Lo más importante para escribir

¿Qué es lo más importante para escribir en estos tiempos de Internet? La técnica viene bien. La facilidad de palabra no estorba. Un buen estilo es útil para brillar, para alzarse en medio del llano. Cuanto mejor engrasada esté la maquinaria del lenguaje, mejor responderá a las órdenes de nuestro cerebro, más suavemente nos conducirá a nuestra meta. Sin embargo, lo más importante no es saberse al dedillo las reglas de ortografía ni tener una sintaxis perfecta. Lo verdaderamente importante es tener algo que decir.

La Red está llena de repetidores, de antenas que se despliegan para lanzar amplificadas las voces que han captado en otro sitio, modificándolas quizás levemente. De lo que no andamos sobrados es de emisores, de centros de actividad desde donde surjan ondas nuevas, originales, inconfundiblemente personales.

Son muchos los que abren un blog o una cuenta en redes sociales para encontrarse a las pocas semanas con que se les acaba la cuerda. De pronto se ven con un megáfono entre las manos, pero no se les ocurre nada que contar o no se atreven. ¿Qué hacen? Repetir lo que va diciendo el de al lado o, simplemente, entonar la misma cantinela que todo el mundo procurando no desentonar. Si tú introduces una línea nueva en este coro, alguien te acompañará. No faltan altavoces, faltan voces que amplificar.

Tú también tienes algo que decir si descubres ese algo en lo que puedes ser el mejor. Es algo que solamente tú eres capaz de contar o quizás una manera de contarlo de la que solo tú eres capaz. Cuando das con esa vena, tus ideas no se agotan después de cuatro artículos. Cuanto más dices, más te queda por decir. Al final el problema no es andar luchando por encontrar un tema nuevo cada día, sino hacer frente a una tarea ingente que se va acumulando sin que se le adivine un final.

Aprender a decirlo bien es cuestión de tiempo y de voluntad. Habrá que conseguir que el lenguaje trabaje para ti y no en tu contra. Ve puliendo y afinando la expresión, pero el recorrido va de la idea a la palabra y no al revés.

CULTURA. Cambiamenti nella letteratura di genere: le giovani autrici arabe

La nuova generazione di scrittrici non ama posizionarsi tra le fila delle correnti femministe, ma ha sviluppato un’autonomia nel processo di scrittura che esula dalle realtà letterarie esistenti. L’uso riservato alla scrittura è, dal loro punto di vista, pratico, immediato, concreto e incisivo negli effetti.

Roma, 23 gennaio 2017, Nena News – La denominazione, “letteratura di genere”, potrebbe indurre a un approccio riduzionista nei confronti delle autrici e dei loro testi, con riguardo alle nuove possibilità d’interpretazione. Si tratta dell’insidia connaturata alla letteratura araba (e non solo), femminile, che pare influenzarne la percezione della sua sostanza. Quali sono le specificità della scrittura femminile? È corretto, circoscrivere la produzione letteraria femminile all’interno dei molteplici femminismi, intesi come movimenti/correnti di pensiero? Ed infine, a fronte della miriade di scritti firmati da donne, vi è una logica consequenziale nello stabilire una coincidenza tra, un romanzo che sfogli tematiche femminili, con l’ambizione di difendere l”esser donna’? A prima vista, sembrerebbe di no.

La nuova generazione di scrittrici arabe e mediorientali non ama posizionarsi tra le fila delle correnti femministe; si tratta di molte palestinesi, libanesi, turche, che hanno sviluppato un’autonomia nel processo di scrittura che, esula dalle realtà letterarie esistenti. L”uso’ riservato alla scrittura, è, dal loro punto di vista, pratico, immediato, concreto, incisivo negli effetti. Chi sceglie di non amalgamarsi alla prospettiva di genere, nel senso più classico della sua accezione (senza per questo disdegnare coloro che vi aderiscono), sono le donne proiettate ad esplorare e ad interpretare la realtà sociopolitica e culturale del proprio Paese, riconoscendo sia uno spazio, pubblico e privato, condiviso con altre donne, sia l’urgenza di una narrativa che plasmi le loro riflessioni.

Si può fare/produrre letteratura anche da un campo di rifugiati o da un ospedale o da un aeroporto o da qualunque struttura operi nel sociale; si può scrivere, in forma letteraria, quando si analizza la condizione di vita di un gruppo, o di una minoranza, o quando ci si preoccupa di indagare il perché di alcune forme di vita. Il riferimento è a una scrittura che riporti quanto accade in determinati luoghi, che aiuti a riformulare la concezione che ciascuno di noi ha di parti del mondo, che ridisegnare condizioni di vita. Le giovani autrici non definiscono la religione come l’aspetto che, tra tutti, determina la loro vita, piuttosto come una struttura socio-culturale arcaica che plasma il comportamento e dirige l’agire.

Non è dunque, dal loro punto di vista, la tradizione religiosa a marcare la vita femminile, quanto, il monolitismo del sistema patriarcale, quale fonte di marginalità. In quest’ottica, la loro vocazione letteraria si traduce in attivismo e impegno sociale, ideologico, politico e culturale; nella volontà di evidenziare storie di esclusione, che toccano le donne, ma anche di oppressione, che raccolgono la spinta dall’assetto della società (e non dalla religione).

In che modo, una donna che ha dalla sua parte un potentissimo strumento di autorealizzazione, quale la scrittura, reagisce alle condizioni imposte da situazioni esterne? Una prima reazione è documentare ciò che vede intorno a sé e, sente di avere in comune con altre donne; scrivere del proprio vissutolegandolo a quello di altriL’elemento presente nella letteratura araba femminile degli ultimi anni (non marcatamente femminista), è quello biografico: raccontarsi in prima persona. In contesti socialmente e etnicamente gerarchizzati, le norme comportamentali prestabilite e le relative osservanze, rappresentano un incentivo al rigido controllo sociale.

Tale precisazione, dovrebbe ostacolare letture semplicistiche condotte attraverso la sola lente della religione, pur non negando, nelle analisi delle pratiche culturali, una linea di contiguità tra la condizione di fatto, che interessa “la donna musulmana” e una società più tradizionale, di stampo patriarcale, in cui l’appartenenza a una classe inferiore (la cui esistenza è tacitamente riconosciuta), o ad una minoranza etnica o religiosa, è oggetto di forme discriminatorie.

È fuorviante, concepire una sorta d’incomunicabilità tra i due mondi, culturale e letterario, mediorientale ed occidentale, così come delle rispettive voci. Ciò che la scrittura femminile cattura e rielabora, dai generi letterari diffusi in Europa, ad esempio, è la funzione della parola come rivendicazione della libertà di espressione, mentre il racconto e il romanzo, sono i generi scelti per abbattere la staticità di un ruolo femminile codificato. Dunque, le “letterature” si parlano e comunicano; un loro confronto ed intercambio è inevitabile.

Lo stile di scrittura femminile rivela le potenzialità espressive inscritte nella letteratura generata dalle donne: individuata, dal piano stilistico e formale, da una specifica trama e argomenti. I contenuti letterari appaiono inscindibili dal contesto sociopolitico e culturale e, dalle connessioni con i rapporti affettivi, il corpo femminile, il peso delle convenzioni sociali e l’essere madre. Un passaggio ulteriore, è avvertito dall’esigenza, da parte delle “nuove” scrittrici, di esplorare il campo della cultura e delle arti, allo scopo di inviare messaggi universalistici che, oltrepassino il Paese di nascita.

A questo, ha contribuito, l’aver individuato la natura di “disciplina della scrittura”, che si collega alla necessità di possedere competenze sedimentate quando si tratta di carpire, penetrare immagini e tradurle in rappresentazioni che, rispondano al bisogno di costruzione della propria individualità e di ricerca incessante, in tal senso, la letteratura si sta trasformando in forma di militanza attiva e resistenza intellettuale. Nena News

Logiciels en nuage et protection des données personnelles : sont-ils compatibles ?

De nombreuses applications en nuage que nous utilisons, tels que Dropbox, Google Drive, MailChimp ou Google Apps, appartiennent à des entreprises dont les centres de données sont situés dans des pays extracommunautaires, et notamment aux États-Unis. La réglementation de ces pays en matière de protection des données personnelles est moins restrictive que celle de l’Union européenne.

Jusqu’en 2015, il suffisait que les entreprises hors du territoire de l’UE adhèrent à l’accord Safe Harbour (« sphère de sécurité » en français) pour stocker les données de leurs utilisateurs européens dans des serveurs situés aux États-Unis. En octobre 2015, la Cour de justice de l’Union européenne a invalidé cet accord et les transferts de données hors de l’UE ne peuvent plus s’effectuer sur sa base légale.

L’arrêt de la CJUE est une mesure qui s’ajuste à la réforme du règlement en matière de protection des données à caractère personnel. Ce nouveau règlement, qui est paru au journal officiel de l’Union européenne en mai 2016, entrera en application en 2018 et remplacera ainsi la réglementation en vigueur depuis 1995.

La réforme de règlement européen poursuit trois objectifs principaux : renforcer les droits des personnes, responsabiliser les responsables de traitement des données et renforcer la coopération entre les autorités de protection des données personnelles. Elles pourront notamment adopter des décisions communes si les traitements de données sont transnationaux et renforcer les sanctions.

Le droit européen s’appliquera chaque fois qu’un résident européen sera directement visé. Le règlement incorporera de nouveaux droits pour renforcer le droit des personnes : la portabilité des données, des conditions particulières du traitement des données des enfants, le principe des actions collectives et la réparation des dommages matériels ou moraux.

En ce qui concerne les transferts des données hors de l’Union, ils pourront être effectués s’ils s’encadrent avec des outils qui assurent un niveau de protection suffisant et approprié. Les données transmises resteront toutefois toujours soumises au droit européen.

Le stockage des données personnelles dans des serveurs situés aux États-Unis n’est donc plus sûr, étant donné que la législation des pays extracommunautaires ne dispose pas d’un niveau de protection des données comparable à celui exigé par la législation européenne.

Afin de respecter la réglementation sur la protection des données personnelles (loi Informatique et libertés en France, LOPD en Espagne), nos clients et les destinataires de nos communications doivent être dûment informés de l’usage que nous faisons des applications en nuage où nous stockons leurs données. En outre, ils doivent pouvoir exercer à tout moment leurs droits d’accès, de rectification et d’opposition.

Pour assurer le respect de la réglementation en vigueur, nous pouvons utiliser des services alternatifs situés dans des pays communautaires.

Outils d’email marketing :

Stockage en nuage :

Pour en savoir plus :

Nuage de mots-dièses créé avec le logiciel Tagxedo.

Can English skills help end migrant exploitation?

In Bahrain, I was beaten. For example, they asked for tea. I gave tea leaves. I did not make the tea. She put her hand on my neck and moved me to tell, ‘Boil the tea leaves. Make tea’. They told me things in Arabic, I did not know Arabic. There was no other Bangladeshi to help me out. That’s how I worked. Sometimes, the children said me something, but I didn’t understand. Then the children knocked me. But you can never have a gloomy face. (Afia, pseudonym, a Bangladeshi migrant domestic worker)

This quote is taken from an interview with a female Bangladeshi migrant worker who was a participant in a research project we undertook which aimed to explore perceptions of the value of English for migrant workers from Bangladesh to the Middle East. The quote aptly illustrates Afia’s vulnerability as a domestic worker. Partly her vulnerability is a result of limited Arabic and English language proficiency and miscommunication.

This raises the question what the role of language skills in migrant exploitation is. Could Afia have avoided being beaten if she knew more Arabic or English? Or, to put it more generally, to what extent do communication barriers contribute to the exploitation of migrant domestic workers such as Afia?

We explore such questions in an article recently published in Multilingua, where we suggest that structural entanglements and global inequalities put into question commonplace assumptions linking language skills to economic success for Bangladeshi migrant workers.

Recent reports on the devastating experiences of Bangladeshi female migrant workers in the Middle East (which have gone largely unreported in English-language media) throw into sharp relief the deep structural issues – far beyond the linguistic – affecting the lives of female Bangladeshi migrant workers to the Middle East.

Since 1991 Bangladesh has sent more than 700,000 women abroad to work, primarily as domestic workers to the Middle East (BBC 2018). Many of these have returned reporting that they have faced exploitation and abuse in the workplace. The complaints that have been made – which echo accounts documented in our research – include receiving no salary (or a lower salary than promised), unbearable workloads, physical and verbal abuse, and sexual assault.

Reports in the Bangladeshi media relay the tribulations of Fatema, for example, who went to Lebanon to improve her family’s condition, but came back after only three months physically disabled, with a significantly worsened economic and social status (BBC 2018Prothom Alo 2018). Her employer under-fed and tortured her, and when she, not able to bear it anymore, informed her employer that she wanted to go back to Bangladesh, the employer pushed her out of a third-floor window. Like Fatema, many of the women returning from the Middle East have physical injuries and/or psychological trauma. Additionally, they also face significant social stigma, including the refusal of their families to accept them back.

Despite these reports, there have been few attempts from Middle Eastern countries to take actions against the employers who were reportedly involved with such crimes. A country with less clout than other migrant-sending countries such as Indonesia, the Philippines or Sri Lanka, attempts by Bangladesh to lobby for work environments where Bangladeshi female migrant workers can work in safety and dignity have had little effect (BBC 2018).

The restricted bargaining power of Bangladesh has been increasingly observable since 2000, when an Indonesian domestic worker who had been tortured by her employer was executed for stabbing and killing her employer in Saudi Arabia. Protests from Indonesia and human rights groups ensued, and stories of the torture and exploitation of female domestic workers in Saudi Arabia attracted global attention. As a result, Nepal, the Philippines and Sri Lanka joined Indonesia to create pressure on Saudi Arabia to improve its treatment of female domestic workers by creating travel bans to stop sending women from their countries. Facing an acute shortage of female domestic workers, Saudi Arabia proposed that Bangladesh step in to fill the gap. Although there had previously been a ban on female migration as a measure of protection, Bangladesh eventually caved in when Saudi Arabia made the continued hiring of Bangladeshi male workers contingent on the availability of a female workforce, too (Prothom Alo 2018). Saudi Arabia further insisted that, even though female domestic workers from other countries are paid 1,500 riyals per month, the pay of Bangladeshi workers would be capped at 800 riyals (Prothom Alo 2018).

Today, Bangladeshi media regularly feature harrowing stories of exploitation faced by Bangladeshi female domestic workers in Saudi Arabia. Despite these gloomy reports we do, of course, not wish to suggest that all migrant workers face abuse and exploitation. In fact, some participants in our research were able to improve their family’s economic and social status considerably by working abroad.

All of them shared stories of hardship, and limited Arabic and English language skills were a significant aspect of the challenges they faced. This raises the question whether pre-departure language skills training would improve the lot of Bangladeshi migrant workers.

There can be no doubt that English and Arabic language skills might help migrant workers to better navigate life in the Middle East. However, we should be wary of suggesting that language learning alone is sufficient to overcome the difficulties in which many migrant workers find themselves. The stories of suffering and exploitation from returnee female domestic workers are clear indicators that structural global inequalities must be considered when exploring the extent to which migration and language skills can be economically, personally and socially transformative to individuals like Afia and to countries like Bangladesh.

References

British Broadcasting Corporation (BBC) (2018). ফেরার পর পরিবারেও ঠাঁই নেই: সৌদি থেকে নির্যাতনের শিকার হয়ে ফিরে আসা বাংলাদেশী নারী [Translation: No place in the family upon return: Bangladeshi women returning from Saudi being victim of torture] (4 June 2018).

Erling, Elizabeth J., Chowdhury, Qumrul Hasan, Solly, Mike and Seargeant, Philip (2018). “Successful” migration, (English) language skills and global inequality: The case of Bangladeshi migrants to the Middle East. Multilinguadoi:https://doi.org/10.1515/multi-2018-0021.

Erling, Elizabeth J., Seargeant, Philip, Solly, Mike, Chowdhury, Qumrul H. and Rahman, Sayeedur (2015) English for economic development: A case study of migrant workers from Bangladesh. ELTRP Report, British Council.

Prothom Alo (2018). প্রবাসী নারী শ্রমিকের গল্পটা কেউ শুনবেন? [Translation: Will you listen to the story of the woman migrant worker?] (4 June 2018).