su “Available for the task” e attendere l’assegnazione. C’era anche un messaggio minatorio con tanto di asterisco rosso, del tipo “Mi raccomando, eh: guardatevi bene i documenti perché poi il project manager lo sa quanto ci avete messo a cliccare, e se si accorge che non l’avete spulciato ahiahiahi, non ve lo assegna!”. Macché. La verità è che nei cinque/sei mesi in cui ci ho provato – stando connessa tutto il giorno, a un certo punto iniziando a cliccare in tempi sempre più brevi, anche prima dell’arrivo delle mail di notifica, senza guardare il materiale – non ho beccato l’ombra di un lavoro. C’era sempre qualcuno che se lo aggiudicava prima, nell’istante esatto in cui veniva inserito (visionando accuratamente le risorse di partenza? Verificando di essere in grado di svolgerlo? Boh, ho i miei dubbi). E accettando di lavorare a quelle condizioni.

Da questa disavventura e da esperienze successive sono giunta, nel tempo, ad alcune conclusioni.

Punto primo (lo so, la scoperta dell’acqua calda): ognuno deve fare il suo. Se sei una traduttrice editoriale, a meno che non senti chi già lo fa, non ti procuri le competenze necessarie, non ti fai un’idea dei compensi che puoi ritenere equi, non ti butti nelle traduzioni tecniche. Realtà come quella in cui sono incappata io verosimilmente prosperano sull’ignoranza, anche di chi è in buona fede.

Punto secondo: le agenzie di traduzione veramente valide, probabilmente, non hanno più di cinquemila traduttori nel proprio database, men che meno specializzati in ogni ambito dello scibile umano. Lavorano con pochi fornitori, che ne hanno guadagnato la fiducia grazie alla professionalità del loro lavoro. E li pagano il giusto.

Terzo e ultimo punto, ma questa è più che altro una domanda che mi faccio e vi faccio, e sarei grata a chi, sapendone di più, volesse darmi lumi in merito. Ok per il sistema di macellazione di un povero suino ben pasciuto, ok per la costruzione di macchinari e per tutte le attività in cui possono esistere un metodo e degli standard specifici per valutare la qualità di un processo, ma la certificazione ISO, corredata da cifre altisonanti, è applicabile a un ambito volatile e soggettivo come la traduzione? Esiste un ISO del tradurre e dello scrivere?

Postilla per i sanguinari paladini del giusto compenso (che oggi peraltro mi contano tra le loro fila): prendete questa storia – della cui pochezza mi rendo conto – con l’indulgenza che si deve a un qualcosa che in fondo non si è mai concretizzato nella realtà. È un po’ come essere sposata e però sognare di accoppiarsi selvaggiamente con Hugh Jackman: non è tradimento, giusto?

Credits: L’immagine del post è stata scattata ad hoc da Chiara, e secondo noi rende bene il senso di tutta questa storia. A proposito, secondo voi cosa c’è scritto a monitor? FARE o FAKE? Bicchiere mezzo pieno o bicchiere mezzo vuoto?