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Traduzione giurata: quando è necessaria e chi può effettuarla?

La traduzione giurata è una traduzione di un documento che mantiene il proprio valore legale anche nella propria versione tradottaIl moltiplicarsi di rapporti commerciali e giuridici a livello internazionale ha reso sempre più spesso necessaria la traduzione di documenti che possano fungere da riferimenti legali in due paesi contemporaneamente, quindi la traduzione giurata o asseverata è diventata praticamente indispensabile.

Francesco Urzì: quel che le grammatiche non dicono

La passione per le lingue di Francesco Urzì è sbocciata molto presto e l’ha portato decisamente lontano: laureato in glottologia, per trent’anni è stato traduttore al Parlamento Europeo (dopo aver imparato appositamente l’olandese) e questa esperienza, sommata a un metodo appreso fin dall’infanzia, l’ha spinto a compilare il Dizionario delle combinazioni lessicali, uno strumento imprescindibile per qualsiasi traduttore. Inoltre è stato coordinatore per le tecnologie CAT al Parlamento Europeo, e oggi si dedica a dare conferenze in tutto il mondo sulla traduzione e dintorni.

TradPro 2018 – Una giornata di formazione e networking per traduttori e professionisti delle lingue ha condiviso con noi la sua lunga e ricchissima esperienza e ci ha spiegato quel che le grammatiche non dicono, fornendoci gli strumenti giusti per riuscire in una delle imprese più complesse e sempre più richieste per i traduttori e tutti i professionisti delle lingue: la concisione.

In questa intervista ripercorre con noi le tappe fondamentali della sua carriera, regalandoci spunti, consigli utili… e una buona dose di passione inestinguibile.

Dalla laurea in glottologia, all’approdo nell’équipe di traduttori del Parlamento Europeo, alle tue innumerevoli esperienze nell’abito della terminologia e della linguistica: come è nato e cresciuto il tuo amore per le lingue, e in particolare per quella italiana?

Fin da ragazzo ho avuto una particolare passione per le lingue. Ricordo che in prima media, alla fine dell’anno scolastico, il professore di italiano e latino diede come compito per le vacanze l’apprendimento a memoria delle traduzioni dei vocaboli latini contenuti nel mini-dizionarietto che figurava in appendice alla nostra grammatica. Al ritorno dalle vacanze scoprii che ero stato il solo a prendere sul serio il professore e a memorizzare gli oltre 1000 vocaboli del dizionarietto! Gli studi di glottologia all’università di Messina sono stati, almeno sul piano teorico, il coronamento di questa mia passione, tanto che la mia tesi ha riguardato … l’aoristo sigmatico in sanscrito! Successivamente ho seguito con attenzione le vicende dei servizi linguistici della Comunità europea e, avendo appreso che l’olandese – una delle lingue degli Stati fondatori della Comunità europea – era ancora molto richiesta e forte delle mie conoscenze linguistiche generali, ho potuto apprendere questa lingua in tempi relativamente brevi. La scelta si è rivelata vincente.

Nel 2009 hai pubblicato il primo Dizionario delle combinazioni lessicali della lingua italiana (che gli iscritti a TradPro potranno acquistare con un codice sconto).Puoi spiegarci di cosa si tratta e come si è svolto questo lavoro così lungo e complesso?

Anche qui un riferimento alla mia infanzia è d’obbligo. Mio padre soleva raccogliere in un’agenda citazioni, detti e frasi celebri, alcune delle quali sottolineava con aggiunta di commenti propri. Una volta assunto al Parlamento europeo come traduttore feci qualcosa di simile. Riempivo una scheda ogni volta che imbattevo in una combinazione di parole (combinazione lessicale, appunto) o un frasema che avrebbe potuto essermi utile in seguito. Dopo 10 anni lo schedario riempiva già un intero armadietto con sei lunghi cassetti metallici. Questo ha costituito il nucleo del Dizionario delle Combinazioni Lessicali. Per la compilazione del DCL ho dovuto poi effettuare anche uno spoglio manuale di quasi tutti i dizionari esistenti all’epoca e, in fase di revisione, ho aggiunto molto materiale tratto dal web (allora non c’era Google ma solo Altavista, che però offriva un numero di operatori booleani decisamente superiore). La scelta delle “collocazioni” si deve al fatto che una delle cose che fanno perdere tempo al traduttore è proprio la ricerca del verbo o dell’aggettivo combinabile con un nome. Pensate alle risoluzioni del Parlamento quando esprime una ferma o dura condanna per l’operato di questo o di quello, o a certi testi giuridici in cui si afferma che l’arbitrato è stato esercitato conformemente agli standard delle Nazioni Unite. Questa esigenza era stata sempre ignorata dai dizionari tradizionali, che al massimo proponevano qualche riquadro terminologico per alcune voci selezionate. Alla pubblicazione del DCL è seguita nel giro di poco più di quattro anni quella di altri quattro dizionari di collocazioni, anche se ciascuno con una diversa impostazione teorica.

Sei stato coordinatore di Unità per le tecnologie CAT al Parlamento Europeo, quindi non puoi sottrarti alla domanda da un milione di dollari: nel prossimo futuro la tecnologia prenderà il sopravvento sui traduttori umani o c’è ancora qualche speranza?

Le tecnologie CAT hanno a mio parere segnato una vera e propria rivoluzione per il traduttore, paragonabile all’avvento del word processing nell’epoca delle macchine da scrivere. La traduzione automatica (ora integrabile con le tecnologie CAT) ha fatto passi da gigante con i recentissimi sistemi “neuronali”, come il sistema tedesco Deep-L. A mio parere, dopo una inevitabile fase di transizione, assisteremo a una ulteriore specializzazione del lavoro di traduzione, con la comparsa di una nicchia di mercato riservata alle traduzioni di alta qualità, che farà convergere progressivamente la translation verso la transcreation. Ci sarà naturalmente molto maggiore spazio per l’editing e il post-editing. Tutto dipenderà dalla capacità dei committenti di comprendere appieno il valore aggiunto rappresentato dall’efficacia della comunicazione.

A TradPro 2018 terrai un intervento dal titolo Quel che le grammatiche non dicono, in cui spiegherai come utilizzare la lingua italiana per raggiungere l’obiettivo della concisione, così importante nella comunicazione di oggi. Cosa può fare secondo te un traduttore o comunicatore per allenare la propria dimestichezza con le infinite risorse della nostra lingua?

La risposta è una sola: i corpora di testiCon i corpora siamo in grado di “intercettare” in itinere lessemi e costrutti che le grammatiche tradizionali o i dizionari non registrano ancora, ma sono di uso comune. Non a caso Tullio De Mauro ha intitolato la propria opera “Grande Dizionario di italiano dell’usoA mio parere ogni traduttore dovrebbe sfruttare al massimo i corpora esistenti, che ci danno la fotografia della lingua reale di oggi anche in rapporto alle varie tipologie testuali. Naturalmente sono da considerare corpora a tutti gli effetti anche Google (e altri browser meno noti come Exalead e QWant). Si tratta di strumenti potenti che, se utilizzati con giudizio, permettono di individuare o verificare le nuove tendenze della lingua a livello lessicale, grammaticale, sintattico e testuale.

Oggi molti giovani traduttori desiderosi di lavorare in un ambiente multiculturale (e anche un po’ spaventati dalla prospettiva di una vita freelance) ambiscono a entrare nell’organico di qualche istituzione. Che consigli ti senti di dare loro, alla luce della tua esperienza professionale al Parlamento Europeo?

Quello di traduttore nelle Istituzioni europee è uno dei pochi posti rimasti in cui la figura del traduttore beneficia di un pieno riconoscimento. Purtroppo l’ente europeo preposto alle assunzioni – EPSO – ha deciso da tempo di effettuare le selezioni preliminari sulla base di quiz di tipo logico-matematico, che richiedono l’intervento di un diverso emisfero del cervello… Il consiglio che posso dare al riguardo è che tutto è “allenabile”, anche la velocità richiesta per l’esecuzione di questo tipo di prove. Anche per le prove di traduzione vere e proprie che seguono alla fase di selezione preliminare, occorrerà sviluppare una certa rapidità di esecuzione, per cui, come leggo nella vecchia agenda paterna “si eserciti presto, chi vuol esser maestro”.

Foto GdT 2017Laureato in Glottologia, Francesco Urzì ha svolto per oltre trent’anni l’attività di traduttore al Parlamento Europeo. È autore del Dizionario delle combinazioni lessicali, oltre che di diversi articoli di linguistica e traduttologia, e tiene regolarmente seminari e conferenze presso importanti sedi universitarie e professionali. È socio di Euralex, di Ass.I.Term e della Società di linguistica italiana.

Mi oppongo, vostro onore! (ovvero, perché non mi vergogno di tradurre bestseller)

Qualche giorno fa, parlando con una collega, ci siamo trovate immerse in una discussione vecchia come il cucco: la collega raccontava di un messaggio in cui si era imbattuta in non so quale social. Nel messaggio, un giovane aspirante traduttore sosteneva che fosse inutile cercare di diventare traduttori editoriali, perché tanto il mercato della traduzione è marcio e i libri importanti vengono assegnati sempre ai soliti noti. Ora, potremmo discutere per ore del buco nero di nonsense creato dalla sola idea di parlare di traduttori e notorietà nella stessa frase (come diceva l’argutacollega® in questione, già solo pensarci fa scoppiare il cervello), e potremmo parlare per ore anche dell’idea di un mercato editoriale non meritocratico che va avanti a raccomandazioni e spintarelle, manco fossimo tutti olgettine che aspirano a entrare in Mediaset. I due argomenti meriterebbero post dedicati, anche perché queste recriminazioni sono un po’ come l’uovo e la gallina: è nato prima il giovane traduttore che accusa i vecchi di monopolizzare il mercato o il vecchio che accusa il giovane di non riuscire a farsi strada e di prendersela con chi non c’entra nulla?

I libri importanti, la merda, i corgi

Ma non è di questo che voglio parlare oggi. Perché di quella frase mi ha colpito soprattutto l’accento messo da quel ragazzo sull’impossibilità di raggiungere i “libri importanti”.  Magari, sembrava sottintendere la sfuriata, è pure possibile tradurre quelli meno importanti,  ma che ce frega? I capolavori sono tutti presi, i romanzi profondissimi sono già assegnati, a noi ce rimane la merda (c’è chi l’apprezza, poi, oh).
Mi sono chiesta allora se sia veramente brutto o disdicevole o addirittura umiliante tradurre libri che non facciano arrivare l’autore a due passi dal Nobel, che non finiscano tra le mani di un intellettuale barbuto che li rileggerà per la sessantaseiesima volta con la pipa in bocca e i piedi poggiati su un Welsh corgi disteso davanti al caminetto.
Insomma, in due parole: noi che traduciamo libri “di consumo” siamo davvero traduttori di serie B? Dovremmo forse vergognarci di quello che facciamo?
Ovviamente non ce l’ho con quel ragazzo in particolare: una volta ero come lui. Anzi, ero proprio lui. Quando ho cominciato a tradurre non mi sono posta neanche il problema di voler tradurre libri importanti. Davo per scontato che sarebbe successo. Per me l’equazione era piuttosto semplice: traduttore editoriale uguale intellettuale uguale letterato uguale alta letteratura. Tutto il resto era robaccia buona per foderare la gabbietta dei criceti.

Il lavoro nobilita l’uomo (e la donna)

Poi, vedete, ho cominciato a lavorare. Ed è quando la traduzione smette di essere un mito e diventa un lavoro vero,forse, che la prospettiva cambia. Perché a quel punto mi hanno offerto un horror per ragazzi. E poi un romanzo d’amore. E un thriller. E infine quello che mi è più  caro, quello che guardo con più indulgenza (ma anche, sì, un po’ di bonario “ma che cazzo dici??”): il BESTSELLERONE. Il romanzo da ombrellone, il libro da mille milioni di copie vendute pure in Uganda che prevede intrighi e sparatorie, studiosi americani con la barba sfatta e cardinali corrotti che parlano con la bocca piena de salame, e che a un certo punto (non ve lo aspettereste mai proprio mai!) ci svela che IN VATICANO C’È UN TERRIBILE SEGRETO!!
Mi sono confrontata con la persona che ero  un tempo e mi sono chiesta se a oggi mi imbarazzi tradurre libri del genere.
La risposta ovviamente è no.  Al di là delle ovvie considerazioni sul fatto che tradurre non è una missione, è un lavoro, e che quindi a volte può piacerci e a volte ci piacerà meno (a qualcuno è toccato ritradurre il Mein Kampf, non sarò certo io a lamentarmi perché i protagonisti del mio romanzo passano intere giornate a guardarsi nelle palle degli occhi), la verità è che ritengo che chi  snobba i bestselleroni guardi al problema da una prospettiva sbagliata (e del resto, come dice un’altra argutacollega®, il vantaggio dei libri di ampio consumo è che a differenza dei capolavori sono tanti, come le bollette).

I libri che la gente legge davvero

Al giorno d’oggi per me la narrativa di consumo equivale ai telefilm americani, e nei telefilm americani c’è sempre un avvocato che dice una cosa che io trovo illuminante.
Quando l’avvocato in questione viene assunto per difendere un efferato serial killer coprofago, un politico palazzinaro e mafioso e anche un po’ pelato, o comunque qualcuno con cui lo spettatore non può simpatizzare, un altro personaggio gli chiede se non si vergogni a difendere un uomo (o una donna) del genere. Al che l’avvocato si spolvera i pelucchi dal bavero della giacca, si liscia i capelli foltissimi, si erge in tutta la sua possanza statunitense e tuona: “Questa è l’America! Anche i delinquenti hanno diritto a un processo equo! Se ce ne dimentichiamo la giustizia è morta!”.
Ecco, io mi sento, nei confronti dei bestselleroni, come quell’avvocato si sente nei confronti dei suoi assistiti.  Sono cioè convinta che anche i libri poracci abbiano diritto a una buona traduzione.
Anzi, a maggior ragione ne hanno diritto: questi sono i libri, come mi ricorda ogni tanto Chiara, che la gente legge davvero. Per ogni quasi-Nobel che entra nelle case dei lettori forti accoccolandosi tra pile e pile di amici libri-importanti, ci sono almeno una cinquantina di TERRIBILI SEGRETI IN VATICANO!! che entrano nelle case di gente che normalmente legge poco o non legge affatto.
Mi chiedo quindi se noi che traduciamo questi romanzi non abbiamo forse una responsabilità ancora più grande di chi traduce il Nobel: perché in fondo noi entriamo in moltissime case,  ed entrando nelle case e nelle teste di chi normalmente non legge granché possiamo essere lo strumento che porterà quelle persone a leggere ancora, a leggere di più (senza contare che questi libri sono i guilty pleasures di molti di noi, non solo lo sfogo del lettore debolissimo che ha rotto la TV).

Libro cattivo o buon prodotto?

E badate bene: non parlo qui di libri brutti, mal scritti, impossibili da tradurre (perché quelli ci sono e sono faticosissimi e lo sappiamo). No, io parlo di libri discreti ma fini a se stessi, libri che sono considerati brutti perché non sono profondi, perché (torniamo all’inizio) non sono importanti.
Sono anzi spesso buoni prodotti, ben confezionati: e forse noi traduttori ce ne allontaniamo disgustati proprio perché non ci piace pensare che non tutti i libri con cui lavoriamo sono messaggeri di un cambiamento epocale, portatori di illuminazione per bodhisattva da biblioteca: a volte sono solo, appunto, un prodotto ben confezionato. Forse ci sembra che ammetterlo renda il nostro lavoro meno nobile. Ma di nuovo: io non ci trovo niente di poco nobile nell’accompagnare un non lettore nel mondo della lettura,  se anche per farlo dobbiamo immergerci nei TERRIBILI SEGRETI DEL VATICANO!!.
Questo post, insomma, è per tutti i colleghi che difendono il serial killer coprofago e il palazzinaro pelato, che portano in libreria i femminili, i thrilleroni, i bestselleroni, i giallacci e tutte quelle cose volatili e belle che non sembrano abbastanza importanti a chi comincia a lavorare, ma che a me, invece, col senno di poi, sembrano importantissime.

Di corse, vecchiaia e figuracce

Primo giorno di lavoro in una piccola ma potente azienda metalmeccanica. Premettendo che non avevo neanche vagamente idea di cosa fosse una macchina utensile a controllo numerico. Mi allungano un catalogo italiano-inglese da studiare. Lo sfoglio tutto (poche pagine per fortuna), mi cade l’occhio sulle due parole “run” e “race” in seconda pagina. Mmmh, mah. Ok. Cerco su un sito di traduttori l’espressione “corsa dei punzoni”, ovviamente non c’è traccia né di “run” né di “race” perché il termine è “stroke”. Controllo su altri siti per essere sicura al 100%, “stroke” è la mia parola. Mi faccio la nota sul catalogo e vado avanti.

Pur nella mia ignoranza tecnica il radar linguistico si accende ed individua vari sfondoni: lessicali, ortografici, italianismi. Di tutto un po’. Nel rispetto del lavoro che ha fatto un’altra persona, misurando le parole e in parte minimizzando, faccio presente al mio referente la questione.
“Ah sì? Davvero? Ne abbiamo fatti stampare da poco 3000”. Gulp, ops, cielo! Quei cataloghi sono durati an-ni.
Nei giorni a seguire incontro macchine neonate (newborn) e macchine che invecchiano (aging). Insomma. Metto pezze.

Sottolineo al titolare che se mi fa tradurre il manuale di programmazione di una macchina dall’italiano all’inglese non si ottiene un prodotto neanche vagamente decente tecnicamente, un compito del genere non si può chiedere ad un traduttore. Parole al vento.
Per anni a malincuore, consapevole della battaglia persa in partenza, ho tradotto manuali dall’italiano all’inglese, tedesco, spagnolo e francese. Con mio sommo orrore ed impegno. È stata una sfida, mi ha insegnato molto a prescindere, sono arrivata a crearmi un glossario multilingue di 980 entrate in italiano. Ho dovuto lottare contro tempi stretti (mi occupavo del backoffice commerciale estero oltre che delle traduzioni), contro spiegazioni tecniche approssimative e vagamente reticenti – “cos’è? Vuoi diventare un elettricista?” – per esempio.

Mi pento e mi dolgo dei manuali che sono arrivati ai quattro angoli della Terra per mano mia. Gli ultimi clienti sono stati più fortunati dei primi, in cinque anni ho imparato molto, come vorrei rileggere le prime traduzioni!
Non sono stata professionale pur volendolo in un mondo che di linguistica e traduzione non capisce neanche l’ABC. Potrei scrivere centinaia di buoni aneddoti linguistici, la raccolta si chiamerebbe “S.O.S. Battaglie di una linguista in azienda – come sopravvivere con la dignità quasi intatta”. Spero che qualche datore di lavoro legga e si illumini.

L’autrice dell’articolo ci ha chiesto di restare anonima

Traduzione letteraria dai tempi dell’URSS (3)

Pagamento del lavoro del traduttore
La specificità del business editoriale è tale che, fin dall’inizio, l’editore investe nella produzione e promozione del libro, e solo in seguito riceve dividendi. E le previsioni rosee non sempre si avverano. Pertanto, l’editore è interessato a rischiare il meno possibile i propri mezzi. Il traduttore in questo sistema diventa l’anello debole. Per l’editore è redditizio pagare il suo lavoro al minimo. Se non si parla solamente della pubblicazione di un libro del vincitore di un prestigioso premio, per esempio – in questo caso, è fondamentale importanza che al riguardo vi abbia lavorato un traduttore di alta qualità, che è d’accordo a non fare un lavoro mediocre.

Il caso di “Harry Potter”, dal momento che era proposta una generosa ricompensa per l’urgenza, è più che un’eccezione. Spesso è necessario tradurre sia rapidamente che in economia. Soprattutto per un traduttore senza nome.

Inoltre, sorge la domanda sulla relazione tra il prezzo e la qualità della traduzione. Perché pagare un sacco di soldi per la traduzione di un passaggio “horror” o di un melodramma? – si chiederà l’editore. In questo caso non è necessario il lavoro di precisione, significa che per essa il traduttore si accosterà con “più facilità”. Il quale non deve essere necessariamente pagato molto e che conviene disperatamente a lavorare per tali soldi.

Pertanto, se l’Unione Sovietica richiedeva un traduttore letterario, egli poteva vivere completamente delle sue traduzioni (e senza prodezze stacanoviste), ora con una traduzione letteraria è difficile nutrirsi. La traduzione letteraria deve essere combinata con altre traduzionio, ad esempio, con l’insegnamento.

Periodicamente gli editori ricevono sovvenzioni da agenzie governative, oppure da organizzazioni straniere, per la produzione di letteratura tradotta. Quindi c’è opportunità di stampa non solo di ciò che viene richiesto dal lettore di massa. Ma anche in presenza di sovvenzione, ciò non è sempre garanzia di pagamento decente del lavoro del traduttore, perché la casa editrice dispone della sovvenzione.

Tuttavia, nonostante tutti i prerequisiti per un deterioramento della qualità della traduzione della letteratura, gli esperti affermano che esistono tuttora dei traduttori letterari di qualità in Russia. Ci sono devoti che accettano una vita molto modesta, e chi è addetto a più lavori che traduce “per l’anima” e guadagna da vivere altrove. È vero, non sono la maggioranza. E la questione dell’approntamento di una mutazione nell’ambito della traduzione rimane aperta.

Fonte: Articolo scritto da Ksenija Elagina e pubblicato il 25 gennaio 2018 su Tranzilla.ru

Traduzione a cura di:
Dott. Alessandro Nicolini
Traduttore freelance EN˃IT / IT˃EN e RU˃IT / IT˃RU
Socio IATI, n. tessera 1259
Trento

Come gestire una terza lingua in un testo

Cosa succede se traducendo un testo da una lingua A a una lingua B, notiamo che il testo di partenza è fortemente condizionato anche da una terza lingua C? Come ci comportiamo?

Ovviamente ogni caso è sui generis, quindi mi soffermerei su un esempio in particolare.

Mi è capitato di tradurre per una ricerca parte di un libro francese ambientato in Corea del Sud (Ida aupaysduMatin Calme di Ida Daussy) che conteneva quindi molti riferimenti culturali e linguistici coreani. In particolare, all’interno del testo erano inseriti termini coreani scritti “alla francese”: erano cioè scritti non solo nel nostro alfabeto, ma si adattavano alle regole di pronuncia francesi. Questo significa per esempio che un termine come 라면 (leggasi /ra.mjən/) era trascritto come lamyone, per adattarsi al meglio alle regole di pronuncia francesi. Possiamo notare quindi che è stata aggiunta una e finale (che in francese non si legge e che permette così che on non si legga con suono nasale) e che la prima lettera  (che si può trascrivere sia con r sia con l a seconda della sua posizione all’interno della parola) è stata trasformata in l nonostante si trovasse a inizio sillaba, in modo che non venisse letta con la tipica r francese.

Si può essere d’accordo oppure no con la scelta dell’autrice di utilizzare un metodo di traslitterazione “inventato” e adattato alle regole di pronuncia della propria lingua invece di utilizzare il metodo di traslitterazione ufficiale, ma non è questo il punto. Durante la traduzione da francese a italiano, il traduttore non può assolutamente mantenere i termini derivanti dal coreano così come li ha inseriti l’autrice. Per un lettore italiano, infatti, una trascrizione del genere non avrebbe senso e anzi, lo allontanerebbe ancora di più dal termine originale (soffermandoci sempre sulla stessa parola presa come esempio, un lettore italiano leggerebbe infatti “lamione”). Il traduttore dovrebbe quindi scegliere di utilizzare un metodo di traslitterazione diverso che potrebbe essere o un metodo simile a quello utilizzato dall’autrice, “inventandone” uno che si adatti alle regole di pronuncia italiane, oppure utilizzare il metodo di traslitterazione ufficiale.

E qui ci troviamo davanti a un altro problema: come fa il traduttore a sapere che la traslitterazione dei termini coreani non è corretta (o almeno non per un pubblico diverso da quello francese)? Solitamente infatti si sceglie un traduttore che sia a conoscenza della lingua di partenza e della lingua di arrivo, senza tenere conto degli eventuali terzi elementi culturali presenti nel testo. Un traduttore a conoscenza della sola lingua francese, pur documentandosi sulla cultura coreana, non avrebbe potuto sapere che questi termini non seguivano la traslitterazione ufficiale del coreano e quindi avrebbe probabilmente lasciato quei termini invariati. Solamente un traduttore a conoscenza di entrambe le lingue avrebbe potuto notare questo dettaglio importante e agire di conseguenza nella stesura della traduzione italiana.

Tutto questo è per sottolineare l’importanza di tutti gli elementi linguistici e culturali all’interno del testo, che non sono mai da sottovalutare nella scelta del traduttore. In un caso come questo, è dunque necessario che il testo venga tradotto da una persona che non solo conosca alla perfezione la lingua di partenza e quella di arrivo, ma che conosca almeno un minimo anche la terza lingua presente al suo interno.

Articolo scritto da:
Marianna Demarchi
Traduttrice freelance (EN/FR>IT)
Novara

L’orrore quotidiano di chi conosce l’inglese

In quanto traduttore e specialmente insegnante di inglese, non sono mai mancati gli sguardi di ammirazione una volta appreso quale fosse il mio mestiere, da parte di amici, conoscenti e saltuari sconosciuti vari, ma una cosa li ha accomunati tutti: la frase ammirata che mai muta, nemmeno nelle virgole:

“Uh, come ti invidio! Piacerebbe un sacco anche a me saperlo così bene!”

Ovviamente detto sempre e comunque con quella punta di malinconia che dovrebbe farmi capire che proprio lo desidererebbero tanto, ma i loro gravosi impegni (che siano da dirigente, operaio o casalinga) li hanno sempre ostacolati nel conseguimento del tanto agognato obiettivo. Ovviamente i loro occhi diventano sognanti e per quei pochi secondi vedono loro stessi alla ribalta e alla conquista di tutto ciò che non hanno mai potuto fare, perché quello e soltanto quello è il motivo per cui sono così spesso ancorati sul divano a cibarsi di grande fratello.

Solo a quel punto mi lascio andare al più grande sorriso di circostanza di cui sia capace e mi abbandono anche io al mio solito: “beh, se ti interessa fai sempre in tempo a imparare”.

Quello è il preciso momento in cui il malcapitato interlocutore ha improvvisamente la più grande delle epifanie e, come colpito da un fulmine, realizza che nessuna lingua è un dono celeste e che forse per impararla serviranno dedizione, sforzi e soprattutto tempo.

Ma non è questo ciò fa venire i mancamenti a un insegnante.

La vera sfida la offrono coloro che credono di saperlo o che, più semplicemente, ripetono a pappagallo parole sentite da altri, perché ricordiamolo, se lo abbiamo sentito dire da qualcuno, allora deve essere giusto. È anche vero che esiste una aggravante che vale per molti: dire parole a caso in inglese fa sentire fighi, specialmente nelle aziende. Non a caso alcune delle mie lezioni nelle suddette aziende sono state interrotte da un capoufficio che sollecitava l’impiegata di turno a mandargli i forecast per il briefing del meeting sui nuovi trend (ovviamente pronunciando ogni parola esattamente come è scritta, tranne la più celebre meeting). Nella speranza di poter ottenere uno sporadico momento di consapevolezza o di autocritica, ho sempre cercato di ritagliarmi il tempo per spiegare che va bene se vogliono usare una parola inglese come forecast (anche se giuro che ne abbiamo una equivalente italiana), ma che almeno potrebbero sforzarsi a pronunciarla come si deve. /ˈfɔːˌkɑːst/

Nella maggior parte delle occasioni mi bastano un cavallo, un succo e una manciata di neve per scatenare il panico. Perché se soltanto ho l’ardore di dire loro che non si pronunciano ORS, JUIS e ZNOU, come hanno fatto per tanti anni, si affretteranno su di me gli sguardi di chi già mi considera pazzo. Per fortuna in mio soccorso arrivano siti e strumenti che spiegano o addirittura leggono la pronuncia, perché solo allora smetterò di essere accusato di presunzione e dovrò solo farmi strada tra “ma io l’ho sempre sentito dire così” e “la prof a scuola non ci ha mai corretto”.

La morale di tutto questo? Quando si tratta di parole inglesi (o per estensione di qualunque lingua straniera) abbiate il coraggio di dubitare, anche di quelle banalità che nella vita vi sono sempre sembrate certezze.

Autore dell’articolo:
Luca Franceschini
Insegnante/Traduttore EN>IT
Reggio Emilia

7 differenze tra professionisti e dilettanti

Specializzazione. Un professionista ha un raggio d’azione ristretto: ciò gli permette di approfondire costantemente le proprie conoscenzee di concentrarsi sull’obiettivo. Trattare dieci argomenti non correlati fra loro significa non acquisire una reale competenza in nessuno di essi.

Accuratezza. Un professionista traduce il senso, non le parole: non ha alcuna paura di trasformare una costruzionenegativa in affermativa,unire frasi o spezzarleper migliorare la fluidità del testo ed eliminare i calchi senza alcuna pietà. Un testo tradotto parola per parola èil primo indicatore del fatto che il traduttore è più concentrato sulla produzione che sulla qualità.

Esperienza e formazione.Una laurea aiuta, ma non è indispensabile. L’esperienza è più importante: da quanto tempo lavora quel traduttore? Che tipo di testi traduce? Ha ricevuto dei feedback positivi dai suoi clienti? Potete starne certi: per essere un buon traduttore non è necessario un curriculum di dieci pagine, ma è pur vero che alcuni risultati si raggiungono solo con l’esperienza.

Tariffe. Un professionista sa quanto vale il proprio lavoro, e non ha paura di chiedere un extra per le urgenze o di abbassare le tariffe in caso di grossi volumi.

Onestà. Un professionista può usare la traduzione automatica come bozza, ma in tal caso si parla di “post editing”– e non più di “traduzione”. È un’attività diversa, che implica tariffe,requisiti e metodi di lavoro diversi. Un professionista non consegna un lavoro di post-editing spacciandolo per una vera e propria traduzione: non è etico, e comunque si nota immediatamente.

Comunicazione. Un professionista è in costante contatto con il cliente. Fa domande, propone nuovi termini da inserire nei glossari e segnala se la memoria di traduzione o il testo originale presentano qualche falla. Se è in ritardo con la consegna se ne assume la responsabilità e avvisa subito il cliente, provando a trovare insieme a lui una soluzione.

Tecnologia. Infine, un professionista sa come usare adeguatamente gli strumenti di traduzione assistita: così facendo, può concentrarsi sulla traduzione e lasciare alla macchina i processi più banali e che è possibile automatizzare.

Fonte: Articolo scritto da Nadia Hidalgo Diaz e pubblicato il 17 ottobre 2017 sul blog di Smartcat

Traduzione a cura di:
Sara Galluccio
Traduttrice editoriale, letteraria, marketing, turismo
Genova

Multitasking e task-switching: perché fare troppe cose insieme fa male, e come smettere

La vita di un traduttore freelance (ma anche di un freelance in generale) è mediamente più caotica della vita di un lavoratore dipendente. Il (traduttore) freelance, in base a un accordo faustiano che firma col sangue il giorno stesso in cui va dal commercialista ad aprire la partita IVA e/o invia la prima notula di pagamento, si condanna a vivere per l’eternità in una girandola di cose da fare, tutte insieme e senza dimenticarne una: fatture, preventivi, email, traduzioni, organizzazione del calendario lavorativo, planning delle vacanze e fondo vacanze relativo, profilo LinkedInTwitterFacebook, sito e blog, calendario editoriale, autorevisioni e bozze, email ai committenti e ai consulenti, senza contare tutto ciò che deve fare per, come dire, vivere (spesa bambini bollette Netflix ecc. ecc.). Il freelance è in sostanza come una donna di un metro e sessanta un po’ brilla a un concerto dei Guns n’ Roses (ogni riferimento è puramente casuale): la folla di impegni lo assedia da ogni lato, pogandogli addosso come una mandria di bufali impazziti e impedendogli continuamente di recuperare l’equilibrio.

Come sopravvivere a questo quadro a dir poco ansiogeno? Semplice, vi diranno in molti: col multitasking. Ovvero, secondo la definizione standard del fenomeno, imparando a fare più cose contemporaneamente: rispondere alle email di lavoro mentre si fanno i compiti di matematica con il bambino, conversare via chat mentre si è in riunione su Skype, fare una ricerca volante sullo smartphone mentre si guarda Alberto Angela in TV.

Non fatevi ingannare

L’idea che il multitasking sia la soluzione al problema della scarsa produttività è anche una questione generazionale: non c’è millennial che non riesca a fare seimila cose insieme. E non tutto il multitasking è negativo, del resto. Il millennial che ci spiega che si possono lavare i piatti mentre si ascolta un radiodramma horror del 1934 trasformato in podcast ci dice una cosa buona e giusta: che il cervello costretto a compiere operazioni banali, o noiose, le fa più volentieri se stimolato creativamente.

Diverso è invece il discorso del multitasking lavorativo, quello in cui diversi compiti, ugualmente impegnativi a livello mentale, si accavallano, e la nostra smania di produttività ci porta a tentare di risolverli tutti in contemporanea. La verità è che noi (traduttori) freelance siamo in gran parte ossessivi e perfezionisti, e l’occasione di chiedere a noi stessi di fare di più, di spingerci un pezzetto più avanti, di prendere due piccioni con una fava e due committenti con una email, ci sembra impagabile.

Ma posso dirvi la sincera verità? A me il multitasking fa schifo. Mi fa vomitare, letteralmente. Mi sembra una delle più grande baggianate della storia, e mi pento e mi dolgo degli anni in cui non sono riuscita a farlo mio e per questo mi sono sentita inadeguata o sbagliata. Fare venti cose insieme mi pare un’inutile spreco di energia. Sfinirmi di impegni senza dare al cervello il modo e il tempo di capire cosa stia succedendo mi sembra una prospettiva peggiore di un’intossicazione alimentare.

Il multitasking è un mito?

E non sono una luddista digitale che si sente ribelle solo perché va ai concerti rock, eh: la scienza è con me. Studi recenti hanno infatti dimostrato che, in sostanza, il multitasking (inteso come capacità di svolgere più compiti contemporaneamente ottimizzando le energie e il tempo a disposizione) non esiste. Quello che cerchiamo di fare è in realtà task-switching, ovvero l’alternarsi forsennato di compiti differenti, ed è la cosa più stressante che il nostro cervello possa subire. Bombardato di stimoli, il cervello di chi fa task-switching diventa molto meno efficiente, offrendo prestazioni peggiori in tempi più dilatati. Oddio, in teoria ci si può comunque spingere oltre questo limite e ottenere i risultati desiderati, solo che poi si stramazza al suolo come un tricheco spiaggiato. Lo insegnava anche Faust, del resto: non ottieni tutto quel che vuoi, e che non è umanamente ottenibile, senza pagare un prezzo (e lo insegna anche Axl Rose: non ti fai tutte le droghe che vuoi senza diventare grasso, che non c’entra granché ma volevo dirlo).

Come dire no al task-switching

Che fare dunque? Noi di doppioverso abbiamo deciso di aggirare il problema semplicemente rallentando: rallentare sarà anche la nostra parola d’ordine per questo 2018. Incoraggiate dai numerosi coming out di imprenditori multimilionari e noti stacanovisti che in gran numero, e sempre più spesso, raccontano come abbiano aumentato produttività e felicità lavorando meno e lavorando meglio (vedi ad esempio Arianna Huffington, che, piuttosto curiosamente, due anni dopo aver creato una testata che sfornava notizie 24 ore al giorno ed essersi schiantata sul pavimento per il troppo stress sfracellandosi la mandibola, ha deciso che lavorare 24 ore al giorno non era una buona idea per nessuno e ha cominciato a promuovere il diritto ai pisolini pomeridiani per sé e i suoi dipendenti), anche noi abbiamo stabilito che la produttività richiede ordine mentale.

Non è tutto così facile, ovvio. Viviamo (e lavoriamo) in un mondo digitale e iperconnesso, che ci chiederà quindi un grado di presenza che non può essere stabilito a priori da noi (almeno non del tutto). Che fare dunque per armarci contro la tendenza a fare tutto e a fare troppo? Ecco il nostro mini manifesto per il 2018, che speriamo sia utile anche a voi:

  1. Finite un compito prima di cominciarne un altro

Suonerà banale, ma imparare a resistere alla tentazione di frammentare la nostra attenzione dedicandone un pezzettino a ogni nuovo compito che ci pare importante è la chiave del successo nella discesa verso il monotasking. Non rispondere pavlovianamente agli stimoli è un’arte che si impara con il tempo: come la meditazione, richiede presenza, ripetizione, costanza. Sforzatevi ogni giorno di allungare il tempo che dedicate a una cosa sola, importante o banale che sia, come in un esercizio zen. Allenatevi a essere presenti in ciò che fate, e a fare una cosa per volta.

  1. Chiudete la porta (digitale)

Avete presente quei telefilm americani ambientati negli anni ’50, in cui il padre di famiglia torna a casa dal lavoro, grida: “Honey, I’m home!”, poi si toglie scarpe e cravatta e sprofonda nella poltrona a leggere il giornale? Evitare il multitasking significa anche non lavorare quando e dove non dovremmo. Una volta spento il computer nello studio, rendiamoci irraggiungibili su tablet e cellulari, mettiamo Welcome to the Jungle su Spotify e rivendichiamo il diritto di essere padri di famiglia americani in un telefilm anni ’50 (magari però aiutiamo nostra moglie a cucinare, eh).

  1. Accettate l’idea che non tutte le informazioni sono utili

Vi capita spesso di aprire internet per cercare un termine che vi serve per un romanzo e di ritrovarvi dopo due ore a leggere la storia della traduzione islandese di Dracula o la ricetta della pastafrolla comprendendo solo quando è troppo tardi che avete perso un pomeriggio a cincischiare (ogni riferimento ecc. ecc.)? Ecco, non fatelo più. Rinunciare al multitasking significa anche non consentire a compiti poco importanti e poco urgenti di interrompere quelli che importanti e urgenti lo sono davvero.

  1. A volte portare a termine un compito significa abbandonarlo

Ci sono cose che vorremmo fare, nella vita, e cose che dovremmo fare, e cose che potremmo fare. E poi ci sono le cose che non siamo destinati a fare. E va bene lo stesso. A volte non caricarci di mille impegni vuol dire passare in rassegna  i 999 che già abbiamo e capire se ce n’è  qualcuno a cui possiamo rinunciare senza che sia completato. Sfoltire non vuol dire sempre lasciare in piedi ciò che deve essere portato avanti: a volte vuol dire, più felicemente, lasciare in piedi solo ciò che abbiamo voglia di portare avanti.