South African Schools to Start Teaching Kiswahili As An Optional Language

South African schools will from 2020 offer Kiswahili as an optional language for learners, the minister for basic education, Angie Motshekga said on Monday.

Motshekga, who said the decision had been approved by the country’s Council of Education Ministers, said the language will be offered at public, private and independent schools.

“Kiswahili has the power to expand to countries that never spoke it and has the power to bring Africans together,’‘ Motshekga said.

We are confident that the teaching of Kiswahili is South African schools will help to promote social cohesion with our fellow Africans.

‘‘It is also one of the officials languages of the African Union. We are confident that the teaching of Kiswahili is South African schools will help to promote social cohesion with our fellow Africans.’‘

Kiswahili will be the first African language, from outside South Africa, to be offered at schools.

French, German and Mandarin are among foreign languages already offered in South African schools as optional subjects.

The rise of Kiswahili

Kiswahili is a Bantu language with lexical and linguistic similarities with many African languages spoken in the continent.”

Last month, South Africa’s radical opposition leader Julius Malema singled out Swahili as a potential common language that could be used throughout the continent, as one way of ‘decolonising Africa’.

In May this year, social networking giant, Twitter officially recognised Kiswahili as a language, making it the first African language to achieve the feat.

Hashtags like #SwahiliIsNotIndonesian and #TwitterRecognizeSwahili had been pushed by several Kenyans for a long time, petitioning Twitter to recognise the African language.

By  MT

Wole Soyinka: la lingua non basta

Lo ammetto: non conoscevo Wole Soyinka, scrittore e drammaturgo nigeriano premio Nobel per la letteratura nel 1986. Ma il bello dei festival letterari in generale e di pordenonelegge in particolare è anche questo: ti permette di scoprire e di conoscere da vicino autori rimasti fuori dal tuo radar… e che autori! In questo caso mi incuriosiva molto che uno scrittore africano, di lingua madre yoruba e profondamente legato alla propria cultura di origine, fosse considerato uno dei massimi autori di lingua inglese; e se a questo si aggiunge il fatto che il suo romanzo più noto in Italia si intitola Gli interpreti (da poco ripubblicato in Italia da Jaca Book) capite bene quanto fossi curiosa di andare a sentire cos’aveva da raccontare.

Così mi sono intrufolata alla sua conferenza stampa, nella bella mansarda di un edificio del centro città, pronta a conoscere da vicino questo anziano signore dalla folta chioma bianca e dallo sguardo assorto e… ho trascorso la prima mezz’ora a tentare di elaborare una domanda che riguardasse il suo rapporto con la lingua yoruba e l’inglese, mentre lo ascoltavo incantata parlare dell’Africa, con i suoi problemi millenari e le sue meraviglie umane, e del bellissimo concetto di restituzione, che dovremmo abbracciare noi occidentali dopo aver depredato il continente per secoli (e di cui ha parlato, sebbene in altri termini, anche Beppe Severgnini).

Fortunatamente una giornalista è venuta in mio soccorso ponendogli la domanda a cui stavo goffamente cercando di dare una forma: dopo una bella introduzione sulle sue esperienze di scrittore e attivista per i diritti umani gli ha chiesto come mai scrivesse in inglese, una lingua imposta dall’alto, che non rappresenta la cultura yoruba e anzi l’ha schiacciata, invece che nella sua lingua materna. Era proprio quello che volevo sapere e ho atteso trepidante la sua risposta, soprattutto dopo aver ascoltato Luis Sepúlveda, che considera il castigliano la sua vera patria (l’unica che l’esilio non ha potuto sottrargli), e Carlos Ruiz Zafón, interessato ai meccanismi delle lingue tanto da definire la traduzione “una matematica della parola”. Ebbene, dopo aver sentito queste dichiarazioni d’amore alla lingua, devo ammettere che le parole di Wole Soyinka mi hanno letteralmente spiazzata. Perché lui ha sorriso divertito e ha risposto così:

Nel mio paese, la Nigeria, si parlano più di trecento lingue. E dico lingue, non dialetti. Quindi quale lingua ci rappresenta? Per quanto mi riguarda lo yoruba è la lingua che sento per le strade, nelle case, che parlo in famiglia; ed è vero, l’inglese ci è stato imposto e ci ricorda il nostro passato coloniale. È un tema di cui si discute molto in Africa, ma in realtà la lingua in sé è solo una convenzione che non ha alcun significato; l’inglese dopotutto è utile, perché è una lingua franca accessibile a tutti e che ci permette di comunicare tra noi. Anche se definirla semplicemente inglese è un po’ riduttivo, perché in realtà in Africa tutti usiamo una lingua pidgin a cui aggiungiamo qualcosa delle nostre lingue tribali. Io ho scritto la maggior parte delle mie opere in inglese e ho scritto teatro in yoruba, perché era più naturale. Ma non è così importante; a volte mi ritrovo a leggere Shakespeare e a chiedermi: “Un momento, questo è inglese o yoruba?”. La lingua è un mezzo flessibile, con cui gli artisti possono mess around (visto il modo in cui l’ha detto oserei tradurre con pasticciare).

Insomma, vi assicuro che questa risposta è stata davvero sorprendente e mi ha dato un punto di vista completamente inaspettato sulla “questione della lingua”, che per Soyinka va ben al di là di lessico e sintassi. Non per niente i cinque interpreti del suo romanzo non sono linguisti, ma giovani intellettuali formatisi in Europa che, all’indomani dell’indipendenza della Nigeria, tornano in patria e tentano di rileggere la società del loro paese alla luce delle esperienze vissute in Occidente. Insomma: la lingua non serve, o non basta, perché la realtà, come insegna la cultura tradizionale africana, non si percepisce con le parole.

Guarda qui la video intervista a Wole Soyinka

E tu, sei d’accordo con Sepúlveda o con Soyinka? Consideri la tua lingua una patria o solo un mezzo per comunicare?

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Wole Soyinka è uno scrittore, drammaturgo e attivista nigeriano di etnia yoruba, formatosi in Nigeria e in Inghilterra.  Ha esordito nel 1960 con l’opera teatrale Danza della foresta e ha proseguito con la scrittura di testi teatrali in cui la tradizione yoruba si mescola alle influenze occidentali, dalla tragedia greca a Shakespeare. Ha scritto diversi saggi di critica letteraria sulle manifestazioni culturali africane e un diario dal carcere, L’uomo è morto (1972), che racconta i due anni trascorsi in cella d’isolamento per essersi schierato contro la guerra del Biafra. Ha insegnato in numerose università, fra cui Yale, Cornell, Harvard, Sheffield e Cambridge, e nel 1986 gli è stato conferito il premio Nobel per la Letteratura. A pordenonelegge ha ricevuto il premio Crédit Agricole Friuladria “La storia in un romanzo” «per aver saputo raccontare il sostrato mitico della realtà africana con la coscienza di un autore profondamente immerso nella cultura europea novecentesca».

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Quand mère et fille traduisent ensemble : un tandem original !

Il n’est pas très fréquent qu’une traduction soit le fruit d’un travail en commun, comme celui qu’ont réalisé avec talent Nadine Gassieet Océane Bies, un tandem d’autant plus solide et harmonieux qu’il réunit la mère (Nadine) et la fille (Océane) ! Leur éloignement géographique relatif n’est guère un obstacle à notre époque où les échanges par mail et téléphone sont si aisés. Toutefois, des séances intenses de travail à deux sont nécessaires, surtout à la fin, lors des ultimes relectures, des corrections et à la réception des épreuves. Grâce à ce dialogue toujours constructif et ce souci constant de la qualité, Nadine Gassie et Océane Bies réalisent un travail unique qui donnera au lecteur français le plaisir de s’approprier des œuvres enfin à sa portée.

Nous les remercions vivement d’avoir répondu à nos questions avec enthousiasme et précision.

Pour lire la suite de cette passionnante interview menée par Jean-Paul Deshayes, une seule adresse, celle d’un blog (le mot juste en anglais) où vous trouverez d’autres passionnantes interviews et des tas d’infos linguistiques. Cliquez ici…

Redacción de contenidos web: guía definitiva para ser un buen copywriter

Muchos traductores profesionales, además de traducir, también escriben y generan contenidos. El conocimiento extenso y profundo de distintas lenguas y, además, de variadas disciplinas y temáticas, permite que el traductor profesional redacte desde cero textos para diversos clientes que necesitan ayuda a la hora de, por ejemplo, crear su web, redactar los artículos de sus blogs o diseñar la estructura y el contenido de su material publicitario online. Esto también se conoce como copywriting.


Ser copywriter, ¿qué es?

Escribir contenidos para un cliente no es tarea fácil. Ni tampoco ser un buen copywriter web. Mucha gente cree que sí, que basta con sentarse un rato delante de la pantalla y dejar caer las manos sobre el teclado con un par de ideas en mente y, ¡voilà! Las frases, la estructura, el mensaje, las palabras adecuadas… todo sale solo, simplemente por quererlo. Y si encima pensamos que el objetivo, además de escribir, es hacerlo con cabeza (teniendo en mente un mensaje concreto, una intención publicitaria, una estrategia de posicionamiento, un destinatario concreto, ¡uf!), ¡todo se complica aún más! La redacción de contenidos web entonces se convierte en una dura tarea y el fin (retener y seducir al lector) en un objetivo inalcanzable.

Por tanto, ¿qué es un copywriter? El buen copywriter es el redactor de contenidos que, además de saber escribir con absoluta corrección, conoce bien al cliente, sus requisitos, sabe adaptarse a sus necesidades comerciales y, sobre todo, es capaz de transmitir la información teniendo todas estas variables en cuenta buscando su máxima eficacia.


Manos a la obra: ¡a por el copywriting!

Pongámonos manos a la obra. No hace falta escribir el Quijote, pero sí hay que enfrentarse a los molinos de viento. Para ello, os propongo una breve guía de redacción de contenidos web con algunos consejos que podéis tener delante a la hora de escribir contenidos y que os ayudarán a no perder de vista lo importante, seáis traductores profesionales o no. Tened en cuenta que esta guía es, eso, breve, y que en ella se resumen de forma muy esquemática los puntos principales que no conviene olvidar cuando escribimos para otros.


Antes de afrontar la redacción de contenidos web…

Hay que hacer un análisis desde dos puntos de vista: el de la marca, el producto o la empresa para la que escribimos, y el destinatario al que va dirigido el contenido en cuestión. En lo que respecta a la marca, hay que conocer su DAFO, es decir, hacer un análisis de sus debilidades, amenazas, fortalezas y oportunidades. ¿Para qué? Para evitar mencionar las debilidades y destacar al máximo las fortalezas, por ejemplo. Y en lo que respecta al destinatario, hay que saber qué quiere, qué necesita y cómo vendérselo, a fin de afinar al máximo a la hora de darle forma a nuestro mensaje. No olvidemos que el copywriting abarca, principalmente, la tarea de redacción publicitaria.

Una vez hecho este análisis, diseñemos la estrategia de nuestro contenido mediante la definición del objetivo que perseguimos (fidelizar clientes, conseguir suscriptores, generar ventas, aumentar la autoridad de la marca, etc.), de la temática (para ello puedes acudir a herramientas de búsqueda de tendencias, como Buzzsumo, por ejemplo) y, por último, de las tácticas para promocionar el contenido.

¿Tienes ya tu idea clara sobre qué sí, qué no, para quién y sobre qué? Pues cojamos lápiz y papel… bueno, más bien cojamos el teclado.

¡Con las manos en el teclado!

Ya metidos en faena, conviene tener claro lo que sí y lo que no. Por ejemplo, entre las cosas que sí:

– Ortografía y gramática impecables.

– Texto ligero; ni largo, ni corto.

– Empleo de palabras positivas: beneficio, es mejor, progreso, éxito, valioso.

– Estilo directo (pide de forma directa, sé breve y conciso).

– Efecto emocional: busca la empatía, conectar con tu destinatario.

– Efecto WOW: haz que tu destinatario no se olvide de ti.

– Uso de imágenes y/o vídeos: adorna tu texto.

– Estructura tu contenido: usa párrafos, listas, enumeraciones… articula tu contenido y dale una estructura que oriente al lector a través de él.

Y entre las cosas que no:

– Nada de expresiones del tipo el mejor servicioel más novedoso del mercado, profesionales a su servicio, el más barato… esto se ha dicho ya muchas veces y, además, probablemente no sea verdad. ¡Es copywriting del antiguo!

– Sé comedido con las imágenes: no intentes compensar la ausencia de texto con un exceso de imágenes de apoyo, ¡es tan malo el exceso como el defecto!

– No te enrolles con un lenguaje demasiado especializado: a cuantos más llegues, mejor, así que no crees un contenido demasiado farragoso ni técnico, a no ser que tu contenido vaya dirigido exclusivamente a un público muy concreto de forma intencionada.

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Además de escribir contenido para mi web… ¿Tengo que optimizarlo?

Si, además de redactar, hay que tener en cuenta la estrategia SEO que se esté llevando a cabo e inyectar palabras clave, conviene tener en mente algunos consejos más:

– Pon palabras clave en la URL del artículo, en el título H1 del artículo y a lo largo del contenido.

– Usa titulares H2, H3 y H4.

– Utiliza la negrita para resaltar (algunas) palabras clave.

– Extensión mínima de documento: 450 palabras.

– Usa enlaces internos que redirijan a otras partes de la web, con un anchor text que contenga la palabra clave del artículo o sección a la que enlaza.

– Incluye metaetiquetas (metatitle, metadescription, metakeywords).

– Añade iconos para compartir en redes sociales.

– Añade otros artículos o contenido relacionado adicional en forma de enlaces, al final del contenido.

Ten en cuenta que estos son solo algunos consejos básicos para una buena redacción de contenidos web y que redactar un texto de calidad y bien estructurado es la clave de captación de cualquier público. Al final, lo principal es que tu contenido sea útil y mantenga el interés de tu destinatario de una forma natural. A partir de aquí, todo es adorno. Aunque a un texto bien aderezado y que aparezca bien situado en las búsquedas nadie le hace ascos, ¿verdad? ¡Así que adelante, carga la pluma y conviértete en un buen copywriter!


por Sandra Lara, Directora de Producción

Top 5 Most Popular African Languages Everyone Must Learn

Africa, with its over one billion people, is not just the second most populous continent in the world but home to the most diverse languages. The continent has over 1,500 different languages.

As the world celebrates International Mother Language Day to promote linguistic and cultural diversity, it would be ideal to learn some African languages that will enable you to communicate with people while doing business on the continent or enjoying tourist destinations. It will also help you understand the diverse cultures easily.

Here are 5 African languages you should know:

Swahili

This is the most spoken language in Africa, with over 100 million speakers. Also known as Kiswahili, the language is a Bantu language believed to have originated from other languages, specifically Arabic, following historical interactions between Arabs from the Middle East and East Africans. Swahili is the lingua franca of the African Great Lakes region and other parts of eastern and south-eastern Africa, including Uganda, Rwanda, Tanzania, Kenya, Burundi, Mozambique, and the Democratic Republic of the Congo (DRC).

It is currently the national language of four countries, namely Tanzania, Uganda, Kenya and the DRC. Shikomor, the official language in Comoros and also spoken in Mayotte (Shimaore), is also related to Swahili. With Swahili being widely spoken, it becomes imperative to learn the language as it will afford you the opportunity to visit and transact business with countries like Tanzania and Kenya.

You could also go to Rwanda, Uganda, Burundi, and Mozambique and do same. It shouldn’t be too hard for you to learn Swahili, as unlike other African languages, it does not use tones. It basically uses the Latin alphabet. And learning the language would also be easier if you already know some Arabic, as there are so many Arabic loanwords in Swahili. To practice some Swahili greetings, here’s how to go about it.

Amharic

This is the second most popular language in Ethiopia after Oromo, having over 21 million speakers. It is spoken as a mother tongue by the Amhara (an ethnic group traditionally inhabiting the northern and central highlands of Ethiopia) as well as other populations residing in major cities and towns of Ethiopia. Currently, Amharic is the official language of Ethiopia and also the working language of several of the states within the country. Over 2 million Ethiopians living outside the country also speak this language, as it is the second most Semitic language in the world after Arabic. Semitic languages are a branch of the Afroasiatic language family originating from the Middle East. Amharic which is related to Arabic and Hebrew, is written in the Ge’ez or Ethiopic script, with over 30 different characters. Learning to write and speak this language should be a part of your to-do list if you love literature, as the language continues to host so many Ethiopian literature – poetry and novels. Getting to know Amharic would enable you to keep abreast of a wide range of literature from the country, besides learning its diverse cultures.



Yoruba

The third most spoken language in Africa, Yoruba is also one of Nigeria’s official languages, serving as the mother tongue of the Yoruba people in the country. It has over 30 million speakers in Nigeria, Benin and Togo and it is widely spoken by West African expatriates in the US and UK. Yoruba, which has over 15 dialects, also forms part of the also forms part of Volta-Niger branch of the Niger-Congo family of languages. If you want to say hello in Yoruba, you should say “Bawo”. But take note, Yoruba is a tonal language with three tones: high, mid and low. Take some lessons in Yoruba. There are millions of sites and portals for doing so.  On the lighter side, if you are a fan of Nigerian films, then you should learn Yoruba, as the language is often used in its traditional films.

Oromo

Over 30 million people in the Horn of Africa, specifically in Ethiopia, Somalia, Kenya and Egypt speak Oromo. The Oromo ethnic group is the largest in Ethiopia, accounting for over 40 percent of the population. The language falls under the Cushitic branch of the Afroasiatic language family. In the 20th century (between 1972 and 1991), Oromo was banned during the reign of Haile Selassie, and by the communist regime that followed his overthrow. The language has since adopted the Latin alphabet and it is now used in education, the media, government administration and national commerce. Here are some tips.

Hausa

Spoken as a first language by some 27 million people, Hausa is one of Nigeria’s official languages and one of the most spoken Chadic languages (a branch of the Afroasiatic language family) on the continent. Hausa originated as the language of the Hausa people in northern Nigeria and southern Niger. It immediately spread as the lingua franca of Western Africa as a result of trade. The language is spoken mainly in the following areas: northern Nigeria, Niger, Burkina Faso, Benin, Chad, Congo, and Cameroon. Other countries like Ghana, Central African Republic, Eritrea, Togo and Sudan also speak Hausa. Hausa is a tonal language, but do not let that discourage you from learning the language. It uses the Boko and Latin alphabet, which is the writing system for most Muslims in western Africa. Get abreast of the language.

Mamme con la partita IVA: intervista a Valentina Simeoni

L’universo del lavoro freelance è sempre più di attualità tra Millennials e non: se ieri il lavoro autonomo era marginale e poco considerato, oggi… continua a essere poco considerato, ma in compenso i numeri parlano da soli: l’Italia detiene il record dei lavoratori freelance su scala globale (siamo ben 3,6 milioni! Per maggiori dati leggi qui). E benché spesso si dica, anche a ragione, che noi freelance tendiamo all’individualismo e all’atomizzazione, è evidente che emerge sempre di più la voglia di condividere le nostre vite “in libertà condizionata” e in particolare le difficoltà che dobbiamo affrontare quotidianamente, spesso senza nessuno con cui confrontarci. In questo panorama spicca più di altri un problema che riguarda tantissimi giovani freelance, in stragrande maggioranza donne: quello della gestione di lavoro e famiglia, dal punto di vista tanto pratico quanto emotivo. Perché, come abbiamo discusso anche qui su Linguaenauti, se la conciliazione è un problema di tutti i lavoratori, per i freelance (e in particolare per le mamme) assume aspetti molto più sfuggenti, sfaccettati e ancora poco approfonditi.

Ecco perché un libro come Mamme con la partita IVA. Come vivere allegramente la maternità quando tutto è contro (Sonzogno, 2018) ci mancava davvero. L’autrice è Valentina Simeoni, antropologa trentacinquenne, insegnante di lingue e mamma di Nora dal 2016. In questo saggio il suo sguardo professionale sul tema della maternità freelance riesce a tirare le fila di esperienze, umori e rivendicazioni che negli ultimi anni hanno trovato uno spazio di discussione sui social e si sono tradotti in nuove tutele per gli autonomi, sebbene dal punto di vista culturale resti ancora molto da fare per capire a fondo il mondo freelance. Le interviste alle mamme raccolte nel libro raccontano di donne alle prese con modalità di vita e lavoro totalmente diverse dal passato, con nuove competenze (come il famoso multitasking) e con sentimenti antichi (starò dando abbastanza a mio figlio?). Esperienze in cui tutte noi possiamo riconoscerci, e su cui tutti dobbiamo riflettere per imparare a interpretare il mondo del lavoro di oggi e di domani.

Raccontaci la genesi di Mamme con la partita IVA: com’è nata e come si è sviluppata l’idea di raccogliere le esperienze delle lavoratrici autonome divise tra lavoro e maternità?

Mi interesso da sempre di storie, da qualche anno di storie di gravidanza e maternità: fino al 2017, però, le avevo sempre osservate, raccolte e studiate dall’esterno (in particolare da quella specialissima fonte che sono i social media, e ancor più in particolare da Facebook), cioè con l’occhio etnografico che avevo sviluppato negli anni della mia formazione antropologica e durante le mie ricerche sul campo. Frequentando il mondo della scrittura narrativa, nel frattempo, avevo conosciuto Giulio Mozzi, che fra le altre cose lavora come consulente editoriale presso Marsilio. Proprio nel 2017 la casa editrice Sonzogno, un marchio facente parte appuntodel gruppo Marsilio, ha pensato a una pubblicazione sul tema “maternità e libera professione”. Poiché l’intento era quello non solo di informare, non solo di denunciare, ma anche e soprattutto di raccontare questa particolare dimensione della maternità dall’interno, eppure in modo non semplicemente soggettivo, Mozzi ha pensato a me: che oltre a fare ricerca sulle narrazioni, e oltre a essere una libera professionista, nel frattempo ero diventata anche mamma. Nel progetto editoriale che ho proposto a Sonzogno, ho avuto modo di unire dunque la mia esperienza alle mie competenze, ed è una cosa che mi ha dato grandissimi stimoli e soddisfazione.

Il tuo libro ritrae tante donne che, pur nell’incertezza, riescono a trovare le risorse per costruirsi una vita piena, senza rinunciare a sogni e aspirazioni un tempo inconciliabili: un lavoro che piace, una famiglia e una maggiore elasticità nella conciliazione di questi due importanti aspetti della vita. Quali qualità e punti di forza hai constatato nelle donne che hai intervistato?

Senz’altro la grinta, la determinazione, la forte passione per il lavoro che fanno o stanno cercando di fare o vorrebbero fare: una passione che si alimenta anche dell’esperienza della maternità, e in qualche modo la nutre a sua volta. Inoltre – ma questo oggi è fondamentale – una certa capacità di adattamento e la disponibilità sia all’attesa (intesa non solo come gravidanza, ma anche come tempo da dedicare ai propri figli spostando in avanti, quando serve, la realizzazione dei propri obiettivi professionali) sia alla riformulazione di sè come professioniste, recuperando, sviluppando o portando al centro delle competenze che prima, magari, erano ai margini della propria sfera professionale. L’esempio più immediato è quello di una mamma che faceva l’insegnante di yoga e la formatrice e adesso tiene corsi di yoga per donne in gravidanza o yoga mamma-neonato e scrive di questi stessi argomenti.

Linguaenauti in passato ha toccato il tema dei genitori freelance e della percezione sociale dei freelance, sottolineando quanto questa modalità di lavoro sia spesso sottovalutata, soprattutto quando si svolge tra le mura di casa. Quali sono secondo te le maggiori difficoltà e frustrazioni che più affliggono le mamme freelance?

Sono difficoltà innanzitutto pratiche, e te le riassumo con un esempio tratto proprio dalle storie che ho raccolto. Se io lavoro da casa, significa che una certa parte della casa è il mio “luogo di lavoro”: nel mio caso, un luogo fisso anche se ristrettissimo; per altre, uno spazio che varia di volta in volta; in ogni caso esso, per funzionare in quanto tale, deve avere delle caratteristiche minime, fra le quali per molte di noi rientra una certa dose di ordine e pulizia. Ma la casa in cui vive una famiglia con uno o più bambini piccoli difficilmente sarà in ordine. Lavorare in un contesto disordinato, tuttavia, può interferire in modo molto forte con la capacità di concentrarsi, fino a impedirla del tutto. La mamma che lavora da casa, dunque, spesso sente che dovrebbe prima di tutto sistemare la casa (con un evidente sforzo sia mentale che fisico e un grosso investimento di tempo) e solo dopo potrà mettersi al lavoro, arrivandoci già stanca e probabilmente con pochissimo tempo residuo per portare avanti la sua attività: perché i bimbi dormono per un intervallo non prevedibile, o comunque a una certa ora tornano dal nido o dalla materna, e quindi lavorando da casa sia lo spazio che il tempo sono, per una mamma freelance, una risorsa limitata e preziosissima.

Insieme a questo, c’è appunto la percezione sociale distorta che nel senso comune si ha non tanto dei, quanto soprattutto delle freelance: l’idea che quello svolto “da casa” non sia dopo tutto un vero lavoro, ma una specie di passatempo dal quale queste donne possono staccarsi quando e come vogliono per occuparsi di cose ben più urgenti come le faccende domestiche. Un lavoro di serie B, insomma, perché in fondo in fondo, nella visione odierna, siamo ancora saldamente ancorati all’idea che il “lavoro” sia «quella cosa che si fa “fuori casa” e da cui si “torna a casa la sera”, quell’attività che viene dichiarata aperta e chiusa dal beep di un contatore elettronico e svolta in un ambiente ben specifico» (p. 250), altro da quello domestico. Questo si traduce spesso in frasi, atteggiamenti e richieste che finiscono per interferire con il lavoro svolto da casa, rendendolo ancor più intermittente e faticoso.

Il Jobs Act del lavoro autonomo (legge 21/2017) ha fatto grandi passi avanti nel riconoscimento di tutele per i lavoratori freelance, anche se molto rimane ancora da fare. Quali sono le esigenze principali delle donne (e per estensione di tutti i lavoratori autonomi) che emergono dalla tua indagine, e quali misure si dovrebbero prendere secondo te?

Restando sul tema centrale del libro, al momento manca un accesso più equo e facilitato all’indennità di maternità, che risulta di fatto precluso a chi nell’ultimo anno ha fatturato meno (a causa, per esempio, di una gravidanza a rischio) o ha da poco aperto la partita IVA (i contributi versati in altri regimi fiscali sono persi per sempre); sarebbe poi auspicabile una differenziazione, in termini di indennità appunto, delle gravidanza gemellari, come avviene per le lavoratrici dipendenti; ci vorrebbero procedure più snelle e trasparenti nel calcolo dell’indennità stessa e impiegati INPS capaci di fornire consulenza sul caso, sempre più frequente, delle freelance iscritte alla gestione separata che hanno adottato regimi fiscali di vantaggio; manca anche, al momento, il riconoscimento dell’indennità di paternità per i lavoratori freelance in sostituzione a quella della mamma: essa viene riconosciuta, infatti, soltanto in casi molto particolari, mentre per fortuna i papà possono usufruire del congedo parentale.

Infine, puoi svelarci quali sono le storie che ti hanno toccato di più in questo lungo viaggio nel mondo delle mamme freelance, e per quali motivi?

Sono affezionata a tutte queste storie e alle mamme che le hanno condivise con me. Quelle che mi hanno toccata di più, però, sono le storie delle mamme che, almeno per ora, hanno scelto di ridimensionare o fermare la propria attività lavorativa per dare spazio e tempo ai figli, di solito perché il loro lavoro da freelance a un certo punto non risulta più conciliabile – se non a carissimo prezzo – con l’accudimento di uno o più bimbi piccoli.

Ed è proprio qui che emerge, forse, la questione più importante in assoluto: quali condizioni (materiali, economiche, logistiche, sociali) vengono a mancare loro tanto da portarle a questa decisione? Per esempio, ed è il caso di una storia molto forte che per motivi di privacy mi è stato chiesto di non inserire nel libro, il supporto e la collaborazione di un partner che metta sè stesso, il proprio ruolo di padre e il proprio lavoro sullo stesso piano della neomamma, dividendo davvero con lei il carico mentale e fisico della genitorialità. Nel caso a cui mi riferisco, la mamma lavorava con partita Iva in collaborazione con l’università nella quale il compagno era invece uno strutturato: sottraendosi giorno dopo giorno al suo ruolo domestico, lui di fatto, anche se indirettamente, ha eroso le possibilità che lei aveva di continuare a lavorare, dato che l’università è un ambiente molto competitivo nel quale la presenza fisica, cioè la cosiddetta “visibilità” (in dipartimento, ai convegni ecc.) è fondamentale.

In ogni caso, anche nella decisione di fermarsi, magari per un periodo o magari per sempre, io ho avvertito in tutte queste donne una tenacia e una resilienza che mi hanno sorpresa, rincuorata e molto spesso commossa.

Clavier chinois : styles et curiosités

Soumis par Federico Pérez … le 30/07/2018

À quoi ressemblent les claviers chinois ?

Vous êtes-vous déjà demandé comment les chinois écrivent à l’ordinateur ou sur leurs portables ?  Le mandarin possède des milliers de caractères différents. Ce qui nous vient à l’esprit d’abord sont des claviers immenses de mille et une touches. Pourtant, les claviers chinois sont identiques aux nôtres. Si vous voulez apprendre à écrire chinois avec votre ordinateur ou votre téléphone portable, cet article est fait pour vous!

Comment fonctionne le clavier chinois

Comment fonctionne le clavier chinois

Les machines à écrire traditionnelles en Occident sont apparues au début du 19e siècle. Pourtant, à cause de la complexité de la langue chinoise et de ses milliers de caractères, les premières machines à écrire chinoises ont surgi au début du 20e siècle. Il s’agissait alors d’énormes machines construites avec des casiers mobiles où les caractères étaient rangés selon le système des dictionnaires de l’époque.

Ce système d’écriture mécanique a été rapidement substitué par les ordinateurs personnels et les claviers pour ordinateur.

L’écriture chinoise sur l’ordinateur se base sur le système phonétique pinyin. Ce système d’écriture utilise l’alphabet occidental pour représenter les sons et la prononciation des caractères qui apparaissent au fur et à mesure qu’on écrit sur l’écran.

Comment fonctionne le clavier chinois

Un petit problème néanmoins, de nombreux caractères chinois ont la même prononciation, même s’ils signifient des choses complètement différentes. Lorsqu’on parle ou on écrit chinois, le contexte est fondamental pour comprendre le message. Pour autant, écrire chinois sur l’ordinateur peut être quelque chose d’ennuyeux, étant donné qu’on dépend de la capacité intuitive du programme pour connaître le contexte, ce qui n’arrive pas toujours…

Comment résoudre ce problème ? Au fil du temps, les programmes d’écriture ont évolué et ils sont aujourd’hui capables de sauvegarder nos habitudes d’écriture, et de prédire avec exactitude quel est le caractère que l’on veut écrire. De toute façon, on peut toujours sélectionner le caractère que l’on veut manuellement, avant que le système ne le confirme tout seul.

Comment fonctionne le clavier chinois

Comment installer le clavier chinois sur l’ordinateur

Pour écrire chinois sur notre ordinateur, on n’aura besoin d’installer que certains logiciels compatibles.  Personnellement, je vous recommande le logiciel officiel de Google Pinyin, que l’on peut télécharger et configurer via ce lien, ou bien Microsoft IME, qui est installé sur tous les dispositifs de Windows.

Pour installer le chinois mandarin sur Windows, d’abord on va sur le Panneau de Configuration et on recherche la boîte de dialogue Options Régionales et Linguistiques.

Comment installer le clavier chinois sur l'ordinateur

Ensuite, il faut sélectionner l’onglet Claviers et Langues et cliquer sur  Changer claviers.

Comment installer le clavier chinois sur l'ordinateur

Dans la fenêtre suivante, il faudra dérouler la section Services de Texte et Langue d’Entrée, et nous chercherons le chinois simplifié.

Comment installer le clavier chinois sur l'ordinateur

Comment installer le clavier chinois sur l'ordinateur

Fait! La langue est donc configurée sur l’ordinateur et on peut commencer à écrire les  textes en chinois.

Les claviers des portables chinois

Les claviers des portables chinois

À l’instar des claviers d’ordinateur, les chinois n’utilisent aucun clavier spécifique sur leur téléphone. D’ailleurs, le système d’écriture chinois des téléphones portables est beaucoup plus précis que celui des ordinateurs. Tous les dispositifs, Android et iOS permettent l’écriture manuelle pour les personnes qui ne sont pas familiarisées avec le pinyin (rappelons-nous qu’il a été instauré il y a un peu plus de 50 ans).

Pour configurer la langue du portable, on doit aller dans Réglages, chercher les Paramètres puis la rubrique des Langues et Clavier et sélectionner le chinois mandarin. C’est très simple!

Les claviers des portables chinois

Comment modifier la langue sur un portable chinois.

Si vous faites l’acquisition d’un téléphone portable chinois et vous vous rendez compte que tout est en caractères chinois… ne vous en faites pas! De nos jours, la majorité des portables permettent de changer librement de langues, vous devez juste trouver les “lettres chinoises” correctes pour arriver au français comme langue prédéterminée.

Pour configurer la langue d’un portable chinois en français, suivez ces étapes.

Comment modifier la langue sur un portable chinois.

¿Miedo a la traducción automática?

Por Valentín Barrantes, Director de expansión y estrategia

Parece que cada vez que en la profesión se habla de traducción automática suenan unas cuantas alarmas, ¿no os parece? Queramos o no, aunque el uso de determinados traductores automáticos parece haberse extendido, desde el propio traductor de Google a cualquier otro traductor web automático o tecnologías similares, en el sector de la traducción se sigue hablando de ello con temor. Pero, ¿realmente estamos ante una verdadera amenaza?

Hablemos claro. Todos los avances generan recelo, y aquello que lleve el adjetivo automático aún más. Esto mismo sucedió en su día con las tecnologías de traducción asistida por ordenador (TAO), muchos lo recordaremos hasta con una cierta nostalgia. Sin embargo, con el paso del tiempo, la mejora en los resultados de los sistemas de traducción automática y la necesidad que el mercado muestra ante esta tecnología hará que la confianza se vaya logrando poco a poco.

Hoy día, la tan cacareada «globalización» ha provocado que la cantidad de contenido que se genera a diario sea enorme, variada y con un crecimiento exponencial…y ante este panorama, muchas empresas e instituciones necesitan (o desean) que este contenido esté disponible en varias lenguas, casi, casi en tiempo real. Aquí las claves son los idiomas, la inmediatez y la calidad. Para abarcar la traducción de todo este contenido, literalmente, no hay manos humanas que sean capaz de abarcarlo…y dudo también que recursos económicos suficientes que la mayoría de las empresas se puedan permitir ante un escenario tan prolífico y dinámico. Por todo ello, la integración de la traducción automática en el proceso de trabajo de cualquier empresa de traducción profesional, creo, que no tiene freno…es necesario agilizar el proceso y reducir los costes…sí o sí.

Ante el reto de desarrollar el mejor traductor automático, Google se ha situado a la cabeza con una de las soluciones de mayor difusión digital: Google Translate. Sin embargo, es necesario saber que hay numerosas empresas, universidades y grupos de investigación dedicados a perfeccionar la tecnología de traducción automática desde diversos puntos de vista y con resultados que cada vez muestran un mayor consenso.

Pero, ¿qué nos depara entonces el futuro a los traductores en lo que a tecnologías de traducción automática se refiere?

En mi opinión, por lo que respecta a la traducción de gran parte del contenido digital dinámico, será necesario integrar los sistemas de traducción asistida por ordenador con los sistemas de traducción automática a fin de que el proceso se agilice y satisfaga las necesidades del mercado; alcanzar la combinación perfecta en cuanto a calidad e inmediatez será lo esencial. En cuanto a la traducción de contenido especializado(siempre con salvedades y casuística), las TAO seguirán siendo la tecnología principal para los traductores profesionales, si bien estos sistemas incorporarán la traducción automática como ayuda durante el proceso.

El traductor humano no será fácilmente sustituible y me atrevo a decir que jamás lo será, sin embargo, la tecnología seguirá evolucionando y habrá que adaptarse a nuevas realidades y formarse adecuadamente para poder realizar diversas tareas.

A los traductores dedicados a la localización y la traducción de contenido digital os digo que la postedición de contenido producido mediante traducción automática deberá convertirse en la nueva aliada, más que en la imbatible enemiga. Tanto es así, que subirse al caballo de la tecnología de traducción automática pronto resultará imprescindible, ¿o no?